Synopsis
Quattro giovani amici si ritrovano a percorrere una strada che sembra non avere fine. Smarriti in un paesaggio ostile, circondati da presenze enigmatiche e minacciose, tentano di trovare una via d’uscita da un percorso che si sottrae a ogni logica. Ma ciò che sembra un incubo soprannaturale si rivela progressivamente un’indagine sull’esistenza, sulla ripetizione e sull’impossibilità di attribuire alla vita un significato definitivo.
Review
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Recensito da Beatrice
· 10. October 2026
Non si fa ciò che si vuole e tuttavia si è responsabili di ciò che si è
Jean-Paul Sartre
Un film che utilizza il genere come un dispositivo di occultamento.
Apparentemente un horror, è in realtà un dramma esistenziale che assume le sembianze del genere per sottrarsi alle sue convenzioni e interrogare una questione radicale: che cosa significa vivere quando non esiste alcuna garanzia che l’esistenza abbia un senso? L’orrore, qui, non risiede nell’irruzione del soprannaturale, ma nella possibilità che il soprannaturale non sia altro che la rappresentazione letterale della nostra condizione.
Quattro giovani, una strada che non termina, un’automobile che procede senza riuscire a raggiungere una destinazione. La semplicità della premessa è inversamente proporzionale alla densità concettuale del film. Il percorso diventa una figura dell’esistenza, mentre la sua reiterazione traduce in forma cinematografica una delle esperienze più familiari e, proprio per questo, meno riconosciute della vita: la ripetizione. Ci illudiamo di attraversare una successione di eventi differenti, di accumulare esperienze, di avanzare verso qualcosa; eppure le nostre giornate, i gesti, i comportamenti e perfino le scelte tendono a riprodurre strutture ricorrenti. Cambiano le circostanze, gli oggetti, le persone; non necessariamente cambia la logica che organizza il nostro stare al mondo.
È precisamente nella forma che It Ends trova una delle sue intuizioni più riuscite. La ripetitività non è soltanto ciò che il film racconta, ma ciò che fa sperimentare allo spettatore. Il loop narrativo non costituisce un espediente per prolungare artificialmente la tensione: è la traduzione strutturale di una condizione esistenziale. Il movimento continua, ma non produce un avanzamento riconoscibile; l’esperienza si accumula senza trasformarsi necessariamente in conoscenza; il tempo trascorre senza che il trascorrere del tempo garantisca un’evoluzione. La strada non è semplicemente interminabile: è un meccanismo che riproduce se stesso, come può fare un’esistenza nella quale l’abitudine ha sostituito la consapevolezza.
In Pleasantville non si riesce a immaginare che esista qualcosa oltre il mondo conosciuto; in It Ends non si riesce a vedere dove conduca il mondo che si sta attraversando. Nel primo film la ripetizione è un ordine rassicurante che impedisce di pensare; nel secondo diventa un movimento interminabile che non garantisce alcun progresso.
La questione decisiva, tuttavia, non è la ripetizione in quanto tale. È la differenza fra una ripetizione attraversata dal pensiero e una ripetizione che ne è priva. Non ogni reiterazione è necessariamente sterile: si può tornare sugli stessi gesti, ripercorrere esperienze analoghe, persino commettere errori già commessi, purché esista la possibilità di riconoscere ciò che si sta facendo, di interrogarne le ragioni, di trasformare l’esperienza in materia di riflessione. La ripetizione può appartenere a un progetto consapevole, oppure ridursi alla riproduzione automatica di un meccanismo del quale non si comprende più la natura. La differenza non risiede nell’apparente varietà degli eventi, ma nella qualità del rapporto che intratteniamo con essi.
È qui che le figure che emergono dal bosco assumono un significato molto più radicale di quello suggerito dalla loro funzione horror. Non sono semplicemente individui sconfitti dalla fatica, creature disperate o vittime di una condizione dalla quale non riescono a liberarsi. Rappresentano, piuttosto, una forma di esistenza nella quale sembra essersi consumata la possibilità stessa della domanda. Non è tanto la rinuncia a caratterizzarli, quanto ciò che la precede: l’assenza di una scelta consapevole, di un’indagine, di un pensiero capace di trasformare la condizione subita in un problema da interrogare. Non hanno necessariamente cercato una risposta senza trovarla; sembrano non riuscire neppure a riconoscere la necessità di cercare. Ma questo si comprenderà solo alla fine…
La loro è una passività più radicale della disperazione, perché la disperazione presuppone almeno la percezione di una frattura, la consapevolezza che qualcosa non corrisponda alle aspettative. Qui, invece, il rischio è quello di un’esistenza ridotta alla propria dimensione biologica e reattiva: vivere, consumare, rispondere agli stimoli, riprodurre comportamenti, senza che la vita diventi oggetto di interrogazione. Una condizione che non può essere separata dalle strutture sociali che la alimentano, dai dispositivi di condizionamento, dalla propaganda, dalla comunicazione incessante e dall’economia dell’attenzione, capaci di occupare ogni spazio disponibile senza necessariamente ampliare la coscienza. L’individuo può essere continuamente sollecitato e, proprio per questo, sempre meno disponibile a pensare. Può essere attivo senza essere autonomo, informato senza essere consapevole, immerso nel movimento senza sapere verso dove si muova.
