2026 • 139 min
La Sconosciuta
L’Inconnue
Questo film è stato presentato a
Synopsis
(CANNES A ROMA MON AMOUR)
David Zimmerman è un fotografo solitario, un uomo che attraversa il mondo in una condizione di invisibilità, quasi estraneo alla propria stessa esistenza. Durante una festa incontra Eva, una donna misteriosa da cui viene immediatamente attratto. Dopo una notte insieme accade l’impensabile: David si risveglia nel corpo di Eva.
David Zimmerman è un fotografo solitario, un uomo che attraversa il mondo in una condizione di invisibilità, quasi estraneo alla propria stessa esistenza. Durante una festa incontra Eva, una donna misteriosa da cui viene immediatamente attratto. Dopo una notte insieme accade l’impensabile: David si risveglia nel corpo di Eva.
Quello che sembra inizialmente un paradossale scambio di identità si rivela presto qualcosa di molto più oscuro: il corpo di David è ora abitato da un’altra coscienza e la sua stessa identità sembra dissolversi all’interno di una catena di migrazioni in cui i corpi vengono occupati e le persone private della possibilità di coincidere con sé stesse.
Attraverso un intreccio sospeso tra fantascienza metafisica, thriller psicologico e riflessione esistenziale, Arthur Harari costruisce un viaggio vertiginoso nella fragilità dell’identità, interrogandosi su ciò che rimane dell’individuo quando il corpo, il nome e lo sguardo degli altri smettono di riconoscerlo.
Review
7 min read
Recensito da Beatrice
· 11. July 2026
Io è un altro
Arthur Rimbaud
Con L’Inconnue, Arthur Harari realizza uno dei film più radicali e perturbanti sul tema dell’identità contemporanea. Sotto la forma di un thriller metafisico, il regista costruisce una vera e propria ontologia dell’estraneità: un racconto in cui l’io non è più una sostanza stabile, ma una fragile costruzione continuamente minacciata dalla possibilità di essere espropriati di sé.
Il film prende avvio da un gesto che è contemporaneamente desiderio, fusione e violenza. L’atto sessuale diventa una forma di possessione, quasi uno stupro ontologico: nel rapporto con l’altro, un corpo sopravvive mentre un’identità soccombe. Quando David si risveglia nel corpo di Eva, non siamo semplicemente davanti a uno scambio di corpi, ma a un annientamento. Il corpo di Eva diventa il nuovo involucro di David, mentre l’identità originaria della donna sembra essere stata cancellata, inghiottita da una successione di precedenti appropriazioni.
Lo stesso destino riguarda Malia, che, posseduta da David, viene progressivamente privata della possibilità di essere riconosciuta come sé stessa. Il corpo rimane, ma la persona scompare. Harari porta così alle estreme conseguenze una domanda fondamentale: che cosa rende una persona quella che è? Il corpo? La memoria? Il nome? Lo sguardo degli altri?
Il film introduce inoltre il riferimento alla metempsicosi, alla trasmigrazione delle anime, trasformandola in un dispositivo narrativo e filosofico ancora più invadente. Tradizionalmente la reincarnazione implica una continuità spirituale, una sopravvivenza dell’essenza oltre la morte del corpo. Harari ne rovescia il significato: la migrazione dell’anima non diventa una possibilità di salvezza, ma una condanna alla perdita.
Ogni passaggio da un corpo all’altro produce una frattura, una cancellazione, un residuo di identità che continua a vagare senza trovare più un’origine. La metempsicosi diventa un labirinto senza centro: non sappiamo più chi sia il primo soggetto e chi l’ultimo ospite, chi possieda il corpo e chi invece ne sia prigioniero.
Da qui nasce la riflessione più profonda del film: l’identità coincide davvero con il corpo?
Harari sembra suggerire una risposta tragica: l’io esiste soltanto attraverso il riconoscimento. Non basta affermare “io sono”; occorre che il mondo restituisca quella stessa certezza. L’identità è sempre una relazione con l’altro, un equilibrio fragile tra ciò che sentiamo di essere e ciò che gli altri vedono.
Se il corpo non corrisponde all’identità percepita, se i documenti, la burocrazia, la cittadinanza, il genere, la provenienza, la professione o lo status sociale negano ciò che una persona afferma di essere, allora il soggetto entra in una condizione di alienazione radicale.
L’Inconnue diventa così un film sul dramma del mancato riconoscimento. Parla di tutti coloro che non vengono visti per ciò che sono, ma per ciò che rappresentano agli occhi degli altri. Lo straniero, l’escluso, colui che non possiede il documento giusto, il nome giusto o il corpo considerato coerente con la propria identità: tutti abitano lo stesso territorio esistenziale dei personaggi di Harari.
L’angoscia del film nasce proprio da questa impossibilità: possiamo possedere una realtà interiore, ma senza riconoscimento quella possibilità rischia di non avere realtà sociale. Il soggetto diventa allora un corpo errante, una coscienza imprigionata in una forma che il mondo interpreta diversamente.
