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Don't Let The Sun
2025 • 100 min

Don't Let The Sun

3.5
Questo film è stato presentato a
🤍 IMDb

Synopsis

 In un futuro prossimo devastato da un caldo permanente che costringe gli esseri umani a vivere nell’ombra e nella notte, Jonah lavora per un’agenzia che vende simulazioni affettive: interpreta padri, figli, compagni, presenze emotive da noleggiare per colmare il vuoto relazionale di una società ormai incapace di sostenere la prossimità autentica. Quando viene incaricato di diventare il padre sostitutivo della giovane Nika, qualcosa nel suo dispositivo emotivo comincia a incrinarsi. In quella relazione costruita artificialmente affiora infatti una domanda più radicale: se ogni legame è performativo, dove termina la recita e dove comincia il bisogno reale di essere riconosciuti? 
 
 

Review

4 min read
Recensito da Beatrice · 12. May 2026
Chi non ha maschere non ha volto 
Luigi Pirandello 
 
Con Don’t Let the Sun, la regista Jacqueline Zünd costruisce una distopia intima, quasi silenziosa, in cui la fantascienza non serve a immaginare il futuro ma a rendere visibile il deserto emotivo del presente. Il sole che brucia la superficie del mondo non è soltanto una minaccia climatica: è la manifestazione fisica di un’esposizione eccessiva, di una luce che consuma ogni possibilità di vicinanza. Gli individui sopravvivono così in una notte artificiale, protetti da ambienti asettici, attraversati da relazioni temporanee e contratti sentimentali. 
 
L’idea delle “agenzie affettive” proviene direttamente da una pratica realmente esistente in Giappone, dove imprese specializzate offrono parenti, partner o amici a pagamento per compensare assenze, lutti e fallimenti sociali. Ma Zünd evita qualsiasi fascinazione sociologica o curiosità antropologica: ciò che le interessa non è l’eccentricità del fenomeno, bensì il suo significato ontologico. Il film interroga infatti la natura stessa dell’identità contemporanea, ormai ridotta a funzione, prestazione, simulazione disponibile sul mercato. 
 
In questo senso il dialogo più evidente è con Alps di Yorgos Lanthimos, dove un gruppo di individui sostituiva i morti interpretandone gesti e abitudini per alleviare il dolore dei sopravvissuti. Tuttavia, mentre Lanthimos osservava il dispositivo con uno sguardo clinico, glaciale, quasi entomologico, Zünd introduce una vibrazione più fragile e malinconica. In Don’t Let the Sun permane ancora la possibilità di un cedimento emotivo autentico. Jonah non è soltanto un corpo che esegue un ruolo: è un individuo svuotato che lentamente scopre come l’imitazione possa produrre un residuo di verità. 
 
Ma il riferimento forse più profondo è Noriko’s Dinner Table di Sion Sono, opera che già nei primi anni Duemila aveva intuito come la dissoluzione della famiglia contemporanea avrebbe trasformato l’identità in una superficie recitabile. Nel film di Sono, i personaggi affittavano famiglie per sostituire quelle reali, perdendosi progressivamente in una spirale di ruoli e sdoppiamenti. Zünd riprende quella stessa intuizione ma la sposta in un paesaggio terminale, post-climatico, dove non è più soltanto la famiglia a essersi dissolta: è l’intera possibilità di una presenza stabile nel mondo. 
 
Il volto di Jonah diventa allora il centro del film. Levan Gelbakhiani lo interpreta come una figura sospesa, quasi svuotata dall’interno, un uomo che ha imparato a sopravvivere cancellando se stesso dentro le aspettative altrui. Ogni gesto appare controllato, ogni parola filtrata da una distanza emotiva che il film traduce visivamente attraverso architetture geometriche, superfici di cemento e ambienti divorati dalla luce. La fotografia trasforma la città in uno spazio metafisico, non lontano da certi deserti antonioniani: luoghi dove il problema non è più comunicare, ma verificare se esista ancora qualcuno da raggiungere. 
 
C’è una certa prevedibilità nella traiettoria del racconto. Fin dai primi minuti è chiaro che la simulazione affettiva finirà per produrre un residuo autentico di sentimento. Il film accompagna questa scoperta con sensibilità, ma senza mai sorprenderla davvero o metterla radicalmente in crisi. 
 
Eppure, proprio questa sua incompiutezza teorica rende Don’t Let the Sun interessante. Non è un film totalmente riuscito, ma è un’opera che tenta di interrogare una questione centrale del presente: la trasformazione delle emozioni in servizi, dell’identità in performance, della vicinanza in contratto. Più che una distopia compiuta, sembra il sintomo malinconico di un mondo che ha ormai interiorizzato la finzione come forma ordinaria dell’esistenza. 
 
Il sole del titolo diventa allora qualcosa di più ambiguo di una catastrofe ambientale. È la luce totale del presente, quella che annulla le ombre necessarie all’intimità, che espone ogni relazione alla logica della prestazione e del consumo. Per sopravvivere, i personaggi devono nascondersi nella notte, cioè nello spazio residuale dell’incertezza, del desiderio e della vulnerabilità. 
 
La grande intuizione di Zünd consiste nel non trattare la simulazione come una semplice falsificazione. Nel film, la finzione produce effetti reali. Fingere di essere un padre genera lentamente una forma di responsabilità, così come interpretare un affetto finisce per lasciare tracce emotive concrete. È qui che Don’t Let the Sun supera il cinismo distopico contemporaneo: suggerisce che forse l’essere umano non smette mai completamente di desiderare l’altro, con tutto il disorientamento che questo può comportare, nemmeno dentro un sistema che mercifica ogni emozione. 
 
La simulazione minaccia la differenza tra il vero e il falso 
Jean Baudrillard 
 
 
Questo film era in concorso ufficiale di Locarno Film Festival

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