Il Paradosso Di Report: Quando La Vittima Diventa Il Problema
Achille non raggiungerà mai la tartaruga.
È uno dei paradossi più celebri formulati da Zenone di Elea: per raggiungere il suo avversario, il più veloce degli uomini deve prima percorrere la metà della distanza che li separa; raggiunto quel punto, dovrà percorrerne ancora la metà; poi ancora la metà della distanza residua, e così all'infinito. Ogni volta che Achille sembra essere sul punto di raggiungere la tartaruga, esiste un'ulteriore distanza da percorrere.
Naturalmente Achille raggiunge la tartaruga. La realtà non è prigioniera del paradosso.
Ma il paradosso rimane, perché Zenone non stava cercando di dimostrare che gli uomini non corrono. Stava mostrando qualcosa di più sottile: che il modo in cui scomponiamo una realtà può produrre una distanza infinita fra noi e la sua spiegazione.
È una distinzione che torna sorprendentemente utile per osservare la vicenda Ranucci-Lavitola.
Perché anche qui sembra di assistere a una progressiva approssimazione alla verità.
Prima c'è l'attentato.
Poi gli esecutori.
Poi gli intermediari.
Poi il mandante.
Poi il movente.
Poi i rapporti personali.
Poi le possibili conseguenze politiche.
E ogni volta che sembra comparire una risposta, si apre una domanda ulteriore.
Chi ha agito? Perché? Per conto di chi? Con quale finalità? E soprattutto: dove finisce la responsabilità di chi ha progettato l'attacco e dove comincia la storia politica dei suoi effetti?
Ma c'è un ulteriore paradosso.
Mentre l'indagine procede nella direzione della vittima per ricostruire chi abbia voluto colpirla, una parte del dibattito pubblico sembra procedere nella direzione opposta: dalla vittima verso la sua esposizione, il suo lavoro, i suoi rapporti, la sua trasmissione.
La domanda diventa allora quasi zenoniana.
Quanto ci avviciniamo alla verità sull'attentato mentre, passo dopo passo, rischiamo di allontanarci dalla domanda originaria: chi ha colpito Ranucci e perché?
Possiamo osservare un fenomeno: la vittima dell'attentato è progressivamente diventata oggetto di un'altra forma di scrutinio politico e mediatico.
E allora la domanda non è più soltanto chi abbia voluto colpire Ranucci.
È anche:
che cosa succede a una storia quando il bersaglio, invece di rimanere soltanto il destinatario dell'aggressione, finisce per diventare il bersaglio della narrazione che segue?
È da questa domanda che comincia il nostro viaggio
Recensito da Beatrice
13. August 2026
C'è un momento, nelle vicende che intrecciano cronaca giudiziaria, potere e informazione, nel quale la domanda più importante non è necessariamente quella che occupa le prime pagine. A volte è una domanda laterale, quasi metodologica: che cosa accade al racconto di un attentato quando, invece di concentrarsi sull'attentato, il discorso pubblico comincia a concentrarsi sulla vittima?
La vicenda che coinvolge Sigfrido Ranucci e Valter Lavitola presenta oggi precisamente questo interrogativo.
Non perché sia possibile — né corretto — anticipare verità giudiziarie che dovranno essere accertate nelle sedi competenti. Ma perché la successione degli avvenimenti e delle reazioni pubbliche produce un paradosso che merita di essere osservato con freddezza.
Prima l'attentato. Poi l'indagine. Poi l'individuazione dei presunti esecutori materiali. Poi l'emersione della figura di Lavitola come presunto mandante. E, parallelamente, l'apertura di un fronte politico e mediatico non tanto sull'aggressione subita da Ranucci, quanto sui suoi rapporti con Lavitola e sulla permanenza del giornalista alla guida di Report.
La Rai, nel luglio scorso, ha sospeso cautelativamente le repliche estive di Report, dichiarando di voler tutelare il patrimonio editoriale della trasmissione in attesa di maggiore chiarezza sulla vicenda. La decisione arrivò mentre si annunciava un esposto sulla relazione Ranucci-Lavitola.
E adesso, dopo l'arresto di Lavitola, il salto è diventato ancora più evidente: c’è chi ha sostenuto la necessità di una prosecuzione di Report senza Ranucci.
È qui che il caso smette di essere soltanto giudiziario e diventa, inevitabilmente, una questione politica.
La domanda sbagliata
Non è irragionevole chiedersi quale fosse realmente il rapporto fra Ranucci e Lavitola. Anzi: è una domanda doverosa.
