Il cinema deve disturbare, non confortare.
Michael Haneke
Il cinema deve disturbare, non confortare.
Michael Haneke
Il cinema è un dispositivo capace di mettere in scena l’irriducibilità del reale, la crisi dell’azione, la responsabilità senza fondamento, l’ambiguità etica che attraversa il presente.
Il cinema sofisticato non è oggi un residuo elitario, né un lusso per pochi, ma un’arte capace di produrre una visione del mondo non immediatamente assimilabile, non riducibile a informazione, non catturabile dall’economia dell’attenzione. Non va inteso come semplice linguaggio o industria culturale, ma come luogo in cui la conoscenza assume una forma sensibile, temporale, conflittuale. In un’epoca in cui tutto comunica e nulla pensa, il cinema, un certo tipo di cinema, si fa veicolo artistico che resiste, che continua – ostinatamente – a pensare senza comunicare nel senso dominante del termine.
La sua funzione non è informare, ma mostrare. Non trasmettere solo contenuti, ma mettere in crisi le forme stesse attraverso cui il contenuto diventa leggibile. È in questo senso che il cinema può essere inteso come erede laico della tragedia: non perché ne replichi la struttura, ma perché ne assume il compito politico fondamentale, quello di rendere visibile il conflitto senza risolverlo, di mostrare l’irriducibilità del reale contro ogni pedagogia della semplificazione.
Il cinema sofisticato non occupa oggi una posizione marginale perché avrebbe perso rilevanza, ma perché rifiuta di adattarsi alle forme dominanti della comunicazione. La sua marginalità è il segno di una resistenza. In un tempo che chiede trasparenza, velocità, consenso, il cinema che pensa sceglie l’opacità, la durata, il dissenso. Non per nostalgia, ma per necessità teorica.
Il cinema non compete con l’informazione. Non ne condivide il compito, né il metodo. L’informazione ordina il mondo riducendolo a dato; il cinema, quando è all’altezza del proprio statuto, espone il mondo come problema. Questa differenza non è formale, ma epistemologica. Laddove l’informazione presuppone un soggetto già orientato, il cinema mette in crisi l’orientamento stesso.
Questa funzione affonda le sue radici nella tragedia antica. Per Aristotele, la tragedia non è uno strumento morale, ma una forma di conoscenza che agisce attraverso la messa in scena del conflitto. La mimesi non riproduce il reale: lo rende intelligibile proprio perché ne mostra l’irriducibilità. La catarsi non pacifica, ma produce uno scarto nello sguardo, una riorganizzazione dell’esperienza che passa per l’attraversamento della paura e della pietà.
Il cinema eredita questa funzione tragica in un mondo desacralizzato. Il destino non è più inscritto nel mito, ma nelle strutture impersonali che regolano l’esistenza: economia, tecnica, linguaggio, storia. I personaggi del cinema contemporaneo non combattono contro gli dèi, ma contro sistemi che non hanno volto e che proprio per questo risultano ineludibili. Il tragico non risiede più nell’eccezione, ma nella normalità.
È in questo contesto che il cinema diventa una forma privilegiata di pensiero etico-esistenziale. Non perché offra modelli, ma perché espone l’insufficienza di ogni modello. La responsabilità non si fonda più su principi universali, ma emerge come problema situato, contingente, spesso insolubile. Il cinema mantiene aperta questa tensione.
André Bazin aveva compreso che questa apertura non è un limite, ma la condizione stessa di un cinema politicamente responsabile. Il realismo, per Bazin, non consiste nel dire la verità sul mondo, ma nel rispettarne l’ambiguità. Ogni scelta formale che riduce il reale a significato univoco è già una forma di violenza simbolica. Difendere la continuità del tempo e la complessità dello spazio significa restituire allo spettatore la possibilità – e il peso – dell’interpretazione.
Con Gilles Deleuze, il cinema entra definitivamente nel territorio del pensiero filosofico. L’immagine-movimento organizza il mondo secondo una logica dell’azione finalizzata; l’immagine-tempo emerge quando questa logica entra in crisi. Non si tratta di una crisi narrativa, ma ontologica. Il soggetto non sa più come agire perché il mondo non garantisce più una corrispondenza tra azione e senso. Il cinema registra questa frattura non come tema, ma come struttura.
