2026 • 114 min
Gentle Monster
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Synopsis
In una casa immersa nella campagna, una musicista vive con il marito e il loro figlio una quotidianità appartata e felice, fatta di complicità familiare, serenità domestica e un’intimità che sembra al riparo dal mondo. l’equilibrio della coppia viene improvvisamente sconvolto quando l’uomo, padre affettuoso e compagno premuroso, finisce al centro di un’indagine per possesso di materiale pedopornografico. Da quel momento, ogni certezza si incrina: il sospetto si insinua nel ricordo, il passato assume nuovi significati e la protagonista è costretta a confrontarsi con la possibilità che il male si sia nascosto, per anni, nel cuore stesso della sua vita familiare.
Review
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Recensito da Beatrice
· 13. July 2026
Il male più grande è quello commesso da persone comuni.
— Hannah Arendt
— Hannah Arendt
Con Gentle Monster, la regista austriaca Marie Kreutzer torna a interrogare le fragilità nascoste dietro le superfici rassicuranti della vita borghese, scegliendo di affrontare uno dei tabù più perturbanti del nostro tempo: la pedofilia che si cela sotto le sembianze dell’uomo comune, del marito esemplare, del padre amorevole, della figura socialmente irreprensibile. Il “mostro gentile” evocato dal titolo non appartiene infatti alla sfera dell’eccezionale o del patologicamente riconoscibile, ma a quella, ben più inquietante, dell’ordinario.
L’idea di partenza possiede una forza indiscutibile. Il film interroga una delle grandi aporie dell’esistenza contemporanea: quanto conosciamo davvero coloro che amiamo? E soprattutto, quanto della nostra identità si fonda su un atto di fede nell’altro? La scoperta del possibile crimine non distrugge soltanto un matrimonio o una famiglia; dissolve l’intera architettura simbolica sulla quale quella famiglia aveva costruito la propria idea di sé.
In questo senso, Gentle Monster sfiora un territorio autenticamente fragile. L’orrore non deriva semplicemente dalla natura delle accuse, ma dal crollo improvviso della realtà condivisa. Il marito non è più l’uomo conosciuto per anni, eppure continua ad avere lo stesso volto, la stessa voce, le stesse abitudini. Il male appare allora come una crepa invisibile che attraversa il quotidiano, qualcosa che era sempre stato presente senza essere visto. È il perturbante freudiano, l’Unheimlich: l’estraneo che improvvisamente si rivela annidato nel familiare.
La protagonista interpretata da Lea Seydoux si muove in questa zona grigia con un’oscillazione emotiva poco comvincente. Il disgusto, il sospetto, la speranza che si tratti di un errore, il disperato bisogno di continuare a credere nell’uomo che ha amato: tutto questo viene restituito tuttavia con una credibile ambivalenza. Il personaggio vive una sorta di lutto paradossale, poiché deve elaborare la perdita di una persona ancora viva, di un’identità che forse non è mai esistita.
Particolarmente riuscita è la riflessione sulla memoria. Il film mostra come eventi e situazioni che, nel momento del loro verificarsi, apparivano del tutto innocui, vengano successivamente reinterpretati alla luce della scoperta, assumendo una gravità insospettata. La memoria si rivela così non come archivio oggettivo del passato, ma come dispositivo mobile, continuamente riscritto dal presente. Ogni ricordo diventa sospetto, ogni dettaglio una possibile prova, ogni omissione un segno premonitore che non si era saputo leggere.
Altrettanto doloroso è il timore che attraversa la protagonista riguardo al figlio: la possibilità che l’ombra del padre abbia già contaminato la sua crescita, che il male possa essersi depositato silenziosamente nella costruzione della sua identità. È forse questo l’aspetto più tragico del film: l’idea che certi eventi non si esauriscano nell’atto che li genera, ma producano una frattura generazionale, una crepa invisibile destinata a propagarsi nel tempo.
