Con The House That Jack Built, Rirkrit Tiravanija — nato a Buenos Aires nel 1961 e da anni sospeso tra New York, Berlino e Chiang Mai — non costruisce semplicemente un ambiente, ma incrina l’idea stessa di opera. La sua pratica, fin dagli anni Novanta, ha progressivamente spostato l’asse dell’arte: dall’oggetto alla relazione, dalla contemplazione alla partecipazione, dalla forma chiusa a un processo che resta costitutivamente aperto.
Il titolo suggerisce una falsa pista, sfiorando l’immaginario di Lars von Trier, ma affonda le radici in una filastrocca cumulativa, dove ogni elemento esiste solo in funzione di ciò che viene dopo. È una logica additiva, instabile, che trova nel labirinto installato all’Hangar la sua traduzione spaziale. Qui non si entra per vedere, ma per smarrirsi: il percorso non organizza, disorienta.
Tiravanija estende e radicalizza una ricerca che da decenni mette in crisi le categorie tradizionali — installazione, performance, scultura — dissolvendole in un campo ibrido dove tutto è potenzialmente attivo. Il visitatore non è più spettatore, ma parte implicata, corpo che attraversa e, attraversando, modifica. In questo senso, l’opera non è mai data una volta per tutte: accade, si trasforma, si negozia continuamente.
Il labirinto diventa allora una figura esistenziale prima ancora che architettonica. Non c’è un centro, né una gerarchia tra le installazioni disseminate lungo il percorso. Ogni elemento è un frammento che rimanda a un altrove: identità culturali stratificate, geografie mobili, sistemi globali che si insinuano nella percezione dello spazio. Tiravanija lavora su una tensione costante tra realtà e immaginazione dei luoghi, smontando l’idea che esista un “dentro” stabile da abitare.
Questa destabilizzazione trova un contrappunto nelle pratiche del quotidiano, da sempre centrali nel suo lavoro. Anche qui, implicitamente, riaffiora quella dimensione: l’atto del sostare, del condividere, del muoversi insieme nello spazio. Come nelle sue celebri situazioni conviviali — cucinare, mangiare, abitare temporaneamente uno spazio comune — l’arte si fa occasione di incontro attraversato da differenze culturali ed etiche che non vengono risolte, bensì esposte.
In questa prospettiva, la mostra si configura anche come una critica silenziosa ai dispositivi istituzionali occidentali: non li attacca frontalmente, ma li svuota dall’interno, restituendo agli oggetti e alle azioni una vitalità che l’apparato espositivo tende a neutralizzare. L’opera non è più qualcosa da legittimare, ma uno strumento per riattivare relazioni, per riaprire possibilità.
Le performance quotidiane incidono ulteriormente questa instabilità. Non sono eventi collaterali, ma momenti in cui l’intero sistema si riconfigura. Venerdì 17 aprile la presenza di Giotto Orsini ha introdotto una vibrazione ipnotica che ha attraversato il labirinto come una corrente invisibile. La sua musica, reiterativa e travolgente, non accompagnava il percorso: lo deformava.
Il suono si faceva architettura immateriale. Le pareti perdevano consistenza, diventavano superfici porose, attraversate da onde. Il corpo del visitatore, a sua volta, smetteva di essere un punto fermo: entrava in risonanza, si disperdeva in una temporalità altra, più lenta e più densa.
Qui emerge con chiarezza la posta in gioco esistenziale del lavoro di Tiravanija: abitare non significa possedere uno spazio, ma esporsi a una continua ridefinizione di sé. La casa evocata dal titolo non è rifugio, ma condizione precaria, costruzione sempre sul punto di disfarsi.
Si esce dal labirinto senza aver trovato un orientamento. Ma forse è proprio questa la forma più radicale di consapevolezza che l’opera offre: non esiste un centro stabile da cui guardare il mondo. Esiste solo un attraversamento, condiviso e instabile, in cui l’arte non rappresenta la realtà, ma la mette in crisi.
E da qui si può entrare a visitare la permanente di Ansel Kiefer I Sette Palazzi Celesti, ma questa è un’altra storia… imperdibile.