C'è qualcosa di profondamente perturbante e al tempo stesso generativo nella mostra che Gabriele Silli presenta alla Fondazione D'ARC di Roma. Già il titolo, Immenso Spermatozoo Sottomarino, si impone come un'immagine impossibile: un ossimoro biologico e cosmico, un organismo infinitamente piccolo che diventa immenso, un principio di vita trasformato in creatura abissale, un germe che riemerge dalle profondità della materia e del subconscio.
Curata da Giuliana Benassi, la mostra riunisce la più recente ricerca dell'artista attraverso due grandi installazioni site-specific e un nucleo di opere scultoree disseminate negli spazi della Fondazione come una sorta di punteggiatura silenziosa, capace di insinuarsi tra le opere della collezione permanente e di modificarne la percezione. Più che un'esposizione, Immenso Spermatozoo Sottomarino appare come un ambiente mentale, una topografia dell'inconscio, un sistema di immagini che interroga il rapporto tra origine e dissoluzione, tra forma e informe, tra il biologico e il fantasmatico.
Il titolo della mostra allude incontrovertibilmente all'origine della vita, ma ne rovescia la drammaturgia filosofica e biologica. Lo spermatozoo immaginato da Silli non è il simbolo lineare della fecondazione e della nascita; è una creatura grottesca e smisurata, una sorta di sottomarino che affiora trasportando alghe, detriti, residui e spoglie provenienti da un mondo abissale. Nel percorso espositivo, tutto sembra riaffiorare da un altrove non identificabile, da una regione intermedia in cui la dimensione del subacqueo e quella del subconscio si intrecciano fino a diventare indistinguibili.
La scelta dello spermatozoo come figura centrale è profondamente ambivalente. Esso è certamente simbolo di origine, movimento, possibilità generativa; rappresenta la promessa di una nuova vita. Ma nello stesso tempo è una figura fragile, incompleta, dipendente da un incontro: non genera da solo.
Lo spermatozoo è dunque una potenza che porta in sé una possibilità, ma che non può compiersi autonomamente.
L'“immenso spermatozoo” di Silli non appare allora come un principio trionfante, ma come una creatura sospesa nell'incertezza, immersa in un ambiente che la precede e la contiene. Il termine "sottomarino" introduce infatti una seconda dimensione simbolica: il mare, l'abisso, il grembo oscuro della materia.
L'origine non è un atto individuale.
È un incontro.
L'opera sembra suggerire che ogni forma di vita sia inevitabilmente relazionale, che nessuna potenza possa generarsi da sé e che ogni nascita avvenga all'interno di una trama di dipendenze, contaminazioni e sedimentazioni.
La mostra prende avvio con Rivolo secco (Le miserie), un'imponente scultura lunga oltre trentacinque metri, realizzata nell'arco di cinque anni e distesa lungo la navata della Fondazione. L'opera si presenta come un flusso carnoso e annerito che attraversa lo spazio attraverso pieghe, ristagni e improvvise increspature, evocando un corso d'acqua prossimo all'esaurimento, un fiume esausto, una corrente che sopravvive a sé stessa.
L'aridità evocata dal titolo è tutt'altro che descrittiva: è una condizione esistenziale.
Qui il nichilismo sembra manifestarsi come una lenta consunzione della forma, una fatica del vivente. Eppure la materia non appare mai definitivamente morta. Al contrario, continua ostinatamente a persistere.
Se il lavoro di Silli può essere definito nichilista, si tratta forse di quel nichilismo attivo di cui parlava Nietzsche: attraversare la dissoluzione non per celebrare il nulla, ma per liberare nuove possibilità di esistenza. La rovina non è la fine. È il luogo da cui qualcosa può ancora emergere.
La seconda grande installazione, Io sono il plumbeo amo, l'intartarato, la corrente sottomarina…definita dall'artista una "psicoinstallazione abitativa", costituisce probabilmente il cuore concettuale della mostra. Una gigantesca nassa, una gabbia per pesci che replica l'architettura della Sala M della Fondazione, si trasforma in un dispositivo mentale, una parodia della coscienza intesa come trappola.
Al suo interno convivono apparizioni larvali, feticci liquidi, immagini interiori, ombre animali, celle e reti da pesca. L'opera sembra suggerire che la mente stessa sia un sistema di catture, un luogo in cui desideri, memorie e pulsioni si impigliano continuamente.
La materia diventa psiche.
La psiche diventa paesaggio.
L'installazione è inoltre attraversata da una partitura sonora composta da epifanie registrate su nastro tra il 1999 e il 2000 e manovrate dall'artista stesso, che assume la funzione di un enigmatico direttore d'orchestra. Il visitatore è costretto a scrutare l'interno della grande trappola attraverso reti e feritoie, come se l'accesso all'inconscio fosse necessariamente parziale, intermittente, sempre differito.
Nelle opere Lingua disumana dell'attore Charlie, cammello e Il guardiano (che è sempre un becchino), Silli affronta uno dei grandi temi della filosofia contemporanea: il confine tra umano e animale.
