Salta al contenuto
The Shape of Time
ARTE 2026

The Shape of Time

by Barry X Ball
 Ci sono mostre in cui opera e luogo cessano di essere due entità separate e diventano un'unica proposizione esistenziale. Quel momento accade con forte intensità alla Basilica di San Giorgio Maggiore, quando Barry X Ball — presente e disponibile ad accompagnare i visitatori attraverso le proprie sculture con una generosità intellettuale rara — indica con la mano la superficie di un marmo color del sangue rappreso e descrive anni di lavoro, decenni di attesa, l'idea che alcune opere richiedano più tempo per essere finite di quanto un essere umano impieghi a invecchiare di una generazione. Ascoltarlo è un'esperienza fertile: all'improvviso le sculture non sembrano più oggetti prodotti da qualcuno, ma entità che hanno qualcuno — che portano dentro di sé la vita dell'artista come una pietra porta dentro di sé la propria storia geologica. 
 La mostra si intitola The Shape of Time e il riferimento è preciso: George Kubler, storico dell'arte americano, pubblicò nel 1962 un saggio con questo stesso titolo che ribaltava il modo di pensare la successione delle forme nell'arte. Per Kubler il tempo non è un contenitore neutro in cui le opere vengono deposte: è esso stesso una forma, una struttura, una sequenza di soluzioni a problemi condivisi che si trasmettono tra generazioni come un segnale attraverso il rumore. Ball abita questa idea con ogni opera che ha prodotto: i suoi lavori non imitano il passato, non lo citano in chiave ironica, non lo usano come decorazione. Lo abitano — lo esplorano dall'interno come si esplora una caverna di cui si conosce già la forma ma non si è ancora toccato ogni centimetro di parete. 

Palladio come interlocutore 
La Basilica di San Giorgio Maggiore è uno dei luoghi più radicalmente razionali che l'architettura occidentale abbia mai prodotto. Andrea Palladio, che la progettò nel 1566 e non visse abbastanza da vederla completata, non stava costruendo uno spazio per la devozione nel senso emotivo del termine. Stava costruendo un sistema: proporzioni derivate dalla matematica antica, luce calcolata in rapporto alla funzione liturgica, bianco come colore che non aggiunge ma rivela. Ogni colonna è dove deve essere perché la geometria lo esige. Ogni ombra cade dove cade per una ragione. 
Portare sculture di Barry X Ball in questo spazio significa accettare una sfida onesta con se stessa: il dialogo tra la logica palladiana e la logica dell'eccesso materico che percorre tutta la pratica di Ball. Perché Ball è il contrario dell'austerità. Le sue superfici sono lavorate fino al punto in cui l'elaborazione stessa diventa un argomento filosofico: ogni millimetro di un San Bartolomeo scorticato in marmo Rouge du Roi francese e acciaio inossidabile è il risultato di anni di lavoro manuale e digitale congiunti, di scansioni tridimensionali e rifinitura artigianale, di una tecnologia che non sostituisce il gesto ma lo porta a un'intensità che la mano da sola non raggiunge. Eppure dentro la basilica tutto questo eccesso trova pace. Come se Palladio avesse lasciato — involontariamente, ma con la precisione dei grandi — degli spazi vuoti che aspettavano esattamente questa densità. 

Il tempo come materiale 
Le ventitré sculture distribuite tra navata, transetto, sacrestia, coro e corridoio appartengono a cinque serie distinte, e ciascuna porta con sé una diversa concezione del rapporto tra forma e durata. 
Il San Bartolomeo Scorticato (2010-2019) — rilettura del capolavoro di Marco d'Agrate nel Duomo di Milano, qui scolpito in marmo Rouge du Roi e acciaio — è l'opera che più di ogni altra materializza il paradosso centrale della pratica di Ball: il corpo umano privato della sua membrana protettiva, con la pelle portata sulle spalle come un mantello rovesciato, diventa oggetto di una bellezza che fa male. Non la bellezza che rassicura ma quella che mette a nudo qualcosa — letteralmente, anatomicamente, esistenzialmente. Bartolomeo fu martirizzato per ciò che credeva. Ball lo rifà in una pietra che viene dall'altra parte del mondo, con una tecnologia che il XVI secolo non poteva immaginare, e il risultato è più vicino all'originale di quanto qualsiasi copia diretta avrebbe potuto essere: perché coglie non la superficie ma il senso, non la forma ma la verità che la forma stava cercando di dire. 
La Pietà nella navata introduce un'altra temporalità: il corpo del Cristo sorretto dalla Madre è uno dei soggetti più ripetuti nella storia dell'arte occidentale — centinaia, migliaia di versioni, ognuna delle quali cerca di dire qualcosa di diverso con lo stesso vocabolario di pietra e dolore. Ball entra in questa tradizione non per aggiungersi alla lista ma per interrogarla: cosa rimane, di tutta questa ripetizione? Cosa si trasmette e cosa si perde ogni volta che una mano umana reinterpreta un gesto che altre mani hanno già compiuto innumerevoli volte? La risposta implicita della sua scultura è che ciò che si trasmette non è la forma ma il problema — la domanda irrisolvibile sulla perdita, sul corpo che cessa, sulla pietà come unica risposta possibile all'impotenza. 

