Clayface è una pellicola chimerica. È un film sulle origini di quello che definiremmo un supercattivo, ma è anche una storia di vendetta. Ed è, al tempo stesso, un film horror, un body horror nello specifico.
Il racconto è quello di un attore che ottiene dei superpoteri ma non diventa un supereroe, bensì un supercattivo. In questa storia d’origine, l’horror calza a pennello: viene utilizzato squisitamente come mezzo per mostrare l’effetto distruttivo della vendetta sulla carne, mettendone in scena soprattutto la natura bidirezionale.
La vendetta non si abbatte funesta solo su chi l’ha generata e alimentata, ma anche su chi la ospita e la perpetra.
«Chi si vendica non è mai soddisfatto. La vendetta è un bene la cui delizia si esaurisce nell'atto stesso in cui si compie; anzi, chi la compie si accorge subito dopo di quanto sia amara, e il furore che l'ha spinto si ritorce contro se stesso».
-De Ira, Lucio Anneo Seneca
Matt, ancor prima di arrivare a Gotham, fa già esperienza di un mondo dal sistema corrotto alla radice: il mondo di Hollywood. È il regno dell’apparenza, della fama momentanea e di volti privi di una vera identità.
Quando Matt perde il suo di volto, perde anche il suo status di attore e viene abbandonato da tutti (avvocato, manager…).
È a questo punto che la trasformazione in Clayface rivela il suo significato più profondo: la metamorfosi non è che la cruda materializzazione di un vuoto interiore che esisteva già. La scalata allo star system esige da sempre il sacrificio dell'identità in cambio di finzioni seriali. Il paradosso supremo si compie così: ridotto a informe massa di fango, l'attore smette finalmente di recitare. Spogliato di ogni artificio sociale, Clayface non finge più: può essere.
«Fuoco, papà, fuoco! [...] Io ero libero, liberissimo; padrone di me, senza più il peso del passato; colla vita dinanzi, che potevo forgiare a modo mio».
-Il fu Mattia Pascal , Capitolo VIII, Luigi Pirandello.«Fuoco, papà, fuoco! [...] Io ero libero, liberissimo; padrone di me, senza più il peso del passato; colla vita dinanzi, che potevo forgiare a modo mio»
-Il fu Mattia Pascal, Cap VIII, Luigi Pirandello
L'ambiente per eccellenza, affine a questa corruzione, è ovviamente Gotham. Forse in questa pellicola non appare in tutta la sua tetraggine caratteristica — priva com'è di colori lividi e di ambienti cupi — ma si manifesta piuttosto attraverso i suoi abitanti: dal migliore amico all’avvocato corrotto, fino a — ovviamente — il boss mafioso. Tutti vivono una vita di soprusi e di illegalità, un'esistenza a spirale in cui il primo reato rappresenta il biglietto di sola andata per un mondo di violenza.
Il vero punto di forza del personaggio di Matt risiede proprio nella sua ordinarietà all'interno del sistema: Matt non fa eccezione. Nelle vesti di stella in ascesa, si muove in un ambiente in cui il male serpeggia sotterraneo, tollerato e influente. Ma a Gotham — regno di omertà, spietatezza e malavita — il veleno ha smesso da tempo di servire. Il serpente può aggirarsi indisturbato, perché qui non c'è bisogno di mordere nessuno: sono già tutti corrotti fino al midollo. Matt si scontra così con una struttura sociale speculare a quella di Hollywood, che lui stesso ha sfruttato e che ora lo stritola, privandolo di ogni potere. Per una notte con la donna sbagliata paga il prezzo più alto: viene sfregiato, ed il suo bel volto, la maschera che si era fabbricato strategicamente, è ora inutile. Il mondo che lo nutriva adesso lo mastica e lo sputa, lasciandolo senza un soldo e senza nome, rintanato in un tugurio infestato dalle blatte.
