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Venezia 83: il lupo e l'agnello, Ezra Pound e il cinema. Anatomia di una conferenza stampa
LIFESTYLE July 23, 2026

Venezia 83: il lupo e l'agnello, Ezra Pound e il cinema. Anatomia di una conferenza stampa

 Haec propter illos scripta est homines fabula, qui fictis causis innocentes opprimunt. (Fedro) 
Questa favola riguarda tutti coloro che, inventando pretesti, schiacciano gli innocenti. 

La conferenza stampa di presentazione dell'83ª Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica si è aperta con un prologo che, più che introdurre il programma, ha voluto definire un campo di tensione. Pietrangelo Buttafuoco non ha scelto il linguaggio amministrativo né quello della diplomazia istituzionale: ha preferito quello del mito, della favola e della letteratura, costruendo un discorso nel quale la difesa della Biennale si è trasformata in una riflessione sulla libertà culturale e, inevitabilmente, in una dichiarazione politica. 
La sua introduzione è stata scandita da una trama di rimandi colti. Dal lupo evocato attraverso la tradizione classica – oscillando fra Tito Livio e la parabola morale di Fedro – fino alle suggestioni poetiche di Ezra Pound, Buttafuoco ha costruito un immaginario in cui la Biennale diventa l'agnello sottoposto al giudizio di un potere esterno che pretende di stabilire i confini della legittimità culturale. Il riferimento non era affatto astratto. Il presidente ha ricordato come la Commissione europea abbia inviato tre lettere ufficiali alla Biennale e abbia successivamente revocato circa due milioni di euro di finanziamenti, una decisione che l'istituzione veneziana intende contestare sul piano giuridico. 
È proprio qui che emerge il paradosso più interessante dell'intervento. Mentre rivendica con forza che la Biennale e la Mostra "non fanno politica", Buttafuoco trasforma quella stessa rivendicazione in un gesto inevitabilmente politico. La denuncia del comportamento delle istituzioni europee, il richiamo alla libertà d'espressione come valore minacciato, il ricorso alle allegorie del lupo e dell'agnello: tutto contribuisce a spostare il discorso dal terreno dell'organizzazione culturale a quello dello scontro simbolico. L'idea di neutralità viene così affermata attraverso una retorica combattiva che finisce per mettere in scena proprio quel conflitto dal quale la Mostra dichiara di voler rimanere distante. 
Non si tratta, tuttavia, di una contraddizione casuale. È piuttosto il riflesso di un'epoca nella quale nessuna grande istituzione culturale può più presentarsi come semplice luogo di esposizione o di selezione artistica. Ogni scelta, ogni esclusione, ogni finanziamento diventa materia di dibattito pubblico. Buttafuoco sembra esserne perfettamente consapevole e sceglie allora di occupare quello spazio prima che siano altri a definirlo. La sua è una retorica identitaria, costruita sul lessico della libertà, della ricerca e dell'autonomia dell'arte, ma anche sulla convinzione che oggi la cultura sia costantemente sottoposta a pressioni esterne 
È significativo che, terminata questa lunga premessa, il tono della conferenza cambi radicalmente. 
 Con Alberto Barbera il linguaggio abbandona la metafora per tornare alla concretezza del cinema. Dove Buttafuoco aveva costruito un racconto sulla libertà delle istituzioni, Barbera costruisce un racconto sulla vitalità delle immagini. La sua introduzione è meno enfatica e più analitica, ma non meno ambiziosa. Davanti alle ricorrenti diagnosi sulla crisi delle sale e sul presunto tramonto del cinema, il direttore artistico ribalta la prospettiva: basta osservare il panorama internazionale, sostiene, per accorgersi che il cinema continua a essere uno dei più potenti strumenti di conoscenza del presente, capace di interpretare i conflitti, le trasformazioni sociali e le inquietudini del nostro tempo meglio di qualsiasi cronaca. Persino il successo spettacolare dell'Odissea di Christopher Nolan viene evocato come prova che il cinema, lungi dall'essere un linguaggio esausto, continua a rigenerarsi e a produrre nuove forme di meraviglia. 
Questa idea attraversa l'intero programma dell'83ª Mostra. Più che inseguire un unico indirizzo estetico, Barbera propone una geografia estremamente ampia del cinema contemporaneo, nella quale convivono autori consacrati e nuove voci, produzioni europee, asiatiche e americane, opere intime e grandi affreschi politici. Il concorso appare costruito come una mappa delle inquietudini contemporanee: memoria storica, identità, migrazioni, guerre, trasformazioni della famiglia, crisi della democrazia e nuove forme dell'immaginario si riflettono in film molto diversi tra loro, accomunati dalla volontà di interrogare il presente piuttosto che limitarsi a raccontarlo. 
