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Rebecca
ARTE 2026

Rebecca

by Benni Bosetto
 
Entrare in Rebecca non significa visitare una mostra, ma attraversare una soglia in cui lo spazio smette di essere contenitore e si fa organismo. L’intero Shed viene riconfigurato come una casa, ma questa casa non è architettura neutra: è un corpo femminile diffuso, una presenza che accoglie e trattiene, che respira attraverso pareti, superfici, ornamenti. 
L’origine dichiarata — il romanzo di Daphne du Maurier — non è un semplice riferimento letterario, ma un dispositivo concettuale: come nel testo, la casa è abitata da un’assenza che diventa forza strutturante. Rebecca non è visibile, eppure organizza tutto. Così anche lo spazio espositivo si comporta come una memoria incarnata, un corpo che conserva, assorbe, restituisce. Bosetto lavora su una coincidenza radicale: corpo e ambiente non sono separabili. 
 
Entrare in questa esperienza riporta alla visione del film Bolesno di Hrvoje, Mabic, per colori, ambientazione, esperienza accogliente, disturbante e contemporaneamente fragile e resistente. 

L’architettura diventa epidermide estesa, mentre il corpo si dilata fino a coincidere con lo spazio abitabile. In questa fusione, il femminile si sottrae alla rappresentazione e diventa condizione: non immagine, ma struttura relazionale, capacità di accogliere, raccogliere, trattenere. 

L’interno domestico che si dispiega è solo apparentemente rassicurante. In realtà è un luogo di resilienza: contro il tempo lineare, contro la produttività come misura dell’esistenza. Qui il gesto del rallentare — sostare, fantasticare, desiderare — assume un valore politico. Il sogno a occhi aperti non è evasione, ma riappropriazione di sé. 

Anche gli elementi decorativi, privi di funzione, insistono su questa logica: non servono, ma significano. Sono segni eccedenti, come lo è il desiderio. Il corpo-architettura che Bosetto costruisce non protegge semplicemente: espone. È rifugio e, nello stesso tempo, apertura vulnerabile. 

Nel cuore della mostra, la performance Tango (II version) introduce una dimensione ulteriore: il corpo non è più solo spazio, ma relazione, intossicazione emotiva, contatto che destabilizza. Il femminile architettonico diventa allora campo di forze, luogo in cui l’identità non si definisce, ma si dissolve in una coreografia interspecie, fragile e ambigua. 

Ciò che resta, uscendo, è la sensazione che abitare un corpo — o uno spazio — significhi sempre negoziare con ciò che ci eccede. Rebecca non è una figura: è una tensione continua tra contenere ed essere contenuti. 

 
 
 
 
 

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