In questa prospettiva, il film incontra la critica adorniana della società amministrata e dell’eteronomia del pensiero: il problema non è soltanto la subordinazione a un potere esterno, ma la progressiva naturalizzazione dei meccanismi che organizzano la nostra esperienza, fino a renderli invisibili. Quando non si riesce più a riconoscere la propria condizione come qualcosa che possa essere interrogato, il mondo smette di apparire come un problema e si presenta come un dato inevitabile. La strada diventa l’unico mondo possibile, non perché sia stata scelta, ma perché non si riesce più a concepire che possa essere pensata altrimenti.
È proprio qui che It Ends si allontana da una lettura semplicemente pessimistica. La strada infinita non rappresenta soltanto la condanna a un percorso privo di destinazione: è anche la possibilità di continuare a interrogare ciò che non può essere definitivamente risolto. Il film si colloca così nel territorio dell’assurdo camusiano, quello del Mito di Sisifo, dove la domanda di significato dell’essere umano incontra il silenzio del mondo. L’assurdo non è una proprietà del mondo isolatamente considerato, né soltanto un sentimento individuale: nasce dalla loro relazione, dalla sproporzione fra il nostro bisogno di intelligibilità e l’assenza di una risposta ultima.
Ma riconoscere questa sproporzione non significa concludere che vivere sia inutile. Al contrario, significa sottrarre la vita alla necessità di essere giustificata da una verità trascendente, da una destinazione finale o da una promessa di compensazione. Non occorre postulare un altro mondo, una reincarnazione o un ordine superiore nel quale le contraddizioni presenti trovino finalmente la propria soluzione. La ricerca non è un intervallo provvisorio che precede il possesso della verità: è la condizione permanente di un pensiero che non rinuncia a interrogare l’esistenza proprio perché non può esaurirla.
È in questo senso che la strada di Ullom può essere accostata a Nietzsche. La critica della verità assoluta, intesa come costruzione umana dimentica della propria natura, non conduce necessariamente alla rinuncia al pensiero. Se viene meno la garanzia di un fondamento ultimo, non per questo viene meno la possibilità di conoscere, interpretare e mettere in discussione. La verità non è un possesso definitivo che chiude la ricerca, ma un orizzonte sottoposto alla continua revisione delle nostre prospettive. Il rischio non consiste nel non trovare una risposta conclusiva, bensì nel pretendere che, in assenza di quella risposta, non valga più la pena di interrogare.
Il sì nietzschiano alla vita si colloca precisamente in questa frattura. Non è l’ottimismo di chi presume che ogni cosa conduca a un esito favorevole, né la consolazione di chi attribuisce alla sofferenza un significato necessario. È l’affermazione dell’esistenza senza la condizione preliminare che essa debba dimostrare di possedere un senso ultimo. La vita non ha bisogno di essere riscattata da una spiegazione ulteriore per essere vissuta. Il percorso non deve necessariamente concludersi in una verità capace di giustificarlo retroattivamente.
Anche la sofferenza, che il film evoca come possibile luogo del significato, va sottratta a ogni tentazione consolatoria. Non è il dolore a conferire valore all’esistenza, come se la sofferenza fosse una prova necessaria o una forma di elevazione. È la possibilità di pensare ciò che si vive, di non subirlo soltanto, di trasformare l’esperienza in interrogazione e questo è evidente nel percorso di James.
La sofferenza non risponde alla domanda sul senso: può, semmai, renderne inevitabile la formulazione. Confondere queste due cose significherebbe trasformare l’assurdo in una nuova giustificazione, sostituendo alla promessa di una felicità futura la pretesa che il dolore presente debba avere una ragione.
