Nel Podium di Fondazione Prada, dal 9 aprile al 28 settembre 2026, Cao Fei dispiega Dash: un'indagine multimediale che distilla tre anni di ricognizioni sul campo tra le risaie del sud cinese, i margini desertici del nord-ovest e le piantagioni di banane del sud-est asiatico. Più che una mostra, è un attraversamento. Fotografia, installazione video, realtà virtuale, documento d'archivio e oggetti ritualistici si saldano in un ritratto stratificato dell'agricoltura intelligente — un fenomeno tanto decisivo quanto, fino ad oggi, curiosamente assente dal dibattito artistico contemporaneo.
Oggi non basta più dipingere con un pennello: bisogna spingersi oltre il valore estetico. Si tratta di passato, presente e futuro, ma anche di realtà e virtualità.
— Cao Fei
— Cao Fei
Il percorso
Si comincia al piano terra, dove l'artista ha ricostruito in scala reale un paesaggio rurale immaginario: una tenda-granaio di riso che funziona da sala cinematografica, un tempio intrecciato con sacchi di fertilizzante, la postazione di un contadino al lavoro, e un bananeto cinto da pannelli solari e macchinari smart. Ad accogliere chi entra c'è Land Ceremony, modellata con riso lombardo e materiali popolari e impreziosita da componenti di droni, che rievoca l'antico rito cinese del "drago di riso". Dentro il granaio, su due schermi, scorre per quarantasette minuti il video omonimo Dash: un ciclo agricolo integrale — dalla semina al raccolto — nel quale i campi si mutano in laboratori di precisione. L'esperienza in VR Dash-180c invita poi lo spettatore a calarsi nello sguardo di un drone dismesso, modello 180c, che una giovane scimmia riattiva in una stazione di servizio abbandonata: un perturbante ribaltamento di prospettiva, a metà fra obsolescenza tecnologica e ritorno del selvatico.
Una lettura storica e geologica
L'approccio di Cao Fei all'agricoltura intelligente ne è forse la chiave più preziosa. Non viene presentata come semplice progresso né come minaccia distopica, bensì come frattura tettonica che ridisegna stratigrafie millenarie. Droni che sorvegliano le risaie, algoritmi che calcolano l'irrigazione, robot che trapiantano le piantine incarnano in superficie un'efficienza straordinaria; allo stesso tempo, erodono il saper-fare sedimentato di generazioni, facendo vibrare un interrogativo vertiginoso sulla continuità culturale e sull'ecologia del gesto. L'artista sovrappone i tempi — quello geologico del suolo, quello lungo della tradizione contadina e quello iper-accelerato della macchina — e lascia che si frizionino, senza offrire mediazioni consolatorie.
Lo spessore filosofico-esistenziale
Il lavoro affonda nelle radici Lingnan di Cao Fei, dove gli antenati non sono memoria ma presenza attiva e i riti sacrificali cuciono i viventi ai propri morti e ai non ancora nati. L'umano non viene pensato come padrone del mondo, bensì come anello di una catena genealogica che lega ogni forma di vita. È in questa cosmologia che si insinua la domanda nodale: che cosa resta del rapporto uomo-terra — intessuto per millenni di sacralità, saperi e sopravvivenza — quando viene riconfigurato a velocità industriale e senza un'autentica elaborazione simbolica? La tecnologia, qui, non è avversaria né alleata: è una nuova divinità pragmatica, a cui si continuano però a offrire piccoli riti, quasi per trattenere un legame con ciò che evapora.
La dimensione economica e il ritorno alla campagna
Sul piano economico, Dash illumina senza ideologizzare. La trasformazione tecnologica delle campagne cinesi sposta le coordinate del lavoro agricolo: abbassa la fatica e alza la resa, ma comprime la manodopera, riscrive i saperi tramandati e ridefinisce il valore stesso del mestiere nell'età dell'intelligenza artificiale. Parallelamente, Cao Fei registra un movimento controcorrente: il ritorno alla campagna di molti cinesi urbanizzati, stremati dai ritmi metropolitani, in cerca di una vita più sostenibile e di una possibile riconciliazione con il suolo. Un riflusso che, nel nuovo paesaggio rurale automatizzato, assume però contorni ambigui — a metà fra nostalgia, utopia ecologica e opportunità imprenditoriale. La campagna, da luogo di radici, diventa anche scenario start-up, spazio di welfare alternativo, persino rifugio esistenziale.
La stessa artista ha definito l'esposizione "un modo per tornare a casa": un ricamo autobiografico che richiama le famiglie contadine dei suoi genitori e un'infanzia dissolta dall'industrializzazione. Ne esce una riflessione densa, mai manichea, capace di tenere assieme la vertigine del futuro e la gravità della memoria. Dash è una delle proposte più rigorose e sottilmente disturbanti della stagione milanese: grande nell'ambizione, affilata nell'intelligenza critica, e finalmente capace di introdurre nell'arte contemporanea un tema che sta ridefinendo il pianeta.
Per quanto ottimisti si possa essere sul futuro della tecnologia, essa affonda le radici nella cibernetica, nell'interazione tra la tecnica e l'essere umano. Da un lato la tecnologia serve l'uomo; dall'altro ne controlla il comportamento.
— Cao Fei
— Cao Fei
Fondazione Prada, Largo Isarco 2, 20139 Milano
9 aprile – 28 settembre 2026
Tutti i giorni 10.00 – 19.00 (chiuso il martedì); biglietteria attiva fino a un'ora prima della chiusura fondazioneprada.org
Come arrivare: metro M3 (gialla), fermata Lodi T.I.B.B.; tram 24, fermata via Ripamonti/via Lorenzini; autobus 65, fermata Largo Isarco
Bookshop, Bar Luce (progettato da Wes Anderson), caffetteria e ristorante Torre