C'è una violenza epistemica sottile e tenacissima nel modo in cui l'Occidente ha trasformato Turandot. Nata come Nasrin Nush nella letteratura persiana del XII secolo — nel poema Haft Paykar (Sette Bellezze) di Nezami Ganjavi, donna di saggezza inaccessibile, non di crudeltà ornamentale — la principessa attraversa secoli e lingue fino a diventare, nel 1710, una cinese di fantasia in un adattamento francese costruito per soddisfare il palato illuminista con il brivido dell'esotico. Poi Puccini la prende, la veste di lacca e seta, la pone su un trono immaginario che non appartiene a nessuna geografia reale, e la consegna alla storia dell'opera come emblema dell'Oriente misterioso, impenetrabile, femminile nel senso più stereotipato del termine: bellezza che uccide, intelligenza che spaventa, alterità che va domata.
Turandokht, in persiano, significa semplicemente figlia di Turan. Turan è una regione storica e geografica — quella che oggi comprende Kazakistan, Kirghizistan, Tagikistan, Turkmenistan, Uzbekistan, con propaggini verso Afghanistan, Pakistan, Turchia, Iran. Non un'astrazione orientalista: un luogo. Undici artiste vengono da quel luogo, o da geografie contigue, o dall'esilio che da quei luoghi prende avvio. E Ziba Ardalan — fondatrice della Parasol unit foundation for contemporary art e curatrice di questa mostra che segna il rilancio internazionale della fondazione — le riunisce a Venezia, nella splendida architettura gotico-veneziana del Palazzo Franchetti sul Canal Grande, per restituire a Turandot il nome che le è stato sottratto, la voce che le è stata sovrascritta, la geografia che le è stata rimpiazzata con un'invenzione.
Il palazzo come contro-palcoscenico
Scegliere il Palazzo Franchetti come sede non è un dettaglio logistico. Venezia è stata per secoli il crocevia fisico tra Est e Ovest, il nodo commerciale e culturale attraverso cui le merci, le idee, gli immaginari dell'Asia centrale entravano in Europa. Le strade che Polo percorse, le rotte della Via della Seta che passavano per Samarcanda e Bukhara, arrivavano qui. Il palazzo sul Canal Grande — con le sue sale affrescate, i pavimenti in marmo, la luce rifratta dall'acqua — è esso stesso un archivio di quella ibridazione secolare: un luogo che ha contenuto potere commerciale, estetiche elaborate, scambi che oggi chiameremmo interculturali e che allora erano semplicemente necessità economica.
Portare undici artiste dell'Asia centrale e delle regioni orientali in questo palazzo significa operare un rovesciamento simbolico di notevole precisione: non più l'Oriente che arriva in Europa come merce o come fantasia, ma come soggettività creatrice che occupa uno spazio storico di intersezione e vi depone la propria testimonianza. La mostra coincide con il centenario della prima assoluta di Turandot alla Scala di Milano nel 1926 — e questo centesimo anniversario non è celebrativo ma interrogativo: cosa è rimasto, in un secolo, del furto originario? Cosa ha fatto l'Occidente con quella storia, e cosa ne restituisce?
Undici voci, un'unica sovranità
Le undici artiste in mostra — Lida Abdul, Afruz Amighi, Huma Bhabha, Hera Büyüktaşçıyan, Mona Hatoum, Saodat Ismailova, Madina Joldybek, Nazira Karimi, Daria Kim, Farideh Lashai, Tala Madani — non formano un'unità stilistica né un programma condiviso. Ciò che le accomuna è più profondo e meno dichiarabile: una condizione esistenziale di chi ha prodotto arte partendo da soggettività che il sistema dell'arte occidentale ha a lungo trattato come periferia, come alterità esotica, come voce secondaria rispetto al centro che si auto-attribuisce il diritto di nominare e catalogare.
Lida Abdul, afghana, porta il suo lavoro video in un contesto in cui la parola Afghanistan evoca immediatamente distruzione, occupazione, collasso. La sua pratica lavora precisamente contro questa riduzione: nei suoi video, corpi e architetture in rovina vengono trattati con una cura quasi liturgica, come se il gesto estetico stesso fosse un atto di resistenza contro l'oblio. Saodat Ismailova, uzbeka, artista e filmmaker di straordinaria intensità, intreccia la tradizione sufi e il cinema d'avanguardia in installazioni che cercano nelle profondità della memoria collettiva qualcosa di più antico e più resistente delle narrazioni che i confini contemporanei impongono.
Mona Hatoum — palestinese nata a Beirut, in esilio a Londra dal 1975 — è da decenni una delle voci più radicali nell'arte contemporanea. La sua pratica trasforma gli oggetti domestici in dispositivi di minaccia latente, rivela la fragilità di ciò che chiamiamo casa quando la casa è stata distrutta o è irraggiungibile. Presentare qui il suo Hotspot III — una sfera di acciaio e neon che riproduce il planisfero illuminato di rosso, come un globo in fiamme o in allarme permanente — significa collocare al centro della riflessione la questione del confine come violenza geografica: chi appartiene a dove, chi ha diritto di stare, chi viene espulso.
