Synopsis
Zero è ancora lì, nel suo appartamento romano carico di rimpianti e action figure, a galleggiare tra l'irresolutezza cronica e una vita sentimentale che somiglia più a un referto autoptico che a una storia d'amore. Due Spicci lo segue mentre tenta — con la grazia di chi inciampa su una buccia di banana già prenotata — di districarsi tra due figure femminili che incarnano altrettanti cortocircuiti emotivi: Smeralda, presenza che brucia come una parola detta male nel momento sbagliato, e Sarah, che porta con sé il peso opaco di storie non dette. Nel mezzo: amici ossessionati dal sesso, la madre che gli chiede di essere felice come se fosse una questione di buona volontà, i figli a cui bisogna spiegare il mondo con le favole, e Roma che specula su sé stessa.
Review
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Recensito da Fabian
· 23. June 2026
Non siamo tutti forti uguali. Alcuni di noi non sono capaci di sconfiggere i propri mostri, imparano solo a camminarci insieme.
(Zerocalcare)
C'è un momento in Due Spicci in cui la madre di Zero — con quella sua capacità di formulare richieste impossibili nel tono di chi chiede di passare il sale — gli intima di essere felice. Zero risponde, con la consueta voce bassa e lo sguardo di chi ha già calcolato tutte le vie di fuga, che la felicità è forse il progetto più ambizioso e fallimentare dell'intera parabola umana: l'orizzonte verso cui ogni civiltà ha marciato dall'alba dei tempi senza mai arrivarci davvero. È uno di quei momenti in cui Zerocalcare smette di essere un fumettista romano che parla di se stesso e diventa qualcos'altro — un fenomenologo del quotidiano, quasi suo malgrado.
Peccato che questi lampi di lucidità esistenziale convivano, spesso a disagio, con un universo narrativo che mostra qualche crepa di stanchezza, nonostante, Secco, la determinazione di Sarah, la conflittualità di Zero, l’imprevedibilità autodistruttiva di Smeralda, la petulanza di Armadillo, la violenza idiota fallica di Paturnia, il risentimento di Giulio Montini, la famiglia di Cinghiale, la Roma di Rebibbia e l’assurdità della condizione umana.
La serie affronta temi non banali con una mano che sa dove andare: il bullismo come sedimento che non si dissolve nell'età adulta ma cambia solo forma; la violenza sulle donne, raccontata senza didascalie né retorica, lasciata agire in sottofondo come un rumore che non ti abbandona. I personaggi di Smeralda e Sarah non sono spalle né pretesti romantici — portano un'autonomia narrativa che la scrittura di Zerocalcare gestisce con più rispetto di quanto ci si potrebbe aspettare da un autore che ha costruito la sua cifra stilistica sull'autoironia maschile.
Tra le vette della serie c'è senz'altro la favola dei tre porcellini raccontata ai bambini, che diventa una parabola grottesca sulla speculazione edilizia romana — quei palazzi costruiti su niente, venduti a chi non se li può permettere, comprati da chi non ci abiterà mai. La metafora regge perché non si fa metafora: rimane concreta, arrabbiata, divertente. E poi c'è la scena dell'ostaggio: Zero che offre di lasciare in pegno il proprio "membro" come prova che per lui quella cosa conta meno di quanto gli altri sembrino credere. È il gesto del romantico refrattario, del nerd millennial che mentre i suoi coetanei catalogano conquiste sessuali come fossero figurine Panini, si trova a chiedersi perché nessuno parli d'altro — non per bigotteria, ma perché lui abita un'altra frequenza emotiva, quella del sentimento come evento raro e quasi insostenibile.
Zero è, in fondo, uno sfigato romantico ante litteram: arrivato troppo tardi o troppo presto in un'epoca che ha trasformato il desiderio in performance e la vulnerabilità in contenuto.
Il problema è che tutto questo lo sappiamo già. L'Armadillo — il suo alter ego pulsionale, volgare, liberatorio — era geniale nelle prime stagioni perché incarnava la voce che Zero si vietava. Ora è diventato un tormentone: prevedibile nel timing, meccanico nell'eccesso, svuotato della sua funzione disturbante. La ripetizione trasforma il perturbante in pittoresco.
E qui sta il nodo più difficile da sciogliere su Zerocalcare-Netflix: l'operazione nata come anomalia nel panorama dell'animazione italiana — underground che sfondava il mainstream senza farsi assimilare — mostra i segni di chi ha trovato una formula e, comprensibilmente, ci si è aggrappato. La lunghezza della serie non aiuta: certi episodi sembrano diluire ciò che in forma breve sarebbe stato folgorante. Il sistema che Zerocalcare ha sempre guardato con sospetto finisce per condizionare la struttura stessa del racconto — non nei contenuti, ma nel ritmo, nella necessità di riempire uno spazio che forse non richiedeva di essere riempito fino in fondo.
Due Spicci non è un'opera che delude — è un'opera che convince a metà, come una promessa che si ricorda di sé stessa solo a tratti. Ci sono dentro abbastanza intelligenza, umanità e originalità da giustificare la visione. Ma manca quella tensione che rende un'opera necessaria, quella sensazione di guardare qualcosa che non potrebbe esistere altrove, in nessun'altra forma. E questa, per un autore che si è sempre presentato come inassimilabile, è forse la critica più sottile: non che sia diventato brutto, ma che stia diventando, lentamente, prevedibile a sé stesso.
La vita è così. Triboli, trotti, ingoi un sacco di merda solo per poter vedere come va a finire.
(Zerocalcare)