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Le Alchimiste
ARTE 2026

Le Alchimiste

by Anselm Kiefer
 
Archeologia di una ferita, liturgia del rimosso 

Varcare la soglia della Sala delle Cariatidi non equivale a entrare in uno spazio espositivo: significa piuttosto accedere a una zona liminare in cui l'architettura cessa di essere contenitore per farsi testimone, smette di essere cornice per diventare lacerazione. Giuseppe Piermarini la aveva licenziata tra il 1774 e il 1778 come apoteosi del sublime neoclassico — quarantasei metri di vertigine cerimoniale che avrebbero dovuto scintillare di stucchi, dorature, galà e sovranità. La notte del 15 agosto 1943, centoquaranta Lancaster della Royal Air Force, rovesciando oltre cinquecento tonnellate di spezzoni incendiari sul cuore di Milano, la consegnarono all'altra faccia del moderno: carbonizzata, scarnificata, sventrata nella sua orditura lignea. Le capriate si abbatterono sulla volta, il ballatoio cedette in più punti, il pavimento si squarciò come un sudario. 

La decisione — mai davvero programmata, eppure sedimentata nei decenni come postura civile e coscienza in forma di scelta — di non restaurarla ha regalato alla città uno degli ambienti più densi di memoria dell'intero continente: una cavità in cui la pietra arsa e spellata continua a reggere il soffitto come un corpo che respira attraverso le proprie cicatrici. Le cariatidi stesse, mutile, annerite, levigate solo dalla fiamma, non sostengono più un trionfo ma una attestazione. In questa disposizione inattesa — monumento per via sottrattiva, architettura che si dice tramite la propria amputazione — Anselm Kiefer trova la sua sala d'elezione, il grembo ustionato dove depositare quarantadue teleri concepiti per entrare in consonanza, e non in opposizione, con la ferita del luogo. 
 
È più arduo onorare la memoria dei senzanome che non delle grandi personalità. La costruzione storica è devota a dar memoria ai senzanome. — Walter Benjamin

L'incontro tra la pietra e la fiamma: un sito già kieferiano 

Chi ha percorso la Sala dello Scrutinio a Palazzo Ducale nel 2022, davanti al ciclo ispirato ad Andrea Emo e alla sua sentenza vertiginosa — questi scritti, quando verranno bruciati, daranno finalmente un po' di luce — riconoscerà immediatamente la grammatica dell'incontro. Allora Kiefer aveva risposto al lessico veneziano dei Veronese e dei Tintoretto elevando il proprio lutto europeo a pari dignità liturgica; qui a Milano la mossa si rovescia e si radicalizza. Non più un dialogo tra plenitudine aurea e macerie pittoriche, ma tra due macerie, due forme di sopravvivenza del senso. Le cariatidi superstiti e i teleri di Kiefer parlano la stessa lingua post-catastrofica: quella in cui la bellezza non si dà più come levigatezza ma come resistenza della materia al proprio annientamento. 

Né si può dimenticare, a pochi chilometri di distanza, l'altra polarità milanese del geroglifico kieferiano: I Sette Palazzi Celesti dell'HangarBicocca, quelle torri di novanta tonnellate ciascuna, alte fino a diciannove metri, in cui il piombo ricavato dagli antichi alambicchi si cristallizza in libri schiacciati, colonne inclinate, ziggurat prossime al crollo. Se là la citazione era il Sefer Hekhalot, il trattato ebraico del V-VI secolo sui palazzi della mistica merkavah, e il viaggio d'iniziazione ascendente del visionario verso il Nome, alla Sala delle Cariatidi la traiettoria si inverte e si orizzontalizza: non più l'ascensione verticale dell'iniziato, ma la discesa anonima in un sotterraneo genealogico, nella cripta di sapienti femminili confinate all'oblio. Kiefer disegna così, tra Bicocca e Palazzo Reale, una costellazione in cui la stessa città diventa organismo ermetico, corpo attraverso cui circola una medesima corrente alchemica — coagulazione e solutio, nigredo e albedo, ricordo e cancellazione. 

Le alchimiste: nominare ciò che la storia ha taciuto 

Il titolo, all'apparenza descrittivo, porta in realtà una deflagrazione metodologica. Le Alchimiste: il semplice femminile plurale di un termine che la storiografia occidentale ha declinato per secoli soltanto al maschile diventa, in Kiefer, operazione politico-ontologica. Restituisce esistenza a una moltitudine di figure che il sapere ufficiale — quello stesso sapere che nel XVI e XVII secolo partoriva i trattati di Paracelso, Robert Fludd, Jean Baptiste van Helmont — aveva relegato ai margini, costringendo spesso le loro autrici a firmarsi con pseudonimi maschili, a nascondere i propri laboratori domestici, a rischiare il rogo come streghe anziché il riconoscimento come studiose. 

