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Roma cinema Festival  Il cinema, a Roma, cambia punto di vista
LIFESTYLE September 25, 2026

Roma cinema Festival Il cinema, a Roma, cambia punto di vista

A Roma, quest’anno, le registe sono sei. Non è ancora una rivoluzione, tranquilli: il cinema maschile può continuare a dormire sonni relativamente tranquilli. Ma su diciotto film del concorso Progressive Cinema, sei sono diretti da donne. E già questo, dopo la recente discussione veneziana sulla presenza femminile nei grandi festival, costituisce una piccola anomalia statistica abbastanza interessante da meritare uno sguardo. 
 La 21ª Festa del Cinema di Roma, diretta da Paola Malanga, si svolgerà dal 13 al 25 ottobre e presenta un programma che, oltre al concorso, allarga parecchio la presenza femminile anche nelle altre sezioni. Nel Progressive Cinema, invece, accanto ai tre film italiani Brianza, Giorni felici e Mustang, troviamo Dua di Blerta Basholli, Eurotrash di Frauke Finsterwalder, I See Buildings Fall Like Lightning di Clio Barnard e altri titoli firmati da registe. 
La cosa interessante, però, non è fare la conta. 
Anche perché trasformare ogni festival in un pallottoliere di uomini e donne rischia di produrre l’ennesima forma di riduzione: la regista donna come categoria amministrativa. Sei donne, bene. Sette, meglio. Otto, applausi. A nove si può finalmente dichiarare risolto il problema del patriarcato e passare al buffet. 
Il problema è un altro. 
A Venezia, durante la conferenza stampa della giuria, Maggie Gyllenhaal aveva messo il dito proprio lì. Di fronte alla presenza molto ridotta delle registe nel concorso, aveva parlato di un problema sistemico e soprattutto aveva messo in discussione qualcosa di più difficile da misurare delle percentuali: i criteri attraverso cui decidiamo che cosa sia cinema importante, cinema “alto”, cinema degno di entrare nella competizione dei grandi festival. 
La domanda, in fondo, è semplice e abbastanza impertinente: chi decide che cosa vale? 
È una domanda che attraversava anche Madri e donne da Venezia 83. L’altra metà dello sguardo, dove avevo provato a osservare una serie di film attraverso una questione apparentemente banale e invece piuttosto scomoda: il femminile può essere raccontato benissimo dagli uomini, ma resta diverso il luogo da cui si guarda. Finché la donna è soltanto ciò che il cinema osserva, interpreta, desidera, giudica o mette in crisi, lo sguardo continua ad avere una direzione privilegiata. Quando invece è la donna a costruire quello sguardo, qualcosa nel dispositivo inevitabilmente cambia. 
Non significa che esista una specie di misterioso sguardo femminile universale. Sarebbe una sciocchezza speculare a quella che per secoli ha fatto del maschile la misura implicita dell’universale. 
Significa piuttosto che esperienze diverse possono produrre domande diverse. 
E infatti è interessante guardare, almeno sulla carta, cosa arriva a Roma. 
In Dua, Blerta Basholli racconta l’adolescenza di una tredicenne kosovara mentre la guerra si avvicina. Eurotrash di Frauke Finsterwalder mette al centro un viaggio e un rapporto familiare fra madre e figlio. Giorni felici di Susanna Nicchiarelli parte dalla graphic novel di Zuzu e affronta una relazione sentimentale attraverso una protagonista femminile. Mustang, diretto da Kasia Smutniak, è invece un documentario che torna alla storia del progetto di una scuola nel Mustang iniziato nel 2003 con Pietro Taricone. 
Non sono, evidentemente, “film sulle donne”. E per fortuna. 
Sono film che attraversano adolescenza, guerra, famiglia, memoria, corpo, relazioni, identità, lavoro, desiderio. Temi che non appartengono alle donne più di quanto appartengano agli uomini. Ma che possono essere attraversati da un’esperienza diversa e quindi anche da una diversa costruzione dello sguardo. 
È precisamente qui che la faccenda diventa interessante. 
Perché il punto non è stabilire se un film diretto da una donna sia automaticamente migliore di uno diretto da un uomo. Non lo è. Sarebbe soltanto il patriarcato con il segno meno davanti. 
Il punto è chiedersi se siamo davvero sicuri che i criteri con cui riconosciamo la qualità siano neutrali, come spesso ci piace raccontarci. 
È una questione che avevo incontrato anche scrivendo di Un détour par Diane, dove l’ironia diventa uno strumento per smontare la grammatica del maschile: non attraverso un manifesto, ma facendo saltare le piccole regole che sembrano naturali — chi paga, chi desidera, chi conquista, chi decide, chi interpreta il desiderio dell’altro. 
Forse è questo che vale la pena osservare a Roma. 
Non quante donne ci sono. 
Che cosa succede quando sono loro a decidere da dove guardare. 
Paola Malanga non ha evidentemente bisogno di essere trasformata nella sacerdotessa dello sguardo femminile, e sarebbe abbastanza ridicolo attribuire automaticamente alla sua direzione artistica ogni conseguenza del programma. Ma il programma c’è, ed è difficile non notare che la presenza delle registe non è confinata a una casella simbolica. 
Il concorso ne porta sei su diciotto. Il resto della Festa ne aggiunge altre. E Alice nella città, a sua volta, presenta una presenza significativa di registe. 
Adesso bisognerà vedere i film. 
Perché è qui che finiscono le statistiche e comincia il cinema. 
E allora potremo scoprire se quella che oggi appare come una semplice differenza numerica è anche una differenza di sguardo. Se emergeranno forme, temi, corpi, conflitti e prospettive che il cinema ha guardato meno o guardato diversamente. Oppure se, una volta accesa la macchina da presa, la distinzione fra uomini e donne diventerà molto meno interessante di quella fra film belli e film brutti. 
Anche se, a quel punto, rimarrebbe comunque la domanda di Gyllenhaal. 
Chi ha deciso che cosa è bello? e soprattutto, esiste davvero una “qualità” completamente neutra, separata dagli sguardi, dalle esperienze e dalle categorie culturali attraverso cui guardiamo un film?