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Insidious: Out of the further
2026 • 106 min

Insidious: Fuori dall’Altrove

Insidious: Out of the further
2.0
🤍 IMDb

Synopsis

 
Gemma è una giovane igienista dentale. Vive con la figlia nella casa della propria infanzia, un luogo che porta ancora i segni di un passato familiare traumatico. La madre di Gemma, infatti, è morta in circostanze che per anni hanno lasciato nella figlia un trauma irrisolto e una profonda paura di poter ripetere, con la propria bambina, la stessa storia. 
Quando Gemma comincia a sperimentare fenomeni inspiegabili, scopre di possedere una capacità particolare: può attraversare l’Altrove, la dimensione astrale popolata dalle anime perdute e dalle entità demoniache della saga, ma soprattutto può trasportare ciò che appartiene a quella dimensione nel mondo reale. 
È una novità radicale per le regole di Insidious: per la prima volta il confine tra i due mondi non è più a senso unico. Le entità possono attraversarlo e trasformare la realtà quotidiana in un territorio di caccia. 
Mentre il passato di Gemma torna letteralmente a perseguitarla e il legame tra tre generazioni di donne emerge progressivamente, un'entità particolarmente potente, Cyrus, cerca di sfruttare il suo dono per tornare definitivamente nel mondo dei vivi. 
Tra apparizioni, possessioni e incursioni nell'Altrove, Gemma sarà costretta a confrontarsi non soltanto con ciò che abita oltre la porta, ma con la propria storia familiare e con la paura più profonda di ogni madre: diventare, senza volerlo, ciò che ha cercato per tutta la vita di fuggire. 
 