Kiefer, curato da Gabriella Belli con acribia filologica, costruisce un pantheon di trentotto nomi che si estende dal mito all'Ottocento. C'è Cleopatra l'Alchimista, attestata nel II o IV secolo, presunta autrice di uno scritto sulla Chrysopoeia, l'arte di generare oro; c'è Maria l'Ebrea, inventrice del bagnomaria e di strumenti distillatori sopravvissuti intatti fino a Liebig; ci sono Caterina Sforza, che trascorse la giovinezza proprio a Milano e lasciò un manoscritto di oltre quattrocento ricette medicinali e alchemiche, Isabella Cortese con i suoi Secreti editi a Venezia nel 1561, Marie Meurdrac — autrice, nel 1666, della Chymie charitable et facile en faveur des dames, manifesto protofemminista camuffato da ricettario.
C'è Rebecca Vaughan, moglie e collaboratrice di Thomas Vaughan nell'Inghilterra di metà Seicento, morta probabilmente per inalazione di mercurio durante gli esperimenti del marito, che nei diari di lui diventa puro silenzio. Ci sono Anna Maria Zieglerin alla corte di Braunschweig, processata e arsa nel 1575, e Mary Anne Atwood, che nel 1850, con A Suggestive Inquiry into the Hermetic Mystery, riaccende la tradizione ermetica nell'età vittoriana. Nomi che Kiefer iscrive, ora calligrafati a grafite ora bruciati a elettrocauterio, direttamente sui teleri, come epigrafi di un'anagrafe clandestina finalmente riemersa. 

La scelta non è celebrativa ma archeologica nel senso foucaultiano: non si tratta di erigere un monumento riparatore, bensì di esporre la logica discorsiva che ha reso queste donne invisibili, di mostrare come la loro rimozione appartenga alla stessa economia simbolica che produce i grandi nomi del canone. Nello spazio scorticato della Sala, dove le cariatidi sopravvissute — le altre statue-donna della memoria ferita della città — portano nel corpo le tracce del trauma bellico, queste alchimiste ritrovano, per una stagione, le proprie sorelle in pietra. Due collettività femminili calcinate, due silenzi. Il dispositivo è tanto semplice quanto spietato: la violenza dell'incendio del 1943 e la violenza secolare della cancellazione epistemica vengono parificate come operazioni del medesimo oblio. Il fuoco che ha sfigurato la Sala e il fuoco simbolico del rogo delle streghe-scienziate convergono in una sola pira, di cui ora Kiefer presiede il risveglio. 

La materia come teologia: piombo, zolfo, oro e cenere 

Sul piano della fattura, i quarantadue teleri costituiscono un'enciclopedia tattile del pensiero alchemico. Kiefer da sempre lavora con il piombo come con un organo ideologico: metallo saturnino, pesante, malinconico, il piombo era, per la tradizione ermetica, la materia prima da trasmutare in oro, il grado zero della Grande Opera. Qui il piombo viene colato, ossidato, piegato in lamine che si ripiegano sui teleri come epidermidi fossili; lo zolfo si deposita in concrezioni gialle; il mercurio è evocato più che usato, perché velenoso; la foglia oro, calcata a freddo, sigilla le figure come un'icona bizantina ritrovata sotto strati di fuliggine. Sabbia, argilla, paglia bruciata, cenere vera — la stessa cenere che per Celan era asche vom rhein, cenere della Storia — costituiscono la terra nutriente di ogni opera. 

Il telero non è più, propriamente, un dipinto: è un reattore in cui la pittura si lascia attraversare dalla combustione al cannello ossiacetilenico, dalla corrosione acida, dall'elettrolisi, dalla sutura. Kiefer incide, lacera, ricuce, cancella, ricomincia — gesti che non imitano l'alchimia ma la praticano, assumendo il tempo geologico della materia come tempo stesso dell'opera. I volti delle alchimiste affiorano da questi sedimenti come apparizioni liminari, ora angeliche ora mostruose, sprofondano e riemergono; spesso sono imprigionate sotto fondi aurei che non hanno la lucentezza rassicurante del trecento senese ma il chiarore opaco di un ostensorio arrugginito. I corpi talvolta si trasformano in alambicchi, talvolta in vestimenti vuoti, talvolta in alberi secchi — un vocabolario simbolico che attinge contemporaneamente alla Turba philosophorum, a Jakob Böhme e al sostrato cabalistico che percorre tutta l'opera kieferiana. 

Nel dispositivo installativo, queste macchine pittoriche non sono appese alle pareti come quadri ma sospese a distanza, inclinate, disposte in modo tale da lasciare che le cariatidi restino pienamente visibili. La sala non viene occultata: viene attivata. Camminare tra i teleri significa muoversi dentro un bosco metallico in cui ogni tronco è anche lapide, e ogni lapide è anche finestra su un corpo scomparso. La luce, sempre radente, sempre parca, restituisce l'ambiente a una temporalità aurorale o crepuscolare, mai meridiana. Si ha l'impressione di camminare dentro una trasmutazione compiuta — lasciando noi visitatori nel momento sospeso dell'opus incompletum, tra putrefazione e rinascita. 

