Synopsis
Una vicenda che ha attraversato confini, governi e coscienze, seguendo il percorso di un giovane ricercatore italiano la cui attività accademica si è scontrata con un sistema politico fondato sulla repressione. Il film ripercorre i mesi che precedono la sua scomparsa al Cairo nel gennaio 2016, il ritrovamento del corpo e le successive indagini, mettendo in luce un intreccio di responsabilità, omissioni e depistaggi che hanno trasformato un omicidio in un caso internazionale irrisolto.
Il racconto si sviluppa attraverso le voci di chi ha vissuto direttamente questa storia: i genitori di Giulio, Paola Deffendi e Claudio Regeni, e l’avvocata Alessandra Ballerini, che li ha affiancati nella lunga battaglia legale. Le loro testimonianze accompagnano lo spettatore lungo un percorso che dalla dimensione privata del lutto si estende progressivamente a quella politica e diplomatica, rivelando le difficoltà di ottenere verità e giustizia quando entrano in gioco equilibri geopolitici e interessi economici.
Attraverso materiali d’archivio, immagini dei luoghi e documenti giudiziari, il film ricompone il contesto in cui Giulio Regeni stava operando: un Egitto segnato da un controllo capillare della società civile, in cui la ricerca sui sindacati indipendenti viene percepita come una minaccia all’ordine costituito. La sua morte insieme alle torture diventano così il punto di emersione di un sistema più ampio, fatto di sorveglianza, violenza istituzionale e sistematica negazione delle responsabilità.
Parallelamente, il documentario segue l’evoluzione del procedimento giudiziario avviato in Italia contro alcuni membri degli apparati di sicurezza egiziani, mostrando un processo che avanza tra ostacoli, rinvii e assenze, e che rende evidente la distanza tra l’affermazione formale dei diritti e la loro effettiva tutela.
Review
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Recensito da Beatrice
· 21. January 2026
L’ingiustizia in qualsiasi luogo è una minaccia alla giustizia ovunque.
Martin Luther King Jr.
Siamo difronte a un’opera che interroga il rapporto tra verità, potere e memoria, muovendosi lungo una linea di tensione costante tra il dolore privato e la responsabilità pubblica. La vicenda di Giulio Regeni, ricercatore italiano ucciso al Cairo nel 2016, è ormai inscritta nella coscienza collettiva europea; ciò che il film riesce a fare è restituirle una densità temporale e morale che va oltre la cronaca e oltre l’indignazione rituale.
Manetti sceglie consapevolmente di sottrarsi alle forme più riconoscibili del cinema d’inchiesta e del true crime. Il suo sguardo non cerca lo scoop né la rivelazione improvvisa, ma costruisce un percorso di immersione attenta, quasi ostinata, negli eventi. Il racconto procede per stratificazione, accumulando immagini, voci e documenti senza mai cedere alla spettacolarizzazione della violenza. La tragedia non è esibita: è evocata attraverso l’assenza, il silenzio, la persistenza di ciò che non trova giustizia. La morte di Regeni non è un’anomalia, ma un evento coerente con un sistema di controllo che si regge sulla sorveglianza e sulla paura.
Il centro del film è occupato dai genitori, Paola Deffendi e Claudio Regeni. Manetti li osserva senza costruire attorno a loro una retorica del dolore. La loro presenza non è emotiva, ma politica. Il lutto si traduce in una pratica: incontrare istituzioni, leggere documenti, insistere. La loro azione non ha nulla di eroico; è una forma di resistenza ordinaria, fondata sulla ripetizione e sulla durata. La loro battaglia per la verità diventa, nel corso del film, una forma di resistenza quotidiana contro l’opacità delle istituzioni e la rimozione diplomatica.
Al centro del film è costante il vuoto che la sua scomparsa ha prodotto, presente nei volti e nelle parole dei genitori, Paola Deffendi e Claudio Regeni, figure che il documentario restituisce con un rigore etico raro. Non sono mai trasformati in simboli retorici del dolore, né in eroi civili da celebrare: sono mostrati come soggetti attraversati da una determinazione che nasce dalla perdita e si trasforma in pratica politica. La loro battaglia per la verità diventa, nel corso del film, una forma di resistenza quotidiana contro l’opacità delle istituzioni e la rimozione diplomatica.
La presenza dell’avvocata Alessandra Ballerini introduce una seconda linea narrativa, più propriamente giuridica, che non spezza mai l’equilibrio del racconto. Il processo, le udienze, le testimonianze dei rappresentanti dello Stato italiano non vengono trattati come momenti risolutivi, ma come frammenti di un dispositivo più ampio, in cui la giustizia appare costantemente differita, sospesa, ostacolata. Il film mostra con lucidità come il diritto, quando si confronta con interessi geopolitici e alleanze economiche, rischi di diventare uno strumento torbido.
Particolarmente efficace è l’uso del materiale d’archivio, che Manetti impiega non come semplice supporto informativo, ma come materia viva. Le immagini delle rivolte egiziane, dei comunicati ufficiali, delle conferenze stampa e dei telegiornali non servono solo a spiegare ma a scandire il tempo mentre accade. È un archivio che non pacifica il passato, ma lo mantiene in uno stato di tensione permanente, ricordando allo spettatore che ciò che viene raccontato non è concluso, né definitivamente archiviato.
In questo senso, anche la componente sonora assume un ruolo decisivo. Le musiche originali di Piernicola Di Muro non accompagnano emotivamente le immagini in modo illustrativo, ma lavorano per sottrazione, sostenendo il ritmo interno del film senza mai guidare forzatamente la rappresentazione. Il suono diventa un elemento di continuità, una corrente sotterranea che lega i diversi livelli del racconto amplificandone la dimensione etica.
Una storia questa che esige attenzione, supporto, interrogazione e la necessita di mettere in crisi comode neutralità. Un’opera che informa, che chiede allo spettatore non solo di sapere, ma di assumere una posizione. E che, nel farlo, restituisce alla figura di Giulio Regeni non l’immagine di una vittima astratta, ma quella di un giovane studioso la cui ricerca sul campo si è scontrata frontalmente con i meccanismi di repressione di un potere che non tollera lo sguardo critico. Un documentario necessario, perché ci ricorda che il male non è mai solo individuale, ma sistemico — e che riconoscerlo è il primo passo per non normalizzarlo.
In tempi di inganno universale, dire la verità è un atto rivoluzionario.
George Orwell