Non è irragionevole chiedersi se rapporti personali possano avere avuto qualche riflesso sull'attività giornalistica di Report. Anche questa è una domanda legittima, purché venga affrontata con documenti, verifiche e metodo.
Lo stesso Ranucci ha negato che Lavitola abbia condizionato le inchieste della trasmissione, sostenendo che non esista alcuna inchiesta di Report condizionata dal rapporto con lui.
Il punto problematico nasce altrove.
Perché l'attentato dovrebbe trasformarsi, prima ancora di una conclusione giudiziaria, in una ragione per mettere in discussione la vittima e il programma che conduce?
La domanda non contiene una risposta. Ma contiene una contraddizione.
Se Ranucci è la persona destinataria dell'attentato, e se Lavitola è accusato di averne organizzato la realizzazione, la conseguenza politica non dovrebbe essere innanzitutto quella di chiedersi chi abbia ordinato l'attacco, perché, attraverso quali intermediari e con quale finalità?
E invece il discorso pubblico ha progressivamente introdotto un'altra questione: Ranucci deve continuare a fare Report?
È uno slittamento semantico prima ancora che politico.
La vittima diventa il problema.
Il paradosso dell'attentato
La vicenda assume un'ulteriore complessità alla luce della ricostruzione investigativa attribuita agli inquirenti.
Lavitola è accusato di essere il mandante dell'attentato; gli investigatori hanno ricostruito una catena che comprenderebbe anche presunti intermediari ed esecutori materiali. Il Riesame ha confermato le misure cautelari nei confronti degli indagati.
Ma la questione più singolare riguarda il possibile movente.
Secondo quanto emerso dalle carte e dalle ricostruzioni investigative, l'azione contro Ranucci avrebbe potuto essere concepita non semplicemente come un gesto di intimidazione, ma all'interno di un disegno nel quale la maggiore esposizione pubblica del giornalista avrebbe potuto persino favorirne una futura trasformazione in protagonista politico. È una ricostruzione investigativa, non una verità acquisita, e proprio per questo va trattata come tale.
Se fosse confermata, ci troveremmo davanti a un paradosso quasi kafkiano.
Da una parte:
un attentato destinato, secondo l'ipotesi accusatoria, a incidere sulla traiettoria pubblica di Ranucci.
Dall'altra:
la reazione politica che tende a incidere sulla sua traiettoria professionale proprio attraverso la messa in discussione di Report.
Due movimenti opposti che finiscono, curiosamente, per incontrarsi sullo stesso punto: il futuro pubblico di Ranucci.
Questo non dimostra alcun disegno comune. Sarebbe una deduzione arbitraria. Ma rende legittimo osservare con attenzione la dinamica degli effetti.
Digressione: L'analogia con Pasolini
Ed è qui che torna una formula che, a prima vista, potrebbe sembrare soltanto provocatoria:
Pelosi sta a Pasolini come Lavitola sta a Ranucci.
L'analogia non deve essere intesa come equivalenza giudiziaria. I due casi sono radicalmente diversi, e sarebbe intellettualmente scorretto sovrapporli.
Ma esiste una struttura narrativa che li rende comparabili.
Nel caso Pasolini, Giuseppe Pelosi diventò immediatamente una figura centrale nella spiegazione dell'omicidio: era la persona che si trovava con Pasolini quella notte e fu condannato per l'omicidio. Nel corso degli anni, tuttavia, le sue versioni cambiarono e la vicenda rimase attraversata da interrogativi sulla presenza di altre persone e sulla possibilità che la sua posizione non esaurisse tutta la complessità del caso.
Nel caso Ranucci, Lavitola occupa una posizione completamente diversa ma, per certi aspetti, narrativamente altrettanto potente: non è il presunto esecutore materiale, bensì la figura indicata dagli inquirenti come mandante.
La domanda interessante, allora, non è se Pelosi e Lavitola siano "la stessa cosa". Non lo sono.
La domanda è:
quanto della storia si esaurisce nella persona che l'indagine colloca al centro della responsabilità?
Nel caso Pasolini, la domanda storica è rimasta a lungo sospesa:
Pelosi ha agito da solo?
Nel caso Ranucci, una domanda analoga — ma non identica — potrebbe essere:
Lavitola rappresenta l'intera storia dell'attentato, oppure soltanto uno dei livelli della storia?
Non sappiamo ancora la risposta.
Ed è proprio per questo che non dovremmo anticiparla.
Il vero punto: chi controlla la narrazione?