Il Progetto Medardo Rosso: la scienza al servizio della poesia 
Una delle imprese più straordinarie della carriera di Ball è il Medardo Rosso Project: nel 2012, insieme alla ditta vicentina UnoArte, Ball ha effettuato la scansione tridimensionale di trentanove sculture di Medardo Rosso conservate in musei e collezioni private italiane, creando i modelli digitali più precisi mai prodotti dell'opera dello scultore milanese. Queste scansioni sono diventate il punto di partenza non per copie fedeli ma per trasformazioni: alterazioni sottili che modificano proporzioni, superfici, orientamenti, fino a produrre opere che sono simultaneamente Rosso e Ball, simultaneamente archivio e invenzione. 
Rosso era ossessionato dalla luce come materia scultorea — cercava di catturare nell'argilla e nella cera il modo in cui la luce trasforma le superfici, dissolve i contorni, rende i volti ambigui tra il riconoscibile e l'evanescente. Ball prende questa ossessione e la porta in un'altra epoca: dove Rosso combatteva con la manualità per raggiungere l'immaterialità della luce, Ball usa la precisione digitale per raggiungere qualcosa di paradossalmente simile — superfici di pietra che sembrano morbide, opacità che sembrano trasparenze, solidi che sembrano sul punto di sciogliersi. Il tempo tra i due artisti è di oltre un secolo, ma il problema è lo stesso: come fare in modo che la materia smetta di essere opaca e diventi qualcosa che la attraversa. 

Il ritratto di Giovanni Paolo II: la santità come materia 
Al centro del progetto — fisicamente nel coro della basilica, concettualmente al cuore di tutto — sta il Papa San Giovanni Paolo II (2012-2024): dodici anni di lavoro, una delle opere più elaborate che Ball abbia mai prodotto, realizzata in argento massiccio e oro 18 carati in collaborazione con la gioielleria Damiani. La figura del pontefice polacco si erge nello stallo del coro dove il legno intagliato dei seggi benedettini crea uno sfondo scuro e severo contro cui i metalli preziosi della scultura rifulgono con un'intensità quasi insostenibile. 
Giovanni Paolo II fu il primo papa globale nell'era mediatica: la sua presenza fisica, la sua capacità di occupare lo spazio pubblico internazionale, la sua morte trasmessa in tutto il mondo ne fecero qualcosa di più e di diverso da un capo religioso. Ball — che ha dichiarato di essersi allontanato da una formazione religiosa rigida e di aver trovato nell'arte lo spazio della propria libertà spirituale — sceglie questo ritratto non come atto di devozione ma come interrogazione sulla natura della santità, sulla forma che la fede prende quando si incarna in un corpo, sulla differenza tra ciò che un essere umano è e ciò che diventa quando viene proiettato su uno schermo globale. La scultura non celebra: contempla. E in quel coro palladiano, la differenza tra le due cose diventa una questione di vita o di morte. 

