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Io sono Felice
2026 • 68 min

Io sono Felice

3.5
🤍

Synopsis

 Felice Andreasi avrebbe voluto fare il pittore, ma il destino — o quella sua forma particolarmente perversa che chiamiamo successo — lo trasformò in attore e comico. Al Derby Club di Milano, accanto a Enzo Jannacci, Cochi e Renato e altri protagonisti della comicità italiana, costruì una comicità surreale, grottesca, corrosiva, spesso politicamente scorretta. Eppure, dietro il personaggio pubblico, Andreasi continuava a dipingere. Per lui la pittura non era un'altra professione, ma una forma di libertà. Attraverso archivi, testimonianze e ricordi di chi gli fu vicino, Io sono felice di Michael Zampino e Antonio De Lucia ricostruisce la figura di un artista che sembra aver trascorso la vita a sottrarsi all'immagine che gli altri avevano costruito di lui. 

Review

4 min read
Recensito da Beatrice · 19. September 2026
 Un bel giorno io sono nato. Subito, non mi sono accorto di niente. Ma dopo un po' me l'hanno fatto notare. 

Felice Andreasi non voleva fare il comico. È probabilmente la cosa più comica che si possa dire di un comico: diventare famoso proprio facendo ciò che si considera quasi un incidente di percorso. La fama, del resto, ha spesso un talento particolare per confondere le vocazioni con le professioni. 
Io sono felice di Michael Zampino e Antonio De Lucia parte da questo equivoco e lo trasforma nel centro del proprio racconto. Andreasi è stato attore, autore, uomo di cabaret, compagno di viaggio di Jannacci, Cochi e Renato; ma tutto questo, nella sua personale gerarchia dell'esistenza, sembra appartenere a un ordine secondario. La pittura era la cosa seria. Il resto poteva durare una sera. 
E infatti la frase di Guido Ceronetti — recitare dura una sera, dipingere una vita — potrebbe essere assunta come la piccola formula filosofica del film. Da una parte c'è l'attore, esposto allo sguardo, costretto a esistere nel tempo breve della rappresentazione; dall'altra il pittore, solo davanti alla tela, sottratto alla necessità di piacere. Il primo appartiene agli altri. Il secondo torna a sé. 
La contraddizione è ancora più interessante perché la comicità di Andreasi non aveva nulla di accomodante. Era surreale, cinica, grottesca, corrosiva. Sarcinelli ne ricorda l'inattualità che lo rende, paradossalmente, contemporaneo: Andreasi era scomodo perché non sembrava avere alcun interesse a rendersi vendibile. Non cercava la trasgressione come posa; sembrava esserlo quasi suo malgrado. E forse è questa la differenza fra chi interpreta il politicamente scorretto e chi, semplicemente, non ha mai imparato a chiedere il permesso. 
Cederna lo avvicina ai personaggi bislacchi di Cechov; Chiesa parla di mestizia, ironia, tormento, tragicità. Sono definizioni che impediscono al documentario di ridurlo alla nostalgia del Derby Club. Perché in Andreasi il comico sembra nascere precisamente là dove comincia il tragico. Si ride perché la vita è assurda, non perché sia divertente. 
Anche la sua pittura, raccontata da Angelo Mistrangelo, appare allora meno come una seconda identità che come la prima e definitiva. Espressionista, libera, privata, lontana dalla necessità di essere immediatamente compresa. Andreasi arrivava persino a usare le sceneggiature come carta per provare i colori: come se il pittore potesse finalmente servirsi dell'attore per cancellarlo. Il materiale della parte diventa materia della tela. 
Il documentario non costruisce così il santino dell'artista dimenticato, ma una figura più ambigua e dunque più interessante: un uomo malinconico, ombroso, affettuoso, fedele, tormentato, capace di una comicità feroce e di una pittura nella quale cercava la propria libertà. La testimonianza della moglie, insieme a quelle di chi lo ha conosciuto professionalmente, restituisce un uomo che sembra aver avuto bisogno di pochissimo pubblico e di pochissime persone, purché fossero quelle giuste. 
In questo senso Io sono felice è anche un film sulla fama come malinteso. Andreasi viene ricordato per ciò che faceva davanti agli altri, mentre lui sembrava considerare autentico ciò che faceva quando gli altri non c'erano. L'attore è rimasto nella memoria; il pittore è rimasto con lui. 
Ed è forse qui che il titolo acquista la sua ironia più sottile. Io sono felice non sembra tanto l'affermazione di un uomo felice quanto il nome di un uomo che ha trovato, nella pittura, il modo di essere finalmente soltanto Felice. Non necessariamente felice, dunque. Felice e basta. 
La musica di Massimo Fedeli accompagna questa figura senza sovraccaricarla, lasciando che il film proceda per frammenti, memorie e immagini. Perché Andreasi, alla fine, sembra sottrarsi anche al documentario che prova a raccontarlo: resta quella strana figura di artista che ha conosciuto la celebrità senza desiderarla davvero e ha scelto la pittura proprio perché non prometteva applausi. 

Recitare gli dava un personaggio. Dipingere gli restituiva una vita. 
Ho bisogno di fare il pittore, mentre l'attore lo faccio perché mi diverte
 
 
 
 

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