Huma Bhabha, nata a Karachi e da decenni negli Stati Uniti, costruisce sculture che sembrano reliquie di civiltà non identificate — figure ibride, ieratiche, consumate dal tempo anche quando sono nuovissime. Il suo lavoro porta il peso di corpi che non trovano rappresentazione nelle narrazioni dominanti: né interamente occidentali, né riducibili alle categorie dell'«arte del Terzo Mondo». Farideh Lashai, iraniana scomparsa nel 2013, partecipa postumo con dipinti, video e parole registrate: la sua presenza è una delle scelte curatoriali più significative, perché introduce nella mostra la dimensione della voce che sopravvive al corpo che l'ha prodotta — e nessuna figura è più pertinente di Turandot, al netto del capovolgimento simbolico, per pensare alla voce femminile come entità che trascende chi la porta.
Madina Joldybek, kazaka, porta i suoi lavori in tessuto e suono — Milk Road (2025-2026) — costruiti a partire da tradizioni materiali che appartengono alla cultura nomade delle steppe dell'Asia centrale. Il tessile come linguaggio: ogni filo che attraversa un ordito è un atto di trasmissione, ogni pattern è una frase in una lingua che si eredita attraverso le mani prima che attraverso le parole. Tala Madani, iraniana-americana, con i suoi video dalla comicità oscura e perturbante porta invece una critica del potere maschile che non ha bisogno di dichiarazioni di intento: i suoi personaggi si muovono in universi grotteschi dove il controllo e la sottomissione si esibiscono fino al punto di rivelare la propria assurdità strutturale.
Said, il Palazzo e lo specchio rovesciato
È impossibile visitare questa mostra senza pensare a Edward Said e alla sua analisi dell'orientalismo come sistema di produzione del sapere al servizio del dominio. Said descriveva come l'Occidente avesse costruito l'Oriente non per conoscerlo ma per definire se stesso per contrasto: razionale contro irrazionale, progresso contro tradizione, civiltà contro barbarico. Turandot è un caso da manuale di questo meccanismo: la principessa persiana trasformata in cinese, resa fredda e crudele per renderne più eccitante la conquista da parte dell'eroe occidentale — Calaf, il principe ignoto che trafigge il suo mistero con la risposta a tre enigmi.
La mostra di Ardalan opera un rovesciamento radicale di questo schema: non risponde al dominio orientalista con la celebrazione romantica di un'alterità autentica — che sarebbe l'altra faccia dello stesso esotismo — ma con l'affermazione concreta, materiale, irriducibilmente individuale di undici pratiche artistiche che non hanno bisogno di definirsi per contrasto rispetto a nulla. Queste artiste esistono. Il loro lavoro esiste. La loro sovranità estetica e concettuale non è una concessione del sistema dell'arte occidentale: è un dato di realtà che il sistema dell'arte occidentale ha troppo a lungo ignorato o distorto.
Venezia — la città che faceva arrivare dall'Oriente spezie, seta, porcellana, idee matematiche, strumenti musicali, e che poi rivendeva all'Europa il brivido controllato dell'esotico — è il luogo geograficamente più onesto in cui porre questa domanda: cosa sarebbe stato l'Occidente senza ciò che ha preso dall'Est? E cosa ha fatto, di ciò che prendeva?
Il silenzio che non è mai stato silenzio
TURANDOT: To the Daughters of the East non è una mostra sul silenzio delle donne. È una mostra sulla produzione instancabile di queste donne nonostante i sistemi — politici, religiosi, coloniali, di genere — che quel silenzio hanno cercato di imporre. L'urgenza qui non è quella dell'emergenza umanitaria: è quella dell'intelligenza artistica che non ha mai smesso di lavorare, di creare, di interrogare, indipendentemente da chi si accorgesse o meno di questo lavoro.
Turandot, nella sua versione originaria persiana, non è la principessa crudele che manda a morte i pretendenti. È una donna la cui intelligenza è talmente superiore da risultare incomprensibile al mondo che la circonda, e che sceglie — sceglie, non subisce — la propria inaccessibilità come forma di autodeterminazione. Non ha bisogno di essere domata. Ha bisogno di essere ascoltata.
Le undici artiste di questa mostra hanno la stessa qualità: non attendono il riconoscimento del centro per legittimare il proprio lavoro. Sono già qui. Erano già qui. Dentro le stanze gotiche del Palazzo Franchetti, circondato dall'acqua veneziana che per secoli ha portato avanti e indietro le correnti del mondo, il loro silenzio che non è mai stato silenzio diventa finalmente — e finalmente è la parola giusta — udibile.
TURANDOT: To the Daughters of the East · Parasol unit foundation for contemporary art
ACP–Palazzo Franchetti, San Marco 2847
Venezia · 9 maggio – 31 ottobre 2026
parasolunit.org
TURANDOT: To the Daughters of the East · Parasol unit foundation for contemporary art
ACP–Palazzo Franchetti, San Marco 2847
Venezia · 9 maggio – 31 ottobre 2026
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