Review

7 min read
Recensito da Beatrice · 19. August 2026
 
C'è qualcosa di curioso, e persino di paradossale: il film sembra avere finalmente trovato la chiave psicologica per rinnovare una saga ormai arrivata al sesto capitolo, e poi sembra dimenticarsene quasi subito. L'idea di partenza, infatti, non è affatto banale. 
Gemma è una giovane madre cresciuta accanto a una donna profondamente disturbata. Il trauma della propria infanzia ha prodotto in lei una forma di iper-indipendenza: Gemma vuole essere una madre diversa, vuole interrompere la catena, vuole impedire che ciò che ha ricevuto venga trasmesso alla figlia. Il passato, però, torna a perseguitarla proprio attraverso l'Altrove. 
Una donna che cerca di «riscrivere la storia» per non ripetere con la propria figlia il rapporto avuto con la madre; Amelia Eve parla di una storia universale sulla maternità e della comprensione, che arriva retrospettivamente, di ciò che una madre ha fatto per proteggere la propria figlia. Il regista Jacob Chase racconta di aver costruito il film anche a partire dalla propria paura di diventare padre. 
Insomma: il materiale psicologico c'era. E avrebbe potuto essere persino molto interessante. 
Il primo Insidious aveva costruito una mitologia efficace proprio perché non spiegava tutto. L'Altrove era una zona liminale, inquietante, quasi metafisica: un luogo nel quale la coscienza poteva separarsi dal corpo e nel quale il passato poteva assumere una forma mostruosa. Non era necessario stabilire che l'Altrove fosse "l'inconscio". Quella era, e rimane, una possibile interpretazione.Ma era un'interpretazione fertile perché i film precedenti mettevano in gioco memoria, rimozione, identità, trauma e ritorno del rimosso. 
In Fuori dall'Altrove, invece, il film sembra prendere quella simbologia e trasformarla in una meccanica narrativa. 
La nuova regola è semplice: Gemma può entrare nell'Altrove e, soprattutto, può farne uscire ciò che vi abita. Questa sarebbe la grande rivoluzione della saga: per la prima volta il confine fra i due mondi funziona in entrambe le direzioni. È una buona idea per un horror. Ma è molto meno interessante come idea psicologica. Da spazio dell'inconoscibile diventa quasi un magazzino di creature da cui far uscire, una dopo l'altra, le minacce. 
Il trauma transgenerazionale rimane sulla soglia Ed è qui che il film delude maggiormente. La struttura familiare è potenzialmente fortissima: nonna, madre, figlia. 
Una donna traumatizzata trasmette qualcosa alla figlia; la figlia cresce cercando disperatamente di non diventare come sua madre; la bambina rischia di ricevere a sua volta ciò che la madre voleva interrompere. Questa è materia da tragedia psicologica prima ancora che da horror. 
La stessa Amelia Eve descrive Gemma come una donna che tenta di riscrivere la propria storia e di impedire che il rapporto avuto con sua madre si ripeta con la figlia. Ma il film sembra non fidarsi abbastanza di questa idea. La mette in scena, la illustra, la rende visibile attraverso fantasmi e apparizioni, ma niente più. Il trauma viene rappresentato. Non viene veramente esplorato. 
Gemma invece finisce per essere soprattutto una protagonista costretta a reagire agli eventi soprannaturali. Il suo passato diventa una spiegazione della trama più che una vera esperienza interiore. È forse questa la trasformazione più deludente. 
Nei primi Insidious l'Altrove poteva essere interpretato come un'immagine della zona oscura della psiche: ciò che è stato rimosso, ciò che torna, ciò che non può essere completamente cancellato. Qui, invece, il film non sembra avere davvero bisogno di quella interpretazione. L'Altrove funziona come un universo narrativo dotato di regole: si entra, si esce, qualcosa attraversa la porta, qualcuno deve richiudere la porta. La porta, insomma, non è più tanto una metafora quanto una porta. 
Anche Cyrus avrebbe potuto rappresentare qualcosa di più di un semplice antagonista. È l'entità che vuole utilizzare Gemma come tramite per tornare nel mondo dei vivi.  Una creatura particolarmente potente, interessata al potere di Gemma perché quello stesso potere può diventare il suo biglietto per tornare alla vita. L'idea è persino archetipica: il morto che rifiuta la propria condizione e vuole tornare tra i vivi. 
Ma anche qui il film non sembra interessato alla domanda più inquietante: perché qualcuno dovrebbe desiderare così disperatamente di tornare? La morte potrebbe essere il limite ultimo che l'Altrove rappresenta. Il rifiuto della morte avrebbe potuto diventare il vero conflitto concettuale del film. Invece Cyrus finisce per essere soprattutto il cattivo che deve essere sconfitto. E quando le entità stesse si rivoltano contro di lui, la sua conclusione appare più come una conseguenza funzionale della sceneggiatura che come il compimento di una tragedia. 
Anche il personaggio del poliziotto, legato sentimentalmente a Gemma, avrebbe potuto avere una funzione molto più interessante. È l'uomo del mondo razionale, concreto, verificabile: quello che dovrebbe cercare una spiegazione là dove gli altri vedono il soprannaturale. In un film realmente interessato al conflitto fra realtà psichica e realtà materiale, avrebbe potuto diventare una figura fondamentale: l'uomo che ama una donna ma non riesce ad accedere al luogo interiore nel quale lei è costretta a vivere. Invece rimane in gran parte laterale. E questo è un altro sintomo del problema complessivo: il film introduce possibilità narrative e psicologiche che poi non sviluppa fino in fondo. 
Jacob Chase conosce evidentemente  bene il linguaggio dell'horror. E’ evidente il suo gusto per la paura costruita attraverso oggetti e situazioni quotidiane — il fortino di cuscini che diventa un labirinto, la poltrona del dentista, gli spazi claustrofobici. E alcune di queste intuizioni funzionano. 
Il problema è che una buona idea per uno soprassalto non è necessariamente una buona idea per un film. Il cinema dell'orrore più efficace non è quello che ci fa saltare dalla poltrona più spesso. È quello che riesce a farci portare qualcosa fuori dalla sala. Una paura. Un'immagine. Una domanda. Un'inquietudine. Fuori dall'Altrove ha certamente qualche immagine efficace, ma raramente lascia quella sensazione di perturbante che aveva reso memorabili i primi capitoli. 
Il film quindi rivela, per contrasto, ciò che avrebbe potuto essere. In Gentle Monster di Marie Kreutzer, l’orrore nasceva dal perturbante freudiano: ciò che dovrebbe esserci più familiare — il marito, la casa, la famiglia, la quotidianità — diventava improvvisamente estraneo, senza per questo cessare di essere familiare. In Insidious, invece, il perturbante viene quasi interamente esteriorizzato: il trauma diventa fantasma, il rimosso diventa demone, l’inconscio diventa un luogo fisico da attraversare. E così ciò che avrebbe potuto essere psicologicamente inquietante viene trasformato in una geografia soprannaturale. È una differenza sostanziale: in Gentle Monster l’orrore consiste nel non riconoscere più ciò che credevamo di conoscere; in Fuori dall’Altrove consiste semplicemente nel sapere che qualcosa di mostruoso è dall’altra parte della porta. Il primo ci costringe a dubitare della realtà; il secondo ci chiede soltanto di richiudere la porta. 
Inoltre la vera innovazione della saga doveva essere proprio questa: non siamo più noi ad entrare nell'Altrove. È l'Altrove a entrare in noi. Sulla carta è un'ottima intuizione. Ma c'è una differenza fondamentale tra un rovesciamento narrativo e un rovesciamento concettuale. Il primo è: "questa volta i fantasmi vengono fuori". Il secondo sarebbe stato: "questa volta scopriamo che ciò che credevamo fosse fuori di noi è sempre stato dentro di noi". Il film sembra promettere il secondo e consegnarci soprattutto il primo. Ed è probabilmente qui che nasce la sensazione di delusione. 
Il finale, con il ricongiungimento delle tre generazioni attraverso Elise, prova almeno a ricomporre il cuore emotivo della storia. Madre, figlia e nipote possono finalmente incontrarsi oltre la separazione fra vita e morte. 
E qui il film contiene un'idea che avrebbe meritato molto più spazio: forse il vero mostro non è l'eredità, ma l'incapacità di elaborarla. Il trauma può essere trasmesso ma può anche essere riconosciuto e, nel momento in cui una figlia riesce a guardare la propria madre non soltanto come il mostro della propria infanzia, ma come una persona dentro una catena di sofferenza, qualcosa può interrompersi. Questa sarebbe stata una conclusione psicologicamente potente. Il film, invece, la risolve attraverso il soprannaturale. Le porte si richiudono, i morti tornano al loro posto, le anime si ricongiungono e la banalità trionfa. 

Il vero Altrove, alla fine, rimane fuori dal film. 

Niente terrorizza di più di ciò che è dietro la porta chiusa, scriveva Stephen King. Ma Insidious: Fuori dall'Altrove commette proprio questo errore: apre la porta. 
 
 
 

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