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Onslaught
2026 • 92 min

Assalto Finale

Onslaught
3.0
🤍 IMDb

Synopsis

 Celeste è una ex cecchina dell'esercito che vive con la figlia Daisy in una comunità di roulotte nel deserto del New Mexico. Ha cercato di uscire dalla guerra, ma la guerra, evidentemente continua a perseguitarla. Quando tre supersoldati geneticamente modificati evadono da una struttura militare segreta e cominciano a massacrare gli abitanti della zona, Celeste è costretta a riprendere le armi. La vecchia soldatessa torna così in servizio. 
Solo che questa volta non c'è nessuna patria da difendere, nessun superiore a cui obbedire, nessuna missione da portare a termine. C'è sua figlia.
Ed è una differenza enorme. 

Review

7 min read
Recensito da Beatrice · 22. September 2026
 La forza che fa il diritto; il potere, e il suo strumento, la violenza. 
Ursula K. Le Guin 

C'è una donna, in Onslaught, che non somiglia molto alle eroine che il cinema d'azione ci ha abituato a conoscere. 
Come la Arlen di The Bad Batch, Celeste non è elegante, non è disciplinata, non è particolarmente rassicurante. È una ex cecchina dell'esercito, vive in una roulotte nel deserto del New Mexico, ha un arsenale nascosto, un passato militare che continua a riemergere nel corpo e nella memoria e una figlia di sette anni che ama profondamente, pur non essendo affatto sicura di saper fare la madre. 
È proprio questa imperfezione a renderla interessante. 
Adam Wingard costruisce Onslaught come un film di genere dichiaratamente debitore al cinema d'azione e horror degli anni Ottanta: tre supersoldati geneticamente modificati evadono da una struttura militare segreta e trasformano una comunità di roulotte in un territorio di caccia. Celeste, che aveva cercato di lasciarsi alle spalle la guerra, è costretta a riprendere le armi per proteggere Daisy. Tutto al ritmo della sconvolgente grande protagonista colonna sonora di Matthew Pusti. 
La premessa potrebbe sembrare quella di una nuova variazione sul tema della final girl: la donna apparentemente vulnerabile che, quando il mondo maschile della violenza irrompe nella sua vita, scopre di essere più forte dei suoi carnefici. 
Ma Celeste è qualcosa di più ambiguo e quindi più interessante. 
Il cinema ha spesso chiesto alle donne di scegliere una forma precisa di femminilità per poter essere protagoniste. 
La donna può essere indipendente, purché sia impeccabile, può essere madre, purché sia accudente, può essere guerriera, purché sia addestrata, disciplinata, quasi maschile.Celeste invece non rispetta nessuna di queste categorie. 
Ama Daisy, ma non sa sempre come starle accanto. La figlia non è semplicemente il centro della sua esistenza: è anche qualcosa che la mette in crisi, che riapre ferite, che la costringe a confrontarsi con una parte di sé dalla quale aveva tentato di fuggire. 
Adria Arjona ha raccontato Celeste proprio attraverso questa contraddizione: una donna che ama profondamente la propria figlia ma che non è "pronta" a essere madre. È un dettaglio tutt'altro che secondario. 
Perché Onslaught non racconta la maternità come perfezione: la racconta come responsabilità che arriva anche quando non siamo pronti e in questo caso non cancella la donna che esisteva prima. 
Celeste rimane arrabbiata, disordinata, traumatizzata, sessuata, imperfetta, persino egoista. Non smette di essere una persona per diventare una madre, e quando deve proteggere Daisy, non si trasforma magicamente nella "buona madre". 
Diventa qualcosa di molto più primordiale: una donna che difende ciò che ama. 
Ed è qui che la componente femminile di Onslaught acquista una dimensione politica. 
Da una parte c'è Celeste, dall'altra ci sono i supersoldati: sembrano due universi incompatibili, ma in realtà hanno qualcosa in comune: entrambi sono corpi sottoposti alla guerra. 
Celeste è stata addestrata e Ii supersoldati sono stati modificati. 
Lei è stata trasformata in una macchina da combattimento attraverso la disciplina militare, loro attraverso la sperimentazione biologica. 
La differenza è che Celeste può ancora sottrarsi alla propria funzione: può scegliere, i supersoldati no. 
Sono stati costruiti affinché la funzione coincida con la loro stessa esistenza: il potere ha preso il corpo umano e ha cercato di eliminare tutto ciò che poteva renderlo imprevedibile, ossia i sentimenti come la paura, l’empatia, l’esitazione, la libertà… conservando solo l’efficienza. 
È il sogno di ogni sistema totalitario: un corpo che non debba più essere convinto a obbedire perché è stato costruito per obbedire. 
E qui Onslaught diventa, quasi involontariamente, un film sul nostro presente. 