Se si osserva il cartellone nel suo insieme, emerge inoltre una precisa impressione curatoriale. Barbera sembra aver privilegiato un cinema della misura più che dell'eccesso, della riflessione più che della provocazione, costruendo un concorso nel quale prevalgono opere che interrogano il presente attraverso la memoria, la storia, i legami familiari, le fratture geopolitiche e le trasformazioni dell'identità. Accanto ai grandi nomi internazionali, colpisce la presenza di un cinema italiano particolarmente solido, rappresentato da autori che, pur con poetiche molto differenti, sembrano condividere una comune esigenza di confrontarsi con il reale senza indulgere nell'autocompiacimento. La selezione nazionale restituisce l'immagine di un settore maturo, capace di alternare ricerca formale e racconto, evitando tanto il manierismo quanto l'ansia di inseguire modelli produttivi internazionali. 
È difficile, naturalmente, formulare giudizi sulla qualità artistica prima della visione dei film. Tuttavia, dalla composizione del programma emerge una linea culturale piuttosto riconoscibile: una fiducia nel cinema d'autore come luogo di responsabilità, disciplina e rigore intellettuale. Una linea che, curiosamente, sembra evocare quella che Max Weber avrebbe definito un'etica protestante del lavoro: sobrietà, metodo, controllo, rifiuto dell'ornamento superfluo, valorizzazione della serietà dell'opera rispetto alla sua spettacolarizzazione. È un festival che appare quasi diffidente nei confronti dell'effetto facile, preferendo la costruzione paziente di un discorso artistico. 
Eppure, proprio come nell'analisi weberiana, questa apparente austerità non elimina le logiche del sistema, ma finisce per conviverci. Dietro la compostezza della selezione si intravede infatti una macchina perfettamente consapevole del proprio ruolo nell'economia simbolica e industriale del cinema contemporaneo. Il prestigio autoriale, la presenza dei grandi registi, l'equilibrio fra cinema indipendente e produzioni di forte richiamo internazionale, la capacità di intercettare il dibattito critico globale: tutto contribuisce a consolidare il valore competitivo della Mostra all'interno del circuito dei grandi festival. Parafrasando Weber, si potrebbe dire che sotto la superficie di un'etica della sobrietà continui a pulsare lo spirito del capitalismo culturale, dove anche il rigore estetico diventa una forma di capitale simbolico, uno strumento di legittimazione e, inevitabilmente, di posizionamento nel mercato internazionale delle immagini. 
In questo senso il programma di Barbera appare insieme coerente e consapevole. Non rincorre l'evento mediatico fine a sé stesso, ma nemmeno rinuncia alla funzione strategica che Venezia occupa oggi nell'industria audiovisiva mondiale. È proprio questo equilibrio, sottile e mai completamente risolto, fra vocazione culturale e centralità economica, a costituire uno degli aspetti più interessanti dell'edizione appena presentata. 
Anche il ritorno di Nanni Moretti assume un valore simbolico. Barbera ricorda con elegante autoironia l'esclusione di Palombella rossa nel 1989, definendola un errore che oggi la Mostra può finalmente correggere. È un gesto che racconta una concezione della direzione artistica capace di fare i conti con la propria storia senza trasformarla in monumento, riconoscendo che anche un festival costruisce la propria identità attraverso revisioni, ripensamenti e autocritiche. 
Alla fine della conferenza rimane soprattutto questa duplice impressione. Da una parte una presidenza che sente il bisogno di difendere pubblicamente l'autonomia della Biennale, utilizzando un linguaggio volutamente polemico, letterario e simbolico; dall'altra una direzione artistica che preferisce lasciare ai film il compito di rispondere al presente. Due registri molto diversi, quasi opposti, che tuttavia finiscono per completarsi. 
Perché se Buttafuoco insiste sul diritto delle istituzioni culturali di esistere senza condizionamenti politici, Barbera dimostra, attraverso il programma stesso, che il cinema continua inevitabilmente a confrontarsi con la politica, con la storia e con le fratture del mondo. È forse questa la vera immagine emersa dalla conferenza stampa: una Mostra che rivendica la propria autonomia proprio nel momento in cui accetta che il cinema, per sua natura, non possa mai essere neutrale. Non perché faccia propaganda, ma perché ogni autentica opera d'arte finisce sempre per interrogare il tempo in cui nasce.