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La Lezione
2025 • 107 min

La Lezione

2.5
Questo film è stato presentato a
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Synopsis

 Un thriller psicologico ambientato a Trieste 
Un’avvocata penalista difende un professore universitario accusato di violenza sessuale. Il caso è moralmente ambiguo, giuridicamente complesso. Il professore viene assolto, la donna ritratta. Qualcosa nella vita privata dell’avvocata ritorna e inizia a incrinare la sua quotidianità: telefonate anonime, presenze elusive, la sensazione di essere osservata. 
La tensione cresce fino a trasformarsi in un’ossessione persecutoria che sembra travalicare il piano processuale per insinuarsi nell’intimità della protagonista. Il film procede così lungo un doppio binario: da un lato il tema urgentissimo della violenza e dello stalking, dall’altro la progressiva destabilizzazione psicologica di chi, per mestiere, è chiamata a difendere anche chi non si conosce. 

Review

3 min read
Recensito da Beatrice · 02. March 2026
 
Rendi visibile ciò che senza di te non potrebbe essere visto. 
Robert Bresson 

Il tema è di un’urgenza assoluta. Difendere un uomo accusato di violenza sessuale non è solo un compito professionale: è un attraversamento etico.
L’avvocata si trova in quella zona grigia dove diritto e coscienza non sempre coincidono. Il film intuisce bene questa frattura: la legge impone di garantire difesa a chiunque; la coscienza, talvolta, vacilla. In questo senso l’opera intercetta una tensione reale, bruciante, che riguarda la sopravvivenza e la qualità della vita di donne esposte a molestie, persecuzioni, aggressioni. 
Eppure, proprio quando la materia si fa più densa, la narrazione sceglie l’estetica dell’enfasi. 

A volte il cinema italiano contemporaneo sembra avere un debole per l’astrazione morale. Costruisce impalcature tematiche imponenti, solleva questioni decisive – la violenza sulle donne, lo stalking, il ruolo dell’avvocatura nei processi per reati sessuali – e poi, quasi distrattamente, inciampa nel dettaglio concreto. La Lezione non fa eccezione. 

La protagonista diventa progressivamente vittima di un’ossessione persecutoria che la isola, la destabilizza, la rende vulnerabile. Il problema non è la scelta narrativa – anzi, il parallelismo tra difesa dell’imputato e condizione di minaccia personale avrebbe potuto essere potente. Il problema è il modo. 

Molte sequenze si collocano in un territorio di evidente implausibilità. Ci si chiede – con una punta di ironia inevitabile – perché tanto cinema continui a far spostare a peso morto corpi adulti come se fossero sacchi di sabbia. 

Davvero una persona della corporatura del professore può essere trascinata con discreta disinvoltura da una corporatura esile femminile? E soprattutto: perché questa insistenza su gesti fisicamente improbabili, quando la tensione psicologica basterebbe da sola? 

Il realismo non è un dettaglio tecnico. È la condizione minima per credere al dramma. Se il corpo diventa leggero contro ogni evidenza, anche il conflitto morale si alleggerisce. 

A questo si aggiunge la condotta della protagonista. Un’avvocata penalista, abituata alla pressione mediatica e ai rischi connessi a casi delicati, reagisce agli eventi con una vulnerabilità talvolta eccessiva, talvolta incoerente. 
In alcune situazioni cruciali, le sue scelte sembrano dettate più dalla necessità di accrescere la tensione che da una plausibile deontologia professionale e da una adeguata competenza legale che sa misurare responsabilità e conseguenze delle proprie azioni. 

È legittimo chiedersi: una donna con quella formazione, quella competenza, quella lucidità forense, agirebbe davvero così? 

Il film sembra volerci dire che nessuno è impermeabile alla paura. Ed è vero. Ma tra la fragilità umana e la forzatura narrativa esiste una soglia sottile. Qui quella soglia viene spesso superata. 

Va riconosciuto che le interpretazioni sono solide, misurate, credibili sul piano emotivo. Gli attori riescono a dare spessore a personaggi che la scrittura talvolta semplifica. Alcuni spunti – l’ambiguità dello sguardo pubblico, la solitudine della professionista, il sospetto che si insinua come una crepa nella razionalità – sono autenticamente interessanti. 
Ma non bastano. 

Perché il film resta ancorato a un piano di non plausibilità che finisce per erodere l’intero impianto. Il thriller richiede sospensione dell’incredulità; qui si chiede allo spettatore di sospenderla troppo a lungo, troppo spesso. 
E allora rimane una sensazione ambigua: un’opera che affronta un tema socialmente decisivo, che tocca un nodo cruciale del nostro tempo – la violenza, lo stalking, la difesa legale dell’accusato – ma che non riesce a incarnarlo in una struttura narrativa coerente. 

Come se la lezione evocata dal titolo restasse incompiuta. 
Forse la vera domanda non è chi abbia ragione nel processo, ma perché il cinema, nel trattare temi così urgenti, dimentichi che la plausibilità non è un accessorio narrativo: è la condizione stessa della credibilità, della presa d’atto di realtà che non possono semplicemente essere ridotte a dispositivo spettacolare. 

La realtà ha sempre ragione. 
Pier Paolo Pasolini 
 
 

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