Ed è qui che, come un deus ex machina, subentrano i superpoteri. Matt può ora trasformarsi in chiunque lui voglia e mutare i suoi arti in qualsiasi arma (una mazza, un rasoio, un coltello). La pellicola non ha nulla di utopistico, nulla da edulcorare. Matt, ovviamente, usa i suoi nuovi poteri per vendicarsi e uccidere chiunque gli abbia fatto del male. E nel farlo si diverte assai: si trasforma in altre persone, ruba identità, balla, sgozza, sfigura. Particolarmente interessante — e profondamente metaforica — è la morte del boss mafioso. Quando Matt si ferisce e sanguina, il sangue perso torna da lui come attratto da un magnete. In una sequenza in cui i ruoli di aggressore e vittima vengono invertiti rispetto all’incipit, Matt restituisce la stessa violenza che lo ha sfregiato, sia esternamente che internamente: si incide la faccia con una lama e il sangue, colando sul volto del boss, attraversa ogni orifizio, scivola nella gola e si insinua dietro le orbite, finché Matt lo richiama a sé, perforandogli la faccia dall'interno. La violenza, come un virus patogeno, ha infettato Matt, che l'ha ospitata e incubata, trasformandosi a sua volta in vendetta e mutando in un mostro. Ma si sa, la vendetta è famelica e consuma fino al midollo. Matt è ora molte cose, ma di certo non più se stesso. È il vettore di un'epidemia di violenza, è un mostro mutaforma; può essere chiunque, tranne Matt Hagen. Ed è per questo che anche la sua storia d'amore finisce inevitabilmente per deteriorarsi. Matt può letteralmente essere chiunque lei desideri, ma l’io di cui si era innamorata è ormai irrimediabilmente perduto.
«Io non ero più niente; nessuno mi conosceva, nessuno avrebbe potuto più riavermi; ed ecco, proprio per questo, io non potevo più vivere! Non ero più nessuno».
-Il fu Mattia Pascal , Capitolo XV, Luigi Pirandello.
«Io non ero più niente; nessuno mi conosceva, nessuno avrebbe potuto più riavermi; ed ecco, proprio per questo, io non potevo più vivere! Non ero più nessuno.»
— Il fu Mattia Pascal, Cap XV, Luigi Pirandello
Ed in tutta questa storia di vendetta e di superpoteri, il body horror era l'anello mancante. Certo, non saremo ai livelli di
Cronenberg, né tantomeno al più recente
The Substance, ma la pellicola condivide con entrambi il senso più profondo del genere: la metafora. Ad ogni deformazione e sfigurazione del corpo e della carne corrisponde l'annientamento dell’animo. Matt abita il mondo hollywoodiano, fa esperienza di quello lussurioso, ingannevole e violento di Gotham; si scioglie, si ricompone, si perde nell'illusione di ritrovarsi, perde la sua faccia, la sua identità e ruba quella degli altri, si diverte, viene squartato, squarta, ama e si vendica. La violenza sistematica va a nozze con la violenza carnale.
Matt, però, è ben lontano dall'essere un villain convenzionale. Non si riduce alla classica nemesi, a un antagonista come tanti dotato di superpoteri. È, a tutti gli effetti, un dannato dantesco stritolato dalla legge del contrappasso. L'attore che un tempo indossava maschere di scena per ambizione, si ritrova ora a subire la pena definitiva: il suo corpo diventa l'archivio vivente di ogni sangue versato. La vendetta, infatti, è un ingranaggio a ciclo continuo che non si spegne mai; per questo motivo, chiunque Matt uccida viene inglobato nella sua materia informe. Egli può assumere le sembianze di chiunque, ma lo specchio si trasforma nella sua condanna più atroce: guardandosi, Matt non vede un dio o un carnefice vittorioso, ma la prigione carnale di tutte le vendette che ha consumato e di ogni vita che ha spezzato.
«Il mio corpo è un ostacolo frapposto tra me e me stesso.»
-Diari, Franz Kafka
E quindi quando Matt, o ciò che una volta era Matt, si trasforma nella vera forma abominevole di Clayface, non ci si stupisce più di tanto. È il fato che si compie. Il risultato esatto di un’equazione le cui variabili sono violenza e superpoteri. Insomma, siamo ben lontani dal «da grandi poteri derivano grandi responsabilità»: piuttosto, da grandi poteri derivano, semplicemente, grandi massacri.