Il gesto estremo di Malia assume in questa prospettiva una forza radicale. Non è soltanto una reazione alla sofferenza personale, ma la conseguenza di una frattura insanabile tra essere e apparire. Quando il corpo, il ruolo e lo sguardo degli altri non coincidono più, l’individuo precipita nell’inferno dell’alienazione.
L’Inconnue dialoga con una lunga tradizione filosofica e letteraria.
È presente il Pirandello di Uno, nessuno e centomila, dove l’individuo scopre di non possedere un’unica identità, ma tante immagini quante sono gli sguardi che lo definiscono.
È presente Kafka, con i suoi personaggi intrappolati in sistemi burocratici e mondi incomprensibili che negano loro un’esistenza pienamente riconosciuta.
È presente Borges, con i suoi labirinti di doppi, specchi e identità infinite, dove il soggetto si perde nella moltiplicazione delle proprie possibilità.
Ed è inevitabile il riferimento a Bergman e a Persona, dove il confine tra due identità si dissolve fino a rendere impossibile distinguere chi sia l’uno e chi sia l’altro.
Un legame sorprendente emerge anche con il cinema di Babis Makridis, in particolare con Miserere/Pity/Oiktos, dove il protagonista indossa la maschera identitaria del dolore per ottenere commiserazione, emblema di uno scambio paradigmatico e della necessità che si fa dipendenza del riconoscimento altrui.
A rendere ancora più potente l’esperienza di L’Inconnue contribuisce un apparato formale di straordinaria precisione. Le interpretazioni sono tutte eccellenti, ma ancora una volta Léa Seydoux offre una prova sublime: il suo volto diventa il luogo stesso dell’ambiguità, una superficie dove convivono presenza e assenza, identità e perdita, riconoscimento e smarrimento. Seydoux riesce a rendere visibile l’impossibilità di coincidere con sé stessi: il corpo non è più soltanto un involucro, ma un territorio conteso da memorie e coscienze diverse.
Harari costruisce inoltre un universo visivo claustrofobico, fatto di spazi chiusi, ambienti sospesi e immagini che sembrano imprigionare i personaggi. Gli interni diventano metafore dell’anima: luoghi senza uscita in cui il soggetto cerca disperatamente una forma di appartenenza.
La musica contribuisce a questa atmosfera di inquietudine permanente. La colonna sonora oltre ad un pianoforte ossessivo incontra anche Erik Satie che non accompagna semplicemente la narrazione, ma sembra insinuarsi nelle immagini come una presenza estranea, creando una sensazione di vertigine e oppressione. Forma e contenuto coincidono: il film non racconta soltanto la perdita dell’identità, ma la fa vivere allo spettatore.
Un ulteriore livello simbolico, forse tra i più raffinati del film, emerge dal riferimento a Bob Dylan e alla parola “unknown”, che attraversa l’opera fino alla canzone finale.Non è casuale che il protagonista si chiami David Zimmerman: un nome che richiama Robert Zimmerman, l’uomo che avrebbe trasformato sé stesso in Bob Dylan attraverso un atto volontario di rinascita identitaria.
Se Robert Zimmerman sceglie un nuovo nome e attraverso questa trasformazione viene riconosciuto dal mondo, David Zimmerman vive il movimento opposto: il suo corpo viene sottratto, il suo nome non corrisponde più alla sua presenza e la sua identità viene cancellata.
Due traiettorie speculari: una trasformazione scelta e una trasformazione subita.
Il riferimento a Dylan apre così un ulteriore labirinto: esiste davvero un’identità originaria oppure ogni io è già una costruzione, una narrazione, una maschera attraverso cui chiediamo agli altri di riconoscerci?
La parola “unknown” assume allora un significato filosofico. Non indica soltanto lo sconosciuto, ma ciò che resiste a ogni definizione definitiva. Il celebre verso “like a complete unknown”, sembra diventare la chiave segreta del film: i personaggi di Harari sono individui senza più un luogo stabile nel mondo, corpi separati dai nomi e coscienze separate dalle forme che abitano.
La canzone finale non chiude il film, ma ne amplifica l’enigma. Dopo la migrazione delle anime, la trasformazione dei corpi e la dissoluzione delle identità, rimane soltanto una domanda: se il nome, il corpo e lo sguardo degli altri possono cambiare, quale parte di noi resta veramente nostra?
L’orrore più profondo di L’Inconnue non è perdere il proprio corpo, ma scoprire che forse non abbiamo mai posseduto completamente un’identità definitiva. L’io appare come una costruzione fragile, un equilibrio provvisorio tra memoria, materia e riconoscimento. Siamo ciò che crediamo di essere, ma anche ciò che gli altri accettano di vedere in noi.
Nel labirinto di Harari non esiste un centro originario a cui tornare: esistono soltanto corpi che attraversano altri corpi, nomi che cercano un significato, identità che nascono e muoiono nello sguardo degli altri.
La domanda “Chi sono?” non trova risposta perché forse, nel fondo ultimo dell’esistenza, non è una domanda destinata a essere risolta, ma il mistero stesso che ci costituisce.
L’altro non è colui che vedo, ma colui che mi guarda.
— Emmanuel Levinas
— Emmanuel Levinas
Questo film era in concorso ufficiale di Cannes Film Festival