"Made in China" di Fabio Masi, Hotel de Russie, Roma, 2 luglio 2026
C'è un momento, in ogni vera esperienza di soglia, in cui lo sguardo che credevamo rivolto altrove si rivolge su di noi. È questo l'effetto che produce "Made in China", il documentario di Fabio Masi presentato ieri in anteprima nella cornice raccolta dell'Hotel de Russie, e che approderà sabato 11 luglio alle 20 su Rai3. Non un reportage nel senso tradizionale del termine, ma quello che si potrebbe definire un instant movie: un montaggio di interviste, sguardi, entusiasmi mal trattenuti, capace di restituire l'emotività grezza di un gruppo di occidentali messi improvvisamente di fronte a un futuro già compiuto altrove. Tornando da poco io stessa da un viaggio in Cina, ho trovato in questa proiezione qualcosa di più di un semplice documento: vi ho riconosciuto la stessa vertigine, lo stesso spaesamento produttivo di pensiero che si prova quando l'Altro smette di essere un'ipotesi teorica e diventa ORGANIZZAZIONE, infrastruttura visibile, funzionante, quotidiana
Il viaggio come dispositivo filosofico
Nato da un'idea di Giancarlo De Leonardo, presidente della Fondazione Innovation Bridge, e prodotto da Growing Production (Corrado Tatangelo e Benedetto Orestini), il film segue un manipolo di imprenditori, direttori di banca ed esperti di intelligenza artificiale lungo un itinerario che ripercorre, con understatement quasi ironico, le tappe della via della seta di marco poliana memoria: Pechino, Shanghai, Shenzhen, Hong Kong. Le soste presso i giganti dell'innovazione cinese – Xiaomi, Alibaba, BYD, Geely – non sono semplici location produttive ma vere e proprie stazioni di un pellegrinaggio laico, dove la tecnologia assume la funzione che un tempo apparteneva al sacro: quella di rivelare, attraverso lo spaesamento, la fragilità delle nostre categorie interpretative.
De Leonardo, nelle sue dichiarazioni, insiste su un punto che meriterebbe ben più di una battuta a margine: l'innovazione, dice, "non è soltanto una questione di tecnologia, ma soprattutto di visione". È un'affermazione che, letta in controluce, apre una crepa politica non da poco: se il ritardo italiano nell'adozione dell'intelligenza artificiale — solo il 33% delle aziende dichiara di averla implementata, il 76% delle PMI non ha investito né prevede di farlo, appena il 7% avvia percorsi formativi strutturati, secondo i dati Aon (Human Capital Trends Study 2026) e dell'Osservatorio Innovazione Digitale nelle PMI del Politecnico di Milano — non è un problema tecnico bensì un deficit di immaginazione collettiva, allora la vera posta in gioco non è l'aggiornamento degli strumenti ma la sopravvivenza stessa di un certo modo occidentale di pensarsi nel tempo.
Il piano sequenza della piscina: biopolitica in costume da bagno
Tonino Pinto, intervenuto nel dibattito successivo alla proiezione, ha giustamente definito il prodotto di straordinaria attualità occorre sottolineare che il documentario ha un cuore pulsante, un momento in cui la regia smette di raccontare e comincia a interrogare: è l'estratto tratto da "Human" — la trilogia cinematografica evocata nel montaggio — con quella piscina gremita di corpi cinesi, letteralmente incollati l'uno all'altro tra ciambelle e galleggianti colorati. Una sequenza che funziona da vera e propria "blobata" — nel senso più alto e dissacrante che il termine ha assunto nella tradizione della trasmissione Rai che quel materiale ospiterà (l'appuntamento è per sabato 11 luglio alle 20 su Rai3). Dietro l'apparente leggerezza balneare si nasconde infatti una domanda che è insieme estetica e politica: cosa resta della privacy, cosa resta della libertà individuale, quando la densità dei corpi diventa essa stessa un valore, un'estetica, quasi un'etica condivisa? La piscina cinese, in questo senso, non è folklore ma dispositivo foucaultiano: un luogo dove il controllo si esercita non per repressione ma per prossimità, non per divieto ma per assenza di distanza.
Libertà, sicurezza e la tentazione totalitaria
È proprio qui che il documentario, pur restando nel registro del racconto di viaggio, sconfina nella riflessione politico-esistenziale più urgente del nostro tempo: il rapporto — mai risolto, sempre riaperto da ogni nuova crisi — tra libertà e sicurezza. Nel dibattito che ha animato la terrazza dell'Hotel de Russie dopo la proiezione, i partecipanti al viaggio non hanno nascosto un'ambivalenza che è essa stessa il vero soggetto del film: l'ammirazione per un sistema capace di orchestrare milioni di vite con un'efficienza impensabile in Europa si mescola al disagio verso ciò che, non troppo velatamente, assomiglia a un regime totalitario nella sua accezione più classica — quella di una società che ha declinato lo spazio del dissenso in virtù di un ordine funzionante. Le proposte emerse nella discussione, per quanto formulate quasi come provocazioni conviviali — vietare agli influencer di esprimersi pubblicamente senza una laurea, vietare i licenziamenti quando la sostituzione avviene per mano dell'intelligenza artificiale — non sono che varianti occidentali dello stesso impulso: normare l'imprevedibile, proteggere attraverso il vincolo, scambiare la libertà negativa (il diritto di sbagliare, di essere incompetenti, di essere sostituiti) con una sicurezza positiva imposta dall'alto. È il paradosso che Hannah Arendt avrebbe riconosciuto senza esitazioni: il totalitarismo non nasce mai come violenza dichiarata, ma come promessa di ordine contro il caos della libertà.
Un titolo che si morde la coda
Il titolo merita una menzione a parte, perché è forse il gesto più sottilmente politico dell'intera operazione. "Made in China", dicitura che per decenni in Occidente ha significato scarsa qualità, produzione seriale e a basso costo, viene qui rovesciata in chiave quasi sarcastica: non più il marchio della copia ma quello dell'anticipazione, non più il segno della subalternità industriale ma quello di un'egemonia tecnologica che si costruisce silenziosamente, mentre l'Europa discute ancora di regolamentazione. In un contesto geopolitico segnato dal confronto strategico tra Stati Uniti e Cina, dal recente incontro tra Donald Trump e Xi Jinping e da un dibattito globale sull'intelligenza artificiale sempre più incandescente, l'ironia del titolo si trasforma in interrogativo aperto: cosa significherà, tra dieci anni, la dicitura "Made in China"? E soprattutto: cosa significherà, nello stesso arco di tempo, la dicitura "Made in Europe"?
Conclusione: lo specchio non mente
"Made in China" non pretende di rispondere a queste domande, e proprio in questo sta la sua onestà intellettuale. Fabio Masi costruisce un'opera che rifiuta la tesi precostituita per lasciare spazio alla testimonianza viva, al dubbio, alla contraddizione dei suoi stessi protagonisti — imprenditori e banchieri che oscillano tra entusiasmo e inquietudine, tra ammirazione e allarme. Il documentario, in fondo, non parla della Cina. Parla di noi, del nostro modo di guardare altrove per non guardarci dentro. E se è vero, come recita la frase che ha ispirato il progetto, che la prima volta in Cina non cambia il modo di vedere l'Oriente ma cambia il modo di vedere l'Occidente, allora la vera domanda che resta sospesa nell'aria della terrazza romana, tra un calice e l'altro, è se l'Occidente sia ancora disposto a guardarsi allo specchio senza distogliere lo sguardo.
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