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Islands
2025 • 123 min

Islands

3.5
🤍 IMDb

Synopsis

Tom era una promessa del tennis, ma il tempo ha smarrito quella scintilla. Ora vive a Fuerteventura, dove insegna in un resort: clienti turisti che passano, giornate uguali, un vuoto da colmare con alcool, droga, notti perse tra incontri effimeri. L’“estate eterna” che lo circonda è un paradiso apparente. Poi arriva una famiglia diversa: Anne, suo marito Dave, il loro figlio Anton. Non sono i perditempo abituali del resort. Tom, attratto da Anne e incuriosito da quella dissonanza, li guida negli angoli autentici dell’isola, prende confidenza con Anton, suggerisce una vita fuori dalle rotte turistiche. Ma quando Dave scompare, tutto cambia: Anne si comporta in modi che sembrano sospetti, il vuoto attorno a Tom inizia a farsi più assordante, la sua realtà. Inizia un’indagine personale, fatta di domande che restano sospese e verità che sembrano frammenti mai completamente afferrabili.

Review

4 min read
Recensito da Beatrice · 14. September 2025
Donna: mistero senza fine bello.
Guido Gozzano 

Islands non è soltanto un thriller ambientato sotto il sole, né un giallo convenzionale: è piuttosto un saggio sullo spaesamento, sul desiderio di fuga e sull’illusione della libertà. Gerster utilizza la bellezza naturale e l’aria apparentemente tranquilla dell’isola come specchio deformante: ciò che sembra un rifugio diventa gradualmente un limbo, una condizione dove il tempo ristagna, dove la coscienza si opacizza.

Tom è una figura neutra nella misura in cui non sa più cosa vuole davvero. Non ha più ambizioni, o forse le ha perse: non agisce, né reagisce alle presenze che lo circondano. Tom è il “non-luogo umano”, colui che vive fra gli altri ma non è parte di nessuno. La sua fuga — percepita all’inizio come volontà di libertà — diventa prigione interiore: tra noia, rimpianto ed estraniamento.

La figura più misteriosa resta Anne (Stacy Martin). Di lei non si sa mai con chiarezza se stia celando un passato, un trauma o semplicemente un piano; persino durante le indagini sulla sparizione del marito, mantiene un’aura impenetrabile. Non si concede né spiega: sembra sospesa in un enigma che non vuole o non può rivelare.
Anne appare come un’amazzone moderna: utilizza il maschio, lo piega ai propri desideri, lo lascia andare quando non serve più. Come le figure mitologiche che si servivano dell’uomo in modo strumentale, mai affettivo o comunitario, solo per procreare e poi abbandonarlo, anche lei agisce spinta da un istinto ferino, più animale che umano. Sebbene le sue sembianze siano elegantissime e algide il suo corpo e il suo volto celano la misteriosità del fine, giustificato da qualunque mezzo.
In lei non vibra empatia, non c’è un affetto autentico per chi la circonda — nemmeno per il figlio. Anton, se pure appare come un legame affettivo, è trattato come estensione, non come soggetto autonomo. La sua sensibilità è fredda, quasi predatoria: annusa la situazione, si muove rapida, non indugia, non conosce attesa. Anne è l’incarnazione complessa di un istinto sofisticato e disincantato.

Dave, il marito scomparso, rappresenta quella normalità borghese che Anne sembra rifiutare e che Tom ha abbandonato. Anton, invece, porta l’innocenza del bambino, ma diventa anche specchio tragico dell’indifferenza materna: la sua presenza è una domanda inevasa, un richiamo al sentimento che Anne non possiede.

Gerster non si affida ai colpi di scena plateali: il ritmo è lento, la tensione silenziosa. La regia posa lo sguardo su spazi e attese, su sguardi che fissano, silenzi che pesano. Il paesaggio diventa personaggio: l’isola non è solo ambientazione, ma condizione dell’anima. L’illusione del paradiso che cede al calore troppo forte, alla polvere che penetra, al peso dell’inattività è uno dei temi più riusciti del film.

La colonna sonora, le inquadrature, il contrasto fra luce accecante e ombre urbane/umane accentuano questa atmosfera sospesa. Gerster non vuole spiegare tutto, lascia che il mistero resti tale, come se la vita stessa fosse spesso questo groviglio di desideri non soddisfatti, di possibilità mai concretizzate.
A livello esistenziale, Islands suggerisce che la fuga non è quasi mai fuori di sé, ma piuttosto dentro: nella reiterazione delle scelte, nella capacità — o incapacità — di abbracciare il proprio vuoto, i propri limiti. Tom non scappa dal resort e dal sole: scappa da sé.

Anne, invece, incarna il lato oscuro del desiderio di sopravvivere: l’istinto nudo, privo di amore, che soppianta ogni legame umano. Lei non cerca verità, né redenzione: persegue solo la propria traiettoria, come un animale che fiuta e si muove senza indugio. Se Tom rappresenta la dissoluzione della volontà, Anne è la sua polarità: volontà pura, ma priva di compassione.

Il film, nella sua superficie, potrebbe ingannare: appare come un esercizio narrativo lineare, un racconto turistico-balneare travestito da thriller psicologico. In realtà, dietro la patina di apparente banalità e dietro la confezione da falso mainstream, si cela un’opera che non smette di interrogare. Islands custodisce un’aura sottilmente stratificata, una tensione esistenziale che lavora silenziosa, scavando nelle pieghe dei personaggi rivelando la loro dimensione più ambigua e fragile. Ciò che sembrerebbe solo intrattenimento si rivela una ricerca non indifferente sull’essere, sull’opacità delle intenzioni, sull’enigma dell’altro e sul vuoto che ci abita. È proprio in questo scarto — fra la superficie accessibile e la profondità inattesa — che il film di Gerster trova la sua forza più perturbante.

L’istinto detta il dovere e l’intelligenza fornisce i pretesti per eluderlo.
Marcel Proust
 
 
 

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