La strada infinita è dunque anche la negazione di una concezione teleologica dell’esistenza, secondo la quale ogni percorso acquisterebbe valore soltanto in funzione della propria conclusione. Se il senso è collocato esclusivamente alla fine, il presente diventa un mezzo, un’attesa, un sacrificio da sopportare in vista di qualcosa che ancora non esiste. Ma se quella fine non è garantita, l’intero edificio della giustificazione rischia di crollare. Resta allora la possibilità di riconoscere valore al percorso senza trasformarlo in un mezzo per raggiungere altro: non perché ogni esperienza sia automaticamente significativa, ma perché il significato non è necessariamente una proprietà già assegnata alle cose. Può emergere nel modo in cui le viviamo, le pensiamo e le mettiamo in relazione.
A questa dimensione esistenziale se ne sovrappone una storica, altrettanto rilevante. La strada non è inquietante soltanto perché sembra non finire, ma perché non consente di vedere il futuro. Il problema non è semplicemente la paura di diventare adulti, né l’incertezza tipica di una fase di passaggio: è il timore di entrare in un mondo nel quale il futuro ha progressivamente cessato di apparire come una promessa. Il futuro, anziché costituire l’orizzonte verso cui orientare desideri e progetti, assume i contorni di una minaccia.
La modernità ha alimentato, pur fra contraddizioni e disuguaglianze, l’idea che il tempo potesse tradursi in progresso, che il domani potesse offrire condizioni migliori di quelle presenti. Oggi questa promessa appare sempre meno credibile. Si continua a procedere, ma il movimento non garantisce più una direzione; si producono trasformazioni incessanti, senza che sia possibile identificare in esse un miglioramento condiviso. La strada di It Ends diventa allora l’immagine di una contemporaneità nella quale l’accelerazione non coincide con il progresso e la moltiplicazione delle possibilità non garantisce una maggiore capacità di scegliere. L’orizzonte non è soltanto lontano: sembra essersi sottratto alla nostra facoltà di immaginarlo.
È questa la tensione che attraversa il film: da una parte, l’esistenza come ripetizione, esposizione all’assurdo, impossibilità di raggiungere una verità definitiva; dall’altra, la possibilità che la consapevolezza trasformi il rapporto con ciò che si ripete. Non si tratta di opporre ingenuamente la libertà individuale a una condizione collettiva, né di sostenere che basti pensare per sottrarsi a ogni vincolo. Si tratta di riconoscere che la passività non è l’unico rapporto possibile con il mondo e che l’assenza di garanzie non coincide necessariamente con l’assenza di possibilità.
Il finale, nel suo tentativo di aprire uno spiraglio, resta perciò un punto delicato. La conclusione narrativa può offrire l’impressione che la strada sia finalmente superabile, ma la sua forza filosofica risiede altrove: nella possibilità che il percorso venga vissuto diversamente quando si rinuncia a esigere da esso una soluzione definitiva. Se la fine fosse soltanto la ricompensa concessa a chi ha perseverato, il film ricadrebbe nella logica consolatoria che sembra mettere in discussione. Se invece il limite diventasse l’occasione per modificare il proprio rapporto con la ricerca, la conclusione non cancellerebbe l’assurdo: ne mostrerebbe una possibile forma di attraversamento.
It Ends è, in definitiva, un film sul rischio di vivere senza pensare e sulla possibilità di pensare senza pretendere di arrivare. La sua strada non è soltanto una metafora della vita, ma la rappresentazione di una domanda che non può essere definitivamente archiviata: che cosa resta dell’esistenza quando smettiamo di credere che debba condurre a una verità capace di giustificarla? Le persone del bosco incarnano il pericolo di una vita che ha rinunciato non tanto a una risposta, quanto alla domanda stessa. Il protagonista, invece, resta dentro il percorso, esposto alla sua ripetizione e alla sua opacità, senza che il movimento gli garantisca una destinazione.
La distinzione ultima non è fra chi arriva e chi non arriva, fra chi vince e chi soccombe. È fra chi considera l’assenza di una risposta una ragione per interrompere la ricerca e chi riconosce in quella stessa assenza la condizione che rende la ricerca necessaria.
Forse è proprio questo il senso più radicale del film: non trovare una ragione per vivere che ci liberi dall’assurdo, ma non permettere all’assurdo di diventare una ragione per smettere di vivere consapevolmente.
Se la strada non conduce a una rivelazione conclusiva, ciò che rimane non è soltanto la tensione teleologica verso una meta, ma la circolarità stessa del percorso: una temporalità opposta alla visione escatologica, che immagina la storia orientata verso una fine e una redenzione. Il ritorno di uno dei protagonisti non