C'è però un livello ulteriore, forse ancora più importante.
Quando un giornalista d'inchiesta subisce un attentato, il primo effetto dovrebbe essere una domanda sul diritto di informare.
Quando emergono rapporti personali controversi, è giusto sottoporli a scrutinio.
Quando emergono possibili conflitti di interesse, è doveroso verificarli.
Ma una cosa è l'indagine giornalistica sul giornalista.
Un'altra è trasformare quella stessa circostanza in una ragione per sottrargli il diritto di svolgere il proprio lavoro, soprattutto quando l'eventuale responsabilità penale di altri soggetti è ancora oggetto di accertamento.
È una distinzione fondamentale perché riguarda un principio che trascende Ranucci.
Se un attentato contro un giornalista produce, come conseguenza politica, la marginalizzazione del giornalista stesso, il problema non riguarda più soltanto quel giornalista.
Riguarda il precedente che si crea.
Non serve una teoria del complotto
Ed è proprio qui che occorre essere rigorosamente super partes.
Non c'è bisogno di immaginare un complotto per riconoscere che una dinamica può produrre effetti politici.
Non c'è bisogno di sostenere che esista una regia comune fra l'attentato e le successive reazioni politiche.
Non c'è bisogno di suggerire che chi chiede l'allontanamento di Ranucci conosca qualcosa che l'opinione pubblica non conosce.
Non lo sappiamo.
E proprio perché non lo sappiamo, sarebbe un errore trasformare un'osservazione in un'accusa.
Ma sarebbe altrettanto sbagliato non osservare ciò che è sotto gli occhi di tutti:
un giornalista vittima di un attentato è progressivamente diventato oggetto di una discussione sulla propria legittimità professionale.
Questo è un fatto politico, indipendentemente dalle intenzioni individuali di chi lo alimenta.
La lezione di Pasolini
Forse è proprio Pasolini, più che Pelosi, a fornire la chiave interpretativa.
Pasolini aveva una capacità quasi profetica di comprendere che il potere non si esercita soltanto attraverso la forza, ma anche attraverso la produzione del racconto.
Chi decide ciò di cui si parla, chi stabilisce quale sia la domanda pertinente, chi sposta l'attenzione da un soggetto all'altro, esercita già una forma di potere.
Ed è questo il punto più delicato della vicenda Ranucci.
Non sappiamo ancora tutta la verità sull'attentato.
Ma possiamo osservare come la verità viene cercata, raccontata e politicamente incorniciata.
La questione decisiva, dunque, non è soltanto:
chi ha messo la bomba?
È anche:
chi decide quale storia debba essere raccontata dopo la bomba?
E soprattutto:
perché, mentre la magistratura cerca di stabilire chi abbia ordinato un attentato contro un giornalista, una parte del dibattito politico sembra interessata a stabilire se quel giornalista debba continuare a parlare?
L'ultima analogia
Forse allora la formula iniziale può essere corretta e resa più precisa.
Non:
Pelosi = Lavitola.
E nemmeno:
Pasolini = Ranucci.
Il parallelismo più interessante è un altro:
Pasolini e Ranucci sono due figure pubbliche attorno alle quali l'aggressione non può essere separata dal contesto nel quale quelle figure esercitavano il proprio ruolo.
E Pelosi e Lavitola, pur nella radicale diversità delle loro posizioni, diventano figure attraverso le quali la narrazione cerca di rendere leggibile qualcosa di più grande.
La vera domanda non è allora se la storia si ripeta.
La storia, per fortuna, non si ripete mai davvero.
È il modo in cui il potere viene raccontato che talvolta rivela inquietanti somiglianze.
E forse, oggi, la domanda più urgente non è se Ranucci debba continuare a condurre Report.
È molto più semplice, e molto più difficile:
che cosa dovrebbe accadere a una democrazia quando attentare a un giornalista rischia di diventare, anche soltanto come effetto politico, un modo per discutere della sua possibilità di continuare a fare il giornalista?
La risposta non può essere affidata né alle suggestioni né alle tifoserie.
Può essere affidata soltanto ai fatti, alle indagini, alla libertà di stampa e a quella forma di prudenza intellettuale che consiste nel non chiudere una storia prima di averne compreso tutte le domande.
Achille raggiunge la tartaruga perché il paradosso appartiene alla descrizione del movimento, non al movimento stesso. Ma nelle vicende umane il problema è diverso: una verità può essere continuamente inseguita e, proprio attraverso la moltiplicazione delle spiegazioni, rischiare di diventare sempre più lontana.