Synopsis
Alberto ha passato anni a inseguire il cinema con la convinzione che sarebbe stato il suo futuro. Il cinema, però, sembra avere altri programmi. Decide di ritirarsi strategicamente e tornare a vivere dai genitori, dove lo attendono consigli pratici, vecchi amici e l’idea sempre più concreta di trovarsi un lavoro “normale”. Mentre prova a convincersi che girare film sia stato solo un abbaglio giovanile, Alberto scopre che il desiderio di raccontare storie continua a seguirlo con ostinazione. Tra piccoli fallimenti quotidiani, incontri surreali e domande esistenziali che arrivano nei momenti meno opportuni, si ritrova a fare i conti con un dubbio inevitabile: è opportuno tenersi a distanza dal sogno per non vederlo fallire?
Review
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Recensito da Beatrice
· 05. February 2026
Prova ancora. Fallisci ancora. Fallisci meglio.
Samuel Beckett
C’è un modo particolare, quasi laterale, con cui Tienimi presente guarda al cinema: non frontalmente, non con l’ardore di chi lo rivendica come destino, ma con la cautela di chi finge di averlo già archiviato. L’opera prima di Alberto Palmiero si muove esattamente in questa zona ambigua, dove la rinuncia non è mai definitiva e la disillusione somiglia pericolosamente a una strategia di sopravvivenza. Dire “il cinema mi ha deluso” diventa allora una frase protettiva, un modo per sottrarsi al rischio di scoprirsi ancora vulnerabili di fronte a ciò che si desidera davvero.
C’è un modo particolare, quasi laterale, con cui Tienimi presente guarda al cinema: non frontalmente, non con l’ardore di chi lo rivendica come destino, ma con la cautela di chi finge di averlo già archiviato. L’opera prima di Alberto Palmiero si muove esattamente in questa zona ambigua, dove la rinuncia non è mai definitiva e la disillusione somiglia pericolosamente a una strategia di sopravvivenza. Dire “il cinema mi ha deluso” diventa allora una frase protettiva, un modo per sottrarsi al rischio di scoprirsi ancora vulnerabili di fronte a ciò che si desidera davvero.
Il film costruisce il proprio racconto attraverso una successione di episodi minimi, apparentemente secondari, che però finiscono per comporre un autoritratto obliquo, ironico e malinconico. Palmiero lavora su una comicità che non esplode mai in gag vere e proprie, ma si deposita lentamente nello sguardo, nel tempo morto, nelle pause imbarazzate. È un grottesco gentile, mai aggressivo, che convive con una malinconia ludica, mascherata, come se il film avesse costantemente paura di prendersi troppo sul serio — e proprio per questo riesce a essere sincero.
Il ritorno alla provincia non ha nulla di consolatorio: non è un rifugio idilliaco, ma uno spazio di sospensione in cui il tempo rallenta e le domande diventano più rumorose. Qui il film innesta una riflessione esistenziale che non ha bisogno di proclami: cosa resta quando il sogno viene messo tra parentesi? E soprattutto, cosa rimane di noi quando la festa finisce?
Non è un caso che, mentre Napoli celebra lo scudetto in una gioia collettiva e quasi metafisica, il protagonista si chieda cosa sopravviva all’euforia, quale senso resti una volta spenti i cori. La domanda, solo in apparenza fuori contesto, diventa una chiave filosofica del film: ogni felicità è temporanea, ogni traguardo rischia di essere un vuoto ben addobbato. E allora tanto vale interrogarsi non sul successo, ma sulla possibilità di abitare l’incompiuto.
Palmiero dissemina il film di scene che funzionano come piccoli dispositivi di auto-analisi. In metropolitana, un anziano gli cede il posto. Un gesto semplice, quasi automatico, che però si trasforma in un enigma doloroso: perché proprio a lui? L’amico liquida la questione con una frase che è insieme crudele e tenera — “fai pena, ma in senso buono” — e in quel momento il film coglie con precisione chirurgica il punto: lo sguardo degli altri diventa specchio deformante, misura involontaria della propria inadeguatezza percepita.
Il tema ritorna in forma ancora più ironica quando, interrogato su cosa farebbe vincendo una cifra enorme al gioco, il protagonista risponde senza esitazioni che girerebbe un film. Nient’altro. La battuta, pronunciata con naturalezza, svela tutta la contraddizione del personaggio: ha rinunciato al cinema, ma non riesce a immaginarsi al di fuori di esso. Anche quando finge di voltargli le spalle, continua a parlarne, a misurarlo, persino a ridimensionarlo — come quando si informa ossessivamente sull’altezza dei grandi registi e scopre che Scorsese è alto appena un metro e sessantatré. Un dettaglio insignificante che diventa improvvisamente liberatorio: se anche i giganti sono fisicamente piccoli, forse il divario non è così incolmabile.
Nel frattempo, la vita “normale” avanza come una tentazione e una minaccia. Il volantinaggio, i lavori occasionali, l’idea di una stabilità concreta diventano terreno di scontro con gli amici, uno dei quali non accetta questa resa apparente, dando vita a dialoghi surreali che sembrano usciti da un teatro dell’assurdo quotidiano. Qui Palmiero affina un umorismo fatto di scarti logici, risposte disallineate, conversazioni che non arrivano mai davvero a coincidere — come se il linguaggio stesso fosse incapace di contenere il disagio generazionale che il film mette in scena.
Fondamentale è anche la dimensione familiare, trattata senza indulgenza sentimentale. I genitori, ripresi in una scenetta domestica irresistibilmente comica, non sono figure simboliche ma presenze reali, con una loro inconsapevole teatralità. La madre invoca la concretezza, il padre riprende, corregge, osserva. In queste dinamiche, il film trova uno dei suoi momenti più autentici: la casa diventa set, il quotidiano si trasforma in cinema senza bisogno di dichiararlo.
Lo stesso accade con il cane abbandonato che il protagonista accoglie: gesto semplice, quasi marginale, che però assume un valore etico ed esistenziale, come se prendersi cura di un altro essere vivente fosse un modo per rimettere in circolo una responsabilità che altrove sembra impossibile esercitare.
Lo stesso accade con il cane abbandonato che il protagonista accoglie: gesto semplice, quasi marginale, che però assume un valore etico ed esistenziale, come se prendersi cura di un altro essere vivente fosse un modo per rimettere in circolo una responsabilità che altrove sembra impossibile esercitare.
Tieni(mi) presente è, in definitiva, un film che parla di cinema mentre finge di parlarne contro. Un’opera che riflette sulla creazione attraverso il rifiuto, sull’ambizione attraverso la paura, sul desiderio attraverso la sua negazione. Palmiero costruisce un metacinema fragile, autocritico, mai compiaciuto, capace di trasformare l’incertezza in linguaggio e la precarietà in forma.
C’è la consapevolezza che raccontare l’istante, l’imbarazzo, il tentativo fallito, possa essere già un modo di restare presenti. E forse, in un’epoca che misura tutto in termini di risultati, Tienimi presente suggerisce con discrezione ed ironia che esistere, prima ancora che riuscire, è già un atto radicale.
Se hai qualcosa da dire, fallo con leggerezza.
Billy Wilder