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Venezia 83 premia l’altra metà dello sguardo
LIFESTYLE September 13, 2026

Venezia 83 premia l’altra metà dello sguardo

 È da qui che vogliamo cominciare. Perché il palmarès di Venezia 83 ci sembra raccontare qualcosa che va oltre la semplice successione dei premi: la giuria presieduta da Maggie Gyllenhaal ha scelto di premiare l’altra metà dello sguardo. Non soltanto lo sguardo femminile, ma tutto ciò che si sottrae alla prospettiva dominante, ciò che il cinema troppo spesso osserva da un unico punto di vista: il corpo, il potere, l’identità, la violenza, la libertà, la subordinazione, la solitudine, la possibilità stessa di scegliere. 

Il segnale più forte è naturalmente il Leone d’Oro a Woman Unknown di May el-Toukhy, unico film del concorso diretto da una regista donna, insieme alla Coppa Volpi assegnata alla sua protagonista, Mathilde Arcel. Due premi che, accostati, assumono un significato ancora più preciso: il massimo riconoscimento al film e quello alla sua interprete convergono sul medesimo sguardo e sul medesimo corpo. 

E Woman Unknown è già tutto nel suo titolo. Non soltanto una donna sconosciuta, ma la donna sconosciuta. La donna come genere, come soggetto storico, culturale e sociale che una cultura ha creduto per secoli di conoscere mentre continuava soprattutto a definirla dall’esterno. Una donna osservata, raccontata, desiderata, giudicata, rappresentata. Ma ancora, in qualche modo, sconosciuta. Il Leone d’Oro diventa allora anche il riconoscimento della necessità di un altro luogo da cui guardare. 

Ma l’altra metà dello sguardo non coincide con il femminile. Ed è proprio questo che rende il palmarès della giuria particolarmente interessante. 

C’è NAZA, Premio Speciale della Giuria, che porta lo sguardo dentro la situazione Israelo-Palestinese, quello spazio osceno nel quale un essere umano può diventare una cifra, una casa un bersaglio, una famiglia una variabile statistica e un bombardamento una procedura correttamente eseguita. È lo sguardo che rifiuta il linguaggio attraverso cui il potere rende astratta la sofferenza e restituisce alla statistica il suo corpo umano. 

C’è Un bon petit soldat, premiato per la sceneggiatura, che mette in scena la contraddizione di una donna che tenta di essere contemporaneamente soggetto professionale, madre, moglie e individuo, scoprendo quanto l’autonomia femminile continui a entrare in collisione con strutture lavorative, familiari e affettive costruite secondo un ordine che non ha ancora smesso di essere maschile. 

C’è Possible Love, Gran Premio della Giuria, sulla lotta di classe, licenziamento di massa e repressione, con uno suo sguardo sulle relazioni, sul desiderio e sulle forme di solitudine e di disuguaglianza che si depositano dentro l’intimità. 

C’è DAU, Leone d’Argento per la regia, dove il potere non è soltanto un tema ma una struttura che penetra nei corpi, nei comportamenti, nelle relazioni e nella possibilità stessa di essere individui. 

E c’è Wild Horse Nine, con la Coppa Volpi a John Malkovich. Un premio che  appartiene perfettamente a questa idea più ampia dell’altra metà dello sguardo. Perché il film di Martin McDonagh guarda là dove normalmente preferiamo non guardare: al potere che decide la storia mentre noi continuiamo a credere di parteciparvi, alla democrazia come rappresentazione, alla libertà come possibilità di scegliere soltanto fra opzioni già predisposte da qualcun altro. John Malkovich interpreta un uomo che appartiene a quella macchina e che, proprio per questo, ne rivela l’assurdità. L’altra metà dello sguardo è anche lo sguardo sul potere da parte di chi ne osserva i meccanismi dall’interno. 

Anche A Place to Heal, con il Premio Marcello Mastroianni a Malou Khebizi, entra in questa geografia non perché riconosce una giovane presenza capace di portare sullo schermo un’altra forma di soggettività, di fragilità e di resistenza. 