Non perché parli direttamente di intelligenza artificiale: non lo fa, e sarebbe scorretto attribuirgli questa intenzione. Ma perché immagina la stessa ossessione tecnologica che attraversa il nostro tempo: separare una capacità dall'essere umano che la possiede, trasformare l'intelligenza in prestazione, il corpo in strumento, la decisione in procedura. 
Il supersoldato è un essere umano al quale è stata sottratta la possibilità di essere altro. 
Celeste, invece, è una donna che conserva ancora la possibilità di cambiare. 
È significativo che questa possibilità passi proprio attraverso il rapporto con una bambina, Daisy non è semplicemente "la figlia da salvare" ma ciò che impedisce a Celeste di ridursi nuovamente alla propria identità militare, la figlia la costringe a ricordare che esiste qualcosa che non può essere misurato in termini di efficienza. 
Un essere umano non è un bersaglio è un altro essere umano, ed è proprio questo che il potere non sa fabbricare. 
Il laboratorio può modificare il corpo, può potenziarlo, può renderlo più resistente, più rapido, più letale ma non può produrre una relazione, non può programmare l'amore, non può costruire quella forma di responsabilità che nasce dal riconoscere nell'altro qualcosa che non ci appartiene. Almeno per ora… e comunque sarebbe qualcosa di programmato. 
La differenza è che Celeste può ancora scegliere, i supersoldati no: la loro funzione coincide con la loro identità. 
In questo senso Daisy è quasi l'antitesi del laboratorio: il laboratorio produce corpi. La maternità produce relazione. Ed è una differenza politica prima ancora che sentimentale. 
C'è poi qualcosa che il film concede a Celeste e che il cinema ha spesso negato alle donne: la rabbia senza giustificazione
Celeste non deve essere simpatica e non necessariamente composta; arrabiata, volgare, aggressiva, armata, imprevedibile. Può essere madre e contemporaneamente non corrispondere all'immagine rassicurante della maternità. 
È forse questo il femminile più interessante di Onslaught: non la donna che conquista un ruolo tradizionalmente maschile, ma la donna che rifiuta di essere ridotta a un'unica definizione
Madre e combattente, fragile e feroce, accudente e violenta, imperfetta e responsabile, non c'è bisogno di scegliere. 
Ed è proprio qui che il personaggio di Celeste si avvicina alla tradizione delle grandi eroine dell'action — da Ripley in poi — ma con una differenza importante: la sua forza non cancella la vulnerabilità. Wingard ha esplicitamente citato Sigourney Weaver e Ripley come riferimento per il personaggio. 
Ma il vero antagonista di Celeste, alla fine, non è nemmeno il supersoldato ma il sistema che lo ha prodotto. 
Perché i tre uomini mascherati che attraversano il deserto, uccidendo senza esitazione, sono soltanto il prodotto finale di una macchina molto più grande. 
Il film porta così all'estremo una delle forme più antiche della paura contemporanea: il potere che entra nel corpo: un potere che ordina e modifica, sorsveglia, progetta, costruisce, determina. 
Onslaught non è soltanto un film di supersoldati ma una riflessione, sia pure irregolare, sulla libertà. 
Perché la libertà di Celeste non consiste nel non essere violenta ma nel poter scegliere perché esserlo. È l'abisso fra una macchina e una persona. 
Il femminile di Onslaught, allora, non sta soltanto nella protagonista donna, sta nella difesa di un corpo che non vuole coincidere con la funzione che gli è stata assegnata. 
Il corpo femminile è stato per secoli disciplinato, controllato, giudicato, desiderato, riprodotto, medicalizzato, protetto e violato. Il film trasferisce questa storia dentro il linguaggio dell'action: il corpo di Celeste è contemporaneamente quello della madre, della soldatessa, della sopravvissuta, della donna. 
Nessuna di queste identità riesce a contenerlo completamente, Celeste non diventa libera quando diventa più forte. 
Diventa libera quando smette di coincidere con la definizione che qualcun altro ha dato di lei
Il militare l'aveva definita soldato, la maternità potrebbe definirla soltanto madre, la società potrebbe definirla donna traumatizzata, il film le restituisce invece la possibilità più difficile:essere tutte queste cose senza essere riducibile a nessuna. 
Forse per questo la sua arma più importante non è il fucile, è la possibilità di scegliere. 
Il laboratorio può costruire il corpo perfetto per la guerra, può creare il soldato perfetto, può eliminare la paura, può programmare la violenza ma c'è una cosa che il potere, almeno finché resta umano, non riesce completamente a fabbricare: una donna che sappia ancora decidere chi essere. 

Quando oso essere potente, usare la mia forza al servizio della mia visione, diventa sempre meno importante che io abbia paura.
Audre Lorde 
 
 
 
 
 
 

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