Venezia, tra i Giardini e l’Arsenale, torna a essere non soltanto una geografia dell’arte ma un dispositivo ontologico: un luogo in cui l’esserci viene interrogato nella sua nudità. La 61ª Esposizione Internazionale d’Arte, intitolata In Minor Keys, si offre come un ascolto in tonalità minore che si sottrae al clamore per aprire uno spazio di risonanza.
Dopo la scomparsa prematura di Koyo Kouoh, la decisione di realizzare integralmente il suo progetto assume il valore di un atto di cura. Cura non come gesto pietoso, ma come postura ontologica: Sorge, direbbe Heidegger. Prendersi carico di un’idea significa custodirla nel tempo, lasciarla accadere. In questa fedeltà, la Biennale non conserva un’eredità: la rimette in circolo, come un seme che germina anche nell’assenza.
La cura è l’essere dell’esserci.
— Martin Heidegger
— Martin Heidegger
In Minor Keys è un invito a dislocare il centro. Non c’è monumentalità, non c’è accumulo enciclopedico. C’è piuttosto la ricerca di un centro di gravità permanente — non fisso, ma interiore — capace di orientare l’esperienza senza irrigidirla. Un centro che non coincide con l’Occidente, né con il mercato, né con la cronologia delle avanguardie, ma con la possibilità di un incontro.
La mostra riunisce 111 partecipanti provenienti da costellazioni geografiche e simboliche differenti. Non si tratta di rappresentare il mondo, ma di metterlo in relazione. Kouoh ha privilegiato affinità sotterranee, risonanze inattese: l’arte come campo gravitazionale dove pratiche lontane si riconoscono senza conoscersi.
Qui la gettatezza dell’esserci — quell’essere già nel mondo, senza averlo scelto — non è condanna ma condizione creativa. Gli artisti lavorano dentro memorie coloniali, disastri ambientali, fratture storiche; e tuttavia, da questa esposizione alla contingenza, scaturisce una possibilità generativa.
Il percorso non procede per sezioni didascaliche ma per motivi, come in una partitura. Gli “Altari” rendono omaggio a due creatori di mondi, Issa Samb e Beverly Buchanan, figure che hanno concepito l’arte come energia generativa più che come oggetto da preservare. L’altare non è celebrazione nostalgica, ma spazio di intensità: luogo in cui l’opera diventa presenza.
La processione, ispirata alle coreografie afro-atlantiche, trasforma il pubblico in corpo collettivo. Non si guarda da fuori: si entra nel ritmo. In questo movimento si sospendono gerarchie, si disturbano archivi, si riattraversano simboli. Il sapere non è verticale ma circolare.
Le “Scuole” emergono come ecosistemi di apprendimento radicati nei territori e insieme transnazionali. Qui la didattica cede il passo alla trasmissione vivente. Non si tratta di spiegare l’arte, ma di abitare insieme una pratica. La sensazione precede il concetto; l’esperienza supera la didattica.
In un’epoca ossessionata dalla produttività, In Minor Keys rivendica il diritto al riposo. Il giardino creolo e il cortile — nati storicamente in condizioni di costrizione — diventano metafore di autosufficienza e riconnessione. Spazi in cui l’umano si rimette in sintonia con il non-umano.
L’allestimento, affidato a Wolff Architects, lavora sulla soglia come esperienza trasformativa: grandi drappi color indaco filtrano lo sguardo, come foglie che modulano la luce. L’immagine grafica si ispira al komorebi, la luce che attraversa il fogliame. Non è un semplice effetto visivo: è un esercizio di percezione. Ciò che conta non è solo comprendere, ma soprattutto sentire.
Mettersi in sintonia con la natura non significa illustrarla né tematizzarla, ma lasciarsi attraversare da essa. L’arte, allora, diventa un dispositivo di risonanza sensoriale.
Il programma performativo pone il corpo al centro come archivio vivente. Nei Giardini, una processione poetica riecheggia il viaggio compiuto da Kouoh nel 1999 da Dakar a Timbuktu: un coro di voci che restituisce alla parola la sua funzione originaria di cura e di potere. Il griot non è intrattenitore, ma custode di memoria.
Qui la guarigione non è metafora new age, ma pratica politica. Attraverso il ritmo, il canto, la presenza, si ricostituisce una comunità provvisoria. L’esserci si scopre plurale.
Anche il catalogo riflette questa postura: non semplice strumento documentale, ma tessitura corale di oltre cento voci. Ogni artista dialoga con un autore invitato, generando un ensemble che sfugge all’unità monologica. L’archivio si fa organismo vivente.
Parallelamente, l’impegno ambientale della Biennale — dalla riduzione delle emissioni all’uso di energie rinnovabili — non appare come dichiarazione di facciata, ma come estensione coerente della cura. Prendersi cura dell’arte implica prendersi cura del mondo che la rende possibile.
In Minor Keys offre una sospensione, un rallentamento, un’attenzione. In un tempo dominato dal rumore e dalla saturazione, scegliere la tonalità minore significa restituire valore all’inapparente.
Forse il vero centro di gravità permanente non è un luogo, ma una pratica: quella di ascoltare. Ascoltare la terra, il corpo, l’altro. Ascoltare ciò che, pur gettato nel mondo, continua a cercare una forma di coesistenza.
La 61ª Biennale Arte non si limita a esporre opere. Ci espone. Ci ricorda che l’arte non è un oggetto da comprendere, ma una condizione da attraversare. E che, nell’ombra fresca di un albero — reale o simbolico — possiamo forse, di nuovo imparare a esistere.
Abita poeticamente l’uomo su questa terra.
— Friedrich Hölderlin
— Friedrich Hölderlin
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