È questo, allora, ciò che ci sembra aver fatto la giuria presieduta da Maggie Gyllenhaal: non aver costruito un palmarès “femminile”, ma aver allargato il campo del visibile. Aver premiato sguardi differenti, corpi differenti, esperienze differenti, forme differenti di conflitto con ciò che normalmente viene considerato il centro. 

Per questo il nostro ringraziamento a Maggie Gyllenhaal e a tutta la giuria è sincero. Non per avere semplicemente premiato una regista donna, ma per aver riconosciuto che il cinema ha bisogno di uscire dalla propria consuetudine percettiva. Che la qualità non può essere separata dalla posizione da cui si guarda. E che forse, per vedere qualcosa di nuovo, bisogna prima accorgersi di quanto a lungo abbiamo guardato sempre nello stesso modo. 

Resta, naturalmente, un rammarico: Kami nour (A Bit of Light) di Ali Asgari non ha ricevuto alcun riconoscimento. Ed è un peccato, perché il film introduce un’altra forma radicale di alterità: quella dell’uomo al quale il potere ha sottratto il lavoro, la funzione sociale, l’identità professionale e infine la percezione stessa della propria necessità nel mondo. Un film sul suicidio che diventa un film sulla vita; sulla possibilità di continuare a esistere quando ciò che ci definiva ci è stato confiscato. Un film nel quale la guerra rimane sullo sfondo e il potere agisce soprattutto attraverso ciò che sottrae all’individuo. 

E rimane anche il rammarico italiano per Serpenti di Roberto De Paolis Maino. Un film che parte da un femminicidio ma non si limita alla questione della violenza di genere: sposta lo sguardo dall’omicidio alla sua gestione sociale, dalla colpa alla responsabilità, dal delitto alla macchina istituzionale che dovrebbe riconoscerlo e che invece finisce per deformarlo. Il corpo della donna uccisa diventa così il punto cieco intorno al quale ruota una società incapace di dare alle cose il loro giusto peso. Un film sul femminicidio, certamente, ma soprattutto un film sul potere, sulla burocrazia, sulla rimozione della responsabilità e sulla capacità delle istituzioni di trasformare la realtà. 

Il fatto che Serpenti sia stato collocato in Spotlight, fuori dal concorso ufficiale, e sia rimasto senza premi lascia dunque una domanda aperta. Non necessariamente sulla qualità del palmarès, ma sulla difficoltà ancora esistente nel riconoscere, dentro il cinema italiano, opere che scelgono di guardare il potere senza renderlo rassicurante. 

E tuttavia il dato più importante rimane. 

Venezia 83 ha premiato Woman Unknown con il Leone d’Oro e la sua protagonista con la Coppa Volpi. Ha premiato NAZA, Un bon petit soldat, Possible Love, DAU, Wild Horse Nine, A Place to Heal. Film diversissimi, ma accomunati dalla capacità di spostare il punto di osservazione. 

C’è anche un ringraziamento che va alla giuria di Orizzonti per aver premiato Un detour par Diane: un film che affida il proprio centro a una protagonista visionaria, anticonformista, irriducibile alle categorie con cui normalmente si pretende di ordinare il femminile. Diane non è una donna da spiegare né da ricondurre a un modello: è una presenza che sfugge, che eccede, che guarda il mondo da una posizione laterale e proprio per questo lo rende nuovamente visibile. Anche questo premio, dunque, ci sembra appartenere alla stessa geografia. 

L’altra metà dello sguardo non è necessariamente quella delle donne. È quella che guarda ciò che il centro non vede, ciò che il potere nasconde, ciò che la cultura dominante ha già classificato, normalizzato o reso invisibile. 

Per questo, grazie Maggie Gyllenhaal. 

Grazie alla tua giuria. 

Per averci ricordato che il mondo non è ancora tutto visto. 

E che il compito del cinema, forse, è precisamente questo: continuare a cercare ciò che non abbiamo ancora imparato a vedere.