In questo senso, il cinema contemporaneo non rappresenta il tempo: lo fa esperire. La durata, l’attesa, la sospensione, la ripetizione diventano forme di conoscenza. Il pensiero non procede più per concetti, ma per immagini che resistono alla sintesi. È qui che il cinema si distingue radicalmente da ogni altra forma di divulgazione: non trasmette sapere, ma mette in crisi le condizioni stesse del sapere.
Pensatori come Benjamin, Kracauer, Brenez, hanno visto nel cinema un luogo privilegiato in cui la modernità prende coscienza di sé, non attraverso la celebrazione del progresso, ma attraverso l’emersione delle sue fratture. Più recentemente, Rancière e Didi-Huberman hanno insistito sul carattere conflittuale dell’immagine: il cinema non organizza il visibile in modo neutro, ma redistribuisce ciò che può essere visto, detto, pensato.
Umberto Curi, riflettendo sul sapere tragico, ha chiarito che il mito non serve a spiegare il mondo, ma a esporre l’uomo alla propria responsabilità senza fondamento. Il cinema che assume questa eredità lascia che il conflitto resti visibile, non per compiacimento, ma per rigore.
In questo quadro, la cinematografia di Lars von Trier assume un valore paradigmatico. Non perché rappresenti un’estetica estrema, ma perché porta alle estreme conseguenze la funzione tragica del cinema. Nei suoi film, il dolore non è mai tematizzato come eccezione, ma come struttura. La violenza non è spettacolarizzata, ma resa ineludibile. Lo spettatore non è chiamato a identificarsi, ma a sostenere una posizione scomoda, spesso insostenibile.
Von Trier non cerca la catarsi. Produce residui. I suoi film lasciano qualcosa che non si risolve, che non si assorbe, che continua a lavorare nello spettatore. È in questo senso che il suo cinema è profondamente etico: non perché insegni cosa pensare, ma perché costringe a confrontarsi con ciò che non può essere giustificato.
Un cinema di questo tipo è incompatibile con la logica dominante delle piattaforme e dell’algoritmo. Non perché rifiuti la tecnologia, ma perché rifiuta la riduzione del tempo a consumo e dello sguardo a comportamento misurabile. La sua complessità, la sua abissalità, la sua opacità non sono difetti: sono prese di posizione.
In un’epoca in cui anche l’intelligenza artificiale promette immagini sempre più efficienti, coerenti e rassicuranti, il cinema sofisticato insiste sull’errore, sull’eccesso, sull’ambiguità. Non produce visioni del mondo immediatamente condivisibili. Produce esperienze che dividono, che disturbano, che obbligano a pensare.
Forse è proprio per questo che il cinema continua a essere, oggi, uno dei pochi luoghi in cui il pensiero non è ancora del tutto funzionalizzato. Non perché sia esterno al sistema, ma perché ne attraversa le contraddizioni senza risolverle. Il cinema che conta non produce consenso, non ottimizza l’esperienza, non traduce il conflitto in valore. Resta improduttivo rispetto alle logiche dominanti, e proprio per questo politicamente significativo.
Il cinema espone. Espone soggetti, tempi, corpi, decisioni senza fondamento. Espone l’insufficienza delle categorie morali disponibili, la fragilità delle narrazioni dominanti, l’impossibilità di chiudere il senso. In questa esposizione non c’è promessa, né risarcimento simbolico. C’è solo la persistenza del problema.
In un’epoca che neutralizza il conflitto trasformandolo in comunicazione, in storytelling o in dato, il cinema che resiste mantiene il conflitto nella sua forma non riconciliata. Non lo rende condivisibile, non lo rende consumabile. Lo lascia operare come attrito.
È in questo attrito che il cinema conserva oggi la sua funzione politica essenziale: non come strumento di intervento diretto, ma come luogo in cui il pensiero può ancora sottrarsi alla logica della prestazione, della trasparenza, dell’efficienza. Rende visibile l’assenza di vie d’uscita. E rifiuta di mascherarla.
L’arte è la promessa di felicità che viene spezzata.
Theodor W. Adorno