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Humane
2024 • 93 min

Humane

2.5
🤍 IMDb

Synopsis

In un futuro prossimo segnato dal collasso ambientale, lo Stato introduce un programma di eutanasia volontaria come risposta strutturale alla crisi delle risorse. La morte diventa una pratica incentivata, amministrata, presentata come gesto civile. Un uomo benestante convoca i figli nella casa di famiglia per annunciare la sua adesione al programma. Quello che dovrebbe essere un atto esemplare si inceppa. L’intervento statale si trasforma in una lunga sospensione: la morte promessa non avviene e la famiglia resta intrappolata in una notte di trattative, accuse e ricatti.

Review

3 min read
Recensito da Beatrice · 02. January 2026
La tecnica ha creato un tempo intermedio tra la vita e la morte… quando la vita si mostra inguaribilmente cattiva nei confronti di qualcuno, una società civile… dovrebbe offrire una buona morte.
Umberto Galimberti

Lo spazio domestico si chiude su sé stesso e diventa zona di prova. I legami familiari si rivelano per quello che sono: strumenti di pressione morale, estensioni private di una logica pubblica. Ogni personaggio reagisce alla richiesta di sacrificio secondo la propria posizione economica, il proprio grado di dipendenza, la propria paura di perdere status e protezione. L’idea di scelta si dissolve. Resta solo la gestione del danno.
La morte, promessa come atto responsabile, si trasforma in merce negoziabile. Il tempo si dilata, la decisione si sposta, la colpa circola. Nessuno vuole morire, ma tutti cercano un modo per non pagare il prezzo. In questo stallo, il programma rivela la sua vera funzione.
Humane parte da un’intuizione: quando la crisi diventa permanente, la morale smette di essere un principio e diventa una procedura. Il film immagina un mondo in cui la catastrofe climatica non produce più allarme, ma regolamento. La vita umana non è negata: è amministrata. Non viene tolta con violenza, ma redistribuita con linguaggio burocratico, come una risorsa scarsa. È qui che l’idea funziona, ed è qui che il film dovrebbe insistere.

La famiglia al centro del racconto non è un rifugio emotivo, ma un dispositivo. Un luogo in cui lo Stato si ritira solo in apparenza, lasciando che siano i legami di sangue a fare il lavoro sporco della selezione. La scelta di chi deve morire non è più imposta dall’alto: viene interiorizzata, negoziata, razionalizzata. Il potere non ordina, suggerisce. Non punisce, convince. In questo senso Humane sfiora una verità inquietante del presente: la violenza più efficace è quella che si presenta come scelta responsabile.

Ma proprio quando il film dovrebbe radicalizzare questa intuizione, arretra. Trasforma il conflitto politico in conflitto psicologico spicciolo, riduce l’orrore sistemico a una somma di tensioni individuali. I personaggi non sono corpi esposti a una macchina biopolitica, ma figure funzionali a una dinamica drammatica che cerca continuamente il colpo, la svolta, la reazione. La crudeltà del dispositivo si dissolve nel meccanismo narrativo.

Il problema non è l’assenza di ambiguità, ma il suo addomesticamento. Il film sembra voler dire tutto senza portare nulla fino in fondo. L’eutanasia di Stato resta un’idea, la questione di classe affiora, ma non struttura il racconto. Il sacrificio viene discusso, ma non sporcato davvero di materia, di carne, di irreversibilità. Tutto resta sul piano della necessità, raramente su quello della discorso.

Così Humane finisce per somigliare a ciò che vorrebbe criticare: un’opera che parla di selezione, ma seleziona solo ciò che è narrativamente gestibile. Non osa rendere davvero insopportabile il proprio mondo, non spinge lo spettatore dentro una zona di responsabilità senza appigli morali. La radicalità dell’idea si ferma sulla soglia della sua messa in scena.

Resta allora un film significativo più per ciò che promette che per ciò che compie. Un racconto che intercetta il nostro tempo — l’epoca in cui la sopravvivenza viene tradotta in calcolo — ma che non accetta fino in fondo le conseguenze di questa traduzione. Humane intuisce che il futuro non sarà disumano per eccesso di barbarie, ma per eccesso di razionalità. Chissà su quale base. Tuttavia, non ha il coraggio di restare dentro questa intuizione fino alla fine.

Le civiltà hanno marciato ciecamente verso il disastro… perché gli esseri umani sono programmati a credere che domani sarà simile a oggi… La realtà del cambiamento climatico infrangerà questa fiducia nella permanenza.
Roy Scranton 
 

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