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Another
2026 • 95 min

Another

2.0
🤍 IMDb

Synopsis

 Joey è una scrittrice di romanzi fantasy, Ben un fisico affermato. La loro relazione è attraversata da una distanza che non riguarda soltanto le rispettive professioni, ma anche il diverso valore che attribuiscono al proprio modo di interpretare il mondo. Dopo una discussione in automobile, seguita da un incidente, Joey si ritrova in una realtà apparentemente incomprensibile: Ben, che credeva morto, ricompare in casa, mentre i suoi ricordi sembrano non corrispondere più agli avvenimenti. Quello che inizialmente appare come un ritorno impossibile si trasforma progressivamente in un inquietante confronto con altre versioni della realtà e con la possibilità che esista un'altra versione di ciascuno di noi. 

Review

4 min read
Recensito da Fabian · 08. November 2026
 L'altro possibile. Il desiderio di sostituire ciò che non si riesce a riconoscere 

Vedere un volto significa già udire: “Non uccidere”. 
Emmanuel Lévinas 

«Forse esiste un'altra versione di noi». È intorno a questa possibilità che Andy Chen costruisce Another, un film che utilizza il dispositivo delle realtà alternative per interrogare l'identità, il desiderio e la sostituibilità dell'altro. Un'ipotesi suggestiva, che tuttavia finisce per scontrarsi con una sceneggiatura confusa, incapace di organizzare con sufficiente chiarezza i diversi piani narrativi. La sovrapposizione di realtà, ricordi, presenze e identità rende spesso difficile seguire il filo degli avvenimenti. Non si tratta di una complessità narrativa necessariamente problematica, ma di una scrittura che non riesce a governarla: anche seguendo il racconto con attenzione, si arriva alla conclusione con numerosi interrogativi e una sensazione di disorientamento che non sempre può essere ricondotta a una precisa scelta registica. 
Il film trova invece un nucleo tematico riconoscibile nel rapporto tra Joey e Ben. Lei scrive romanzi fantasy, lui appartiene al mondo della ricerca scientifica. Due professioni, ma soprattutto due differenti modalità di rapportarsi alla realtà, che diventano il terreno di una gerarchia culturale piuttosto esplicita. Nel mondo di Ben, la fantasia sembra avere una funzione sostanzialmente evasiva: un modo per sottrarsi alla realtà anziché affrontarla. La letteratura viene così collocata in una posizione subordinata rispetto alla conoscenza scientifica, come se immaginare fosse un'attività intellettualmente meno rilevante che spiegare. 
Joey non accetta questa gerarchia. Alla presunta superiorità delle domande formulate dagli scienziati oppone un'osservazione semplice: spesso sono proprio le domande a essere sbagliate. E quando parla della fantasia, non la intende come una fuga, ma come una possibilità di intuire ciò che la razionalità non riesce necessariamente a intercettare, comprese le forme che può assumere il desiderio umano e ciò che le persone sono disposte a fare per soddisfarlo. 
La questione, però, non rimane confinata al confronto intellettuale. Diventa una questione di riconoscimento. Joey rimprovera a Ben la sua assenza, il fatto che non ci sia mai, che anche in un'occasione importante per lei riesca a lasciarla sola per un'ora. La discussione in automobile e l'incidente che segue interrompono bruscamente il confronto, ma non ne cancellano il significato. La distanza tra i due era già presente: Joey non si sente vista, né riconosciuta nel proprio lavoro e nella propria identità. 
È a partire da questa frattura che il film introduce la possibilità di un'altra versione dell'esistenza. Il ritorno di Ben, che Joey credeva morto, apre una dimensione nella quale i ricordi non coincidono più e la realtà sembra essersi spostata altrove. Ma il dispositivo fantascientifico finisce per rivelare qualcosa di più ordinario e, proprio per questo, più inquietante: il desiderio di recuperare l'altro non necessariamente coincide con il desiderio di riconoscerlo. 
Il tema dell'appropriazione dell'identità richiama L'Inconnue di Arthur Harari, dove l'altro diventa il territorio di una sostituzione che compromette la possibilità stessa di coincidere con sé stessi. Se Harari interroga l'espropriazione dell'identità attraverso il corpo, Andy Chen sposta il problema nella relazione: non è più soltanto il corpo a essere sostituibile, ma la persona amata, quando non corrisponde all'immagine che abbiamo costruito di lei. 
Ben cerca una seconda possibilità, ma la possibilità che insegue è quella di ricostruire una Joey secondo le proprie aspettative. Una versione alternativa della donna amata, sottratta alla perdita e, soprattutto, alla sua irriducibile autonomia. L'altro diventa così un'immagine da correggere, una presenza da ricondurre alla forma desiderata. Il problema non è più trovare qualcuno da amare, ma trovare qualcuno che corrisponda all'idea che ci siamo fatti di lui. 
In questa prospettiva, il titolo Another acquista una dimensione che supera il semplice riferimento al multiverso. Esiste sempre un altro possibile: un'altra versione di noi, un'altra persona che potrebbe risultare più adatta a un possibile lui o a una possibile lei. Ma questa possibilità contiene anche una forma di violenza, quando l'esistenza dell'altro viene ridotta alla disponibilità di una versione più conveniente, più docile, più conforme al proprio desiderio. 
Il paradosso è che Ben, appartenente a un mondo che rivendica il primato della conoscenza razionale, finisce per utilizzare la scienza al servizio di un'illusione profondamente soggettiva: quella di poter sottrarre l'amore alla perdita, al conflitto e all'imprevedibilità. E mentre la fantasia di Joey viene svalutata come evasione dalla realtà, è proprio lui a costruire una realtà artificiale nella quale l'altro dovrebbe finalmente coincidere con ciò che desidera. 
Another possiede dunque un'intuizione interessante, ma non riesce a tradurla in una costruzione narrativa altrettanto solida. Resta la contraddizione che attraversa il film: cercare un'altra versione dell'altro per non dover fare i conti con quella reale. Come se amare qualcuno significasse poterlo riscrivere, anziché riconoscerlo. 
 
L'uomo non è mai soltanto un mezzo, ma sempre anche un fine. 
Immanuel Kant 
 
 

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