La Sacrestia: il Buddha nella casa di Dio 
C'è un gesto che Ball stesso ha definito storicamente inedito, e che tale probabilmente è: per la prima volta nella storia della Basilica di San Giorgio Maggiore, un Buddha abita la sacrestia benedettina. Tre sculture in pietra raffiguranti il Buddha sono disposte in composizione cruciforme — la stessa forma del cristianesimo che le ospita — con una densità simbolica che non ha bisogno di commento esplicito per essere avvertita nel corpo prima che nella mente. 
Il capolavoro assoluto di questa sezione è Mirrored Buddha Herms (2018–2023): un Buddha giapponese del XV secolo, in legno laccato e dorato, posto di fronte alla propria versione speculare scolpita da Ball in marmo nero del Belgio. Due tradizioni, due materiali, due epoche, due concezioni del sacro — una che si riflette nell'altra senza cancellarsi, senza prevalere. Lo specchio non restituisce una copia: restituisce una domanda. E Buddha (2018-2025), collocato di fronte a una pittura esistente nella sacrestia, intreccia calcite color miele, onice messicano ferito di venature scure, marmo Rouge du Roi francese e onice iraniano traslucido rosa su una base di marmo bianco vietnamita — pietre che vengono da ogni angolo del mondo, dalla stessa Venezia che per secoli ha fatto circolare questi materiali come moneta di scambio tra civiltà. 
Ball ha raccontato che questa presenza buddhista nella chiesa benedettina non sarebbe stata possibile senza l'ecumenismo visionario di Giovanni Paolo II — il papa del dialogo interreligioso, della mano tesa alle altre tradizioni spirituali, dello stesso spirito che soffia in tutta la mostra. Il cerchio si chiude: il ritratto del pontefice nel coro e i Buddha in sacrestia non sono episodi separati ma le due estremità di una stessa affermazione — che il sacro non appartiene a nessuna forma esclusiva, che la pietra non conosce frontiere confessionali, che la devozione è una grammatica universale scritta in molte lingue prima ancora che in molte pietre. Sebastian Smee del Washington Post, Premio Pulitzer, ha scritto che una di queste sculture buddhiste è «la manifestazione di un'idea d'arte che è al tempo stesso abbagliante nella novità e profondamente antica». Perché questi Buddha non sono un prestito esotico inserito per sorprendere: sono la prova che il tempo — quello stesso tempo che dà il titolo alla mostra — non appartiene a nessuna civiltà in particolare. È il materiale di cui siamo tutti fatti, e che nessuno ha il diritto di possedere da solo. 

Largen 1: il principio e la fine si toccano 
Il lavoro più antico della mostra — Largen 1 (Before / After Giotto), 1982-1983 — occupa un angolo del lungo corridoio come una presenza silenziosa e appartata. Realizzato con legno, cera, lino, gesso, bolo e oro a 23 carati — gli stessi materiali degli affreschi tardo-gotici e proto-rinascimentali — è un ibrido: si presenta come un dipinto, è montato a parete come un dipinto, ma è anche inequivocabilmente un oggetto tridimensionale. Prima o dopo Giotto? Il titolo mantiene volutamente la domanda aperta, rifiuta di collocarsi in una delle due possibilità. Perché l'operazione di Ball non ha mai avuto un tempo preciso: oscilla sempre tra epoche come quei corpi rocciosi che si formano in milioni di anni e poi esistono per altri milioni prima che qualcuno li tagli e li lucidi. 

L'Isola, la Laguna, la Temporalità 
C'è infine la questione geografica e fenomenologica della location: San Giorgio Maggiore è un'isola separata. Per arrivarci bisogna prendere il vaporetto, attraversare un tratto di laguna, lasciare indietro il rumore di San Marco. Questo attraversamento non è accessorio all'esperienza della mostra: è la mostra stessa, almeno nella sua dimensione preparatoria. Il visitatore arriva già in uno stato di separazione dal continuum ordinario. 
Palladio sull'acqua. Ball nella pietra. Il monaco benedettino che cammina nel chiostro. E in mezzo, il visitatore che ha sentito l'artista descrivere i propri anni di lavoro con una voce calma che conteneva tutto il peso di ciò che descriveva. Certe cose richiedono tempo proprio perché il tempo è l'unico materiale in grado di dargli la forma che meritano. 
The Shape of Time non è una mostra sul passato. È una mostra su cosa significa non avere fretta — in un'epoca che ha dichiarato guerra all'attesa. 

Barry X Ball – The Shape of Time · Basilica di San Giorgio Maggiore · Isola di San Giorgio Maggiore 2, Venezia · 9 maggio – 22 novembre 2026 · abbaziasangiorgio.it · barryxball.com 
 
 

Gallery