Esistenza, memoria, trasmutazione: il lessico filosofico dell'opera 

Sarebbe riduttivo leggere il ciclo in chiave unicamente storiografica o di recupero di genere. La posta in gioco, filosoficamente, è più vertiginosa. Kiefer pone la questione dell'essere come questione del residuo: ciò che resta quando una forma è stata annichilita, ciò che persiste del soggetto una volta che la Storia lo ha espunto dal proprio racconto. È il tema che attraversa l'intero Novecento tedesco — da Benjamin che leggeva nella storia un cumulo crescente di rovine, a Heidegger che pensava l'opera d'arte come Verborgenheit e Unverborgenheit, velamento e disvelamento simultanei, fino a Blanchot e alla sua écriture du désastre, scrittura della catastrofe che non può mai rappresentare la catastrofe stessa se non sfiorandone il perimetro. 

Kiefer appartiene a quella stirpe perché lavora, da sempre, sulla tensione tra ciò che l'annientamento consuma e ciò che, proprio attraverso l'annientamento, si salva in forma di traccia. Le Alchimiste, in questo senso, sono figure emblematiche di un'esistenza che si dà soltanto come sopravvivenza: non avendo avuto diritto a una collocazione piena nel discorso ufficiale, esistono oggi soltanto come intermittenze, come sfarfallii recuperabili nei margini degli archivi, nei colofoni dei mariti, nei processi per stregoneria, nelle ricette trascritte e poi contrabbandate sotto nomi maschili. Kiefer non le restituisce a una presenza plena — sarebbe tradire il loro statuto — ma le mantiene nella condizione liminare di fantasmi operanti, di voci che dal fondo del piombo affiorano senza mai divenire pienamente visibili. Questa scelta è etica prima che stilistica: risparmia alle alchimiste l'ulteriore oltraggio di essere ridotte a icone postume, mantenendo la loro consistenza nella forma più autentica possibile, quella dell'eco. 

C'è, infine, una coincidenza esistenziale profondissima tra l'artista e la Sala. Entrambi portano il segno del 1943 — Kiefer è nato nel marzo del 1945, tra le macerie di una Germania in ginocchio; la Sala è stata incenerita diciotto mesi prima — e entrambi hanno fatto della rovina il materiale primario, il luogo del proprio cominciamento. L'arte di Kiefer, lo si è scritto spesso, è un'arte postuma, nata dopo la fine, che si incarica di pensare ciò che viene dopo. Qui, a Milano, quel dopo trova finalmente una scena all'altezza della propria densità concettuale: una stanza che non finge di essere intatta, una stanza che porta la propria rovina come una teologia. 

Un esercizio di visione 

Uscire dalla Sala delle Cariatidi, dopo aver attraversato il ciclo, significa portarsi dietro il peso di una forma di conoscenza che non si lascia ricondurre al sapere concettuale. Si è imparato qualcosa, ma quel qualcosa non sta nei nomi appresi né nella cronologia dei trattati ermetici — sta, piuttosto, nella percezione mutata del rapporto tra corpo, materia e tempo. Si è intravista, anche se per il tempo breve di una visita, la possibilità che la Storia non sia una linea continua ma un campo di forze in cui ogni figura rimossa continua a esercitare la propria gravitazione, invisibile e operante. Si è compreso che la ferita, quando la si onora anziché rimarginarla, può diventare lo spazio in cui nuove parole nascono. 

Con Le Alchimiste, Kiefer non espone semplicemente opere in un luogo: conferisce a un luogo ferito la dignità di completare l'opera. La Sala delle Cariatidi non fa da sfondo ai teleri; è il quarantatreesimo telero, il più grande, il più antico, quello che contiene gli altri. E forse, in una delle rare epifanie che Milano sa ancora offrire ai propri abitanti, si riconosce in questa congiunzione qualcosa che somiglia a una giustizia tardiva: alle cariatidi mute, che hanno retto per ottanta anni l'ingiuria del fuoco, vengono finalmente restituite delle sorelle con cui parlare. E a quelle sorelle — alchimiste dimenticate, guaritrici processate, pensatrici cancellate — viene offerta una stanza dove le loro voci, metallizzate in piombo e sigillate sotto foglia d'oro, possono, per la prima volta da secoli, risuonare. 

La civiltà del passato diventerà un mucchio di rovine e alla fine un mucchio di cenere, ma sulla cenere aleggeranno degli spiriti.Ludwig Wittgenstein 

Anselm Kiefer. Le Alchimiste, a cura di Gabriella Belli
Palazzo Reale, Sala delle Cariatidi — Piazza del Duomo 12, Milano (ingresso dallo Scalone dell'Arengario) 
Periodo: 7 febbraio – 27 settembre 2026 
Orari di visita: martedì-domenica 10.00-19.30, giovedì fino alle 22.30, lunedì chiuso (ultimo ingresso un'ora prima della chiusura) 

 
 

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