L’unica vera tensione drammatica che l’opera riesce a mantenere nasce dalla ricerca ostinata di spiegazioni alternative, di giustificazioni che possano ricomporre l’ordine infranto: il documentario, il denaro, le ipotesi di un malinteso, il desiderio quasi disperato di credere in un errore. Ma proprio queste possibilità, una dopo l’altra, rivelano la propria inconsistenza e la loro inevitabile fallacia.
Eppure, nonostante tali premesse, Gentle Monster finisce per non mantenere le promesse del proprio soggetto. Il film appare costantemente sospeso tra due nature incompatibili: da una parte il dramma psicologico d’ambizione autoriale, dall’altra un racconto costruito secondo meccanismi narrativi e visivi che ricordano più il film televisivo o la serie di prestigio che il cinema da festival.
Marie Kreutzer sembra qui rinunciare a una vera radicalità di sguardo: la scelta di concentrarsi non sul colpevole, ma su chi gli vive accanto, è teoricamente interessante e persino eticamente coraggiosa, poiché sposta il discorso dal crimine al trauma della scoperta e alla disintegrazione della fiducia. Tuttavia la regista non riesce mai a trasformare questa intuizione in un’esperienza cinematografica realmente perturbante. L’abisso resta raccontato più che evocato, spiegato più che vissuto.
Anche Lea Seydoux, reduce dalla sublime intensità di L’Inconnue, appare qui sorprendentemente meno incisiva del consueto. Non per mancanza di talento, quanto perché il film sembra incapace di offrirle uno spazio realmente compatibile, confinandola in una partitura emotiva che raramente supera il registro del dramma psicologico convenzionale.
Il vero paradosso di Gentle Monster è che affronta un tema capace di spalancare interrogativi vertiginosi sul male, sulla responsabilità e sull’opacità dell’altro, ma lo fa attraverso una forma sorprendentemente convenzionale. L’opera di Marie Kreutzer possiede indubbiamente una funzione sociale e civile e pone domande che meritano di essere formulate, ma raramente raggiunge quella necessità estetica che distingue il cinema d’autore dal semplice dramma di denuncia.
Ne emerge un film corretto, talvolta persino coinvolgente, ma sostanzialmente privo di quell’originalità formale e di quella forza artistica che ci si aspetta da un’opera presentata in concorso al Festival di Cannes. Un film che osserva il mostro negli occhi senza mai avere il coraggio di precipitare davvero nel suo abisso e di restituirne l’inesprimibile vertigine.
Un ulteriore elemento di interesse, sebbene talvolta sfiori una dimensione più didascalica, è rappresentato dalla figura della poliziotta incaricata dell’indagine. È lei la prima a varcare la soglia della casa, portando nella quotidianità apparentemente intatta della famiglia l’irruzione della legge, del sospetto e della possibilità dell’orrore. Ma la sua stessa vicenda privata sembra rispecchiare, in una forma diversa, il tema centrale del film: il padre anziano, affetto da demenza senile, manifesta un comportamento sessualmente inappropriato nei confronti della badante, che decide di denunciare la situazione alla figlia, salvo poi allontanarsi.
Questo parallelismo, forse costruito in modo troppo evidente dalla sceneggiatura, introduce tuttavia una riflessione inquietante sulla persistenza di una sessualità maschile vissuta come potere, possesso e possibile sopraffazione. Il film sembra suggerire una continuità sotterranea tra generazioni differenti, mostrando come il corpo femminile possa diventare ancora una volta il luogo sul quale si esercita una pulsione predatoria, sia nella forma estrema e criminale della pedofilia, sia nelle manifestazioni più quotidiane e spesso rimosse dell’abuso e della violenza. La vicenda della poliziotta apre così un interrogativo ulteriore: quanto del trauma individuale, della memoria familiare e delle esperienze rimosse accompagni il modo in cui osserviamo e giudichiamo il male degli altri? La sua posizione di osservatrice e investigatrice si trasforma allora in una posizione ambigua, perché anche lei è coinvolta in una realtà nella quale il confine tra passato e presente, tra vittima e testimone, continua a essere dolorosamente instabile.
Nessuno sa chi sia stato suo padre.
— Friedrich Nietzsche
— Friedrich Nietzsche
Questo film era in concorso ufficiale di Cannes Film Festival