La lingua in bronzo di un cammello attore di cinema diventa un singolare trofeo anatomico, un controcampo ironico alle grandi installazioni, evocando il linguaggio come ciò che distingue l'uomo dall'animale e, nello stesso tempo, ciò che non riesce mai a emanciparsi completamente dalla propria origine biologica.
La stessa lingua si trasforma poi in bastone, in figura antropomorfa, in un guardiano obliquo e irridente. La sorveglianza, il controllo, l'ordine vengono svuotati di ogni solennità. Anche l'autorità, nel mondo di Silli, sembra destinata a inclinarsi verso la materia, verso il corpo, verso la decomposizione.
Uno dei riferimenti filosofici più fertili per leggere il lavoro di Silli è certamente Baruch Spinoza. Nella sua filosofia tutto ciò che esiste appartiene a un'unica sostanza infinita: la Natura.
Le opere di Silli sembrano condividere questa intuizione. La materia non è un supporto passivo dell'idea dell'artista, ma una realtà dotata di una propria energia, di una propria memoria e di una propria capacità generativa.
Ogni frammento sembra contenere una storia precedente e una possibilità futura.
La materia non rappresenta qualcosa.
È essa stessa pensiero.
A questa lettura si sovrappone quella di Gilles Deleuze. Le opere di Silli non sono mai forme compiute, ma processi di divenire, stati intermedi tra composizione e decomposizione, tra nascita e putrefazione.
Non sappiamo se stiamo osservando un organismo nascente, un relitto archeologico o un fossile proveniente da un futuro postumano.
L'indeterminazione è la loro verità.
È impossibile non evocare anche Georges Bataille. L'intera ricerca di Silli sembra restituire dignità all'informe, a ciò che sfugge alle classificazioni, a ciò che eccede l'ordine e la misura. Le sue opere attraggono e respingono perché ricordano una verità spesso rimossa dalla cultura occidentale: la vita è inseparabile dalla perdita, dall'erosione, dalla decomposizione.
Non esiste nascita che non contenga già la propria fine.
E non esiste rovina che non custodisca ancora una possibilità.
In questa prospettiva, il nichilismo evocato dall'artista non coincide con la resa davanti al nulla, ma con la capacità di attraversare il collasso delle forme per aprire nuove possibilità di esistenza. La sua materia è profondamente nietzscheana: conosce la putrefazione, ma continua a produrre vita; abita la rovina, ma non smette di generare.
Ecco perché Immenso Spermatozoo Sottomarino non è, in fondo, una mostra sulla nascita.
È una mostra sulle condizioni che rendono possibile la nascita.
Sul momento in cui la materia, dopo avere attraversato il deterioramento, la sedimentazione e la perdita di forma, torna a produrre immagini, organismi, pensieri.
L'immenso spermatozoo di Silli diventa così una figura ontologica: fragile e potente, incompleta e infinita, ridicola e cosmica.
Una metafora della materia stessa.
Prima dell'uomo.
E forse anche oltre l'uomo.
Nel contesto della mostra, la Fondazione D'ARC ha inoltre ospitato MARRANA. Quando cantano le cornacchie, una "cinesperienza" ideata da Trash Secco (Francesco Pividori), con Romano Talevi e lo stesso Gabriele Silli. Realizzata all'interno della grande nassa di Io sono il plumbeo amo, l'intartarato, la corrente sottomarina…, la performance ha stabilito un ponte sorprendente tra il linguaggio dell'arte contemporanea e quello cinematografico.
Non è casuale la presenza di Pividori, autore di Bassifondi, straordinaria elegia degli invisibili e delle esistenze marginali. Anche in questo caso si torna all'abisso, a ciò che vive sotto la superficie, ai residui dell'umano. La poetica di Silli e quella di Trash Secco si incontrano in un territorio comune: quello delle forme di vita sommerse, delle immagini che riemergono da un mondo interiore ridotto all'essenziale.
La domanda che permane all'uscita dalla Fondazione D'ARC non è allora da dove veniamo, ma quale potenza nascosta della materia continui ancora oggi a generare ciò che possiamo diventare.
Gabriele Silli
Immenso Spermatozoo Sottomarino
A cura di Giuliana Benassi
14 giugno – 27 settembre 2026
Fondazione D'ARC
Via dei Cluniacensi 128-130, 00159 Roma
Via dei Cluniacensi 128-130, 00159 Roma
Orari
Giovedì, venerdì, sabato e domenica
15.30 – 19.30
Giovedì, venerdì, sabato e domenica
15.30 – 19.30
Biglietti
Intero: €10
Ridotto: €7 (over 65, studenti universitari, gruppi, possessori tessera FAI, accompagnatori di visitatori con disabilità)
Intero: €10
Ridotto: €7 (over 65, studenti universitari, gruppi, possessori tessera FAI, accompagnatori di visitatori con disabilità)
Ingresso gratuito per under 18, studenti e docenti delle Accademie e degli Istituti Artistici, studenti e docenti universitari di Storia dell'Arte e Beni Culturali, persone con disabilità, guide turistiche e giornalisti.
Biglietteria online: TicketOne – Fondazione D'ARC
Come arrivare: Metro B Tiburtina; Bus 163, 211, 309, 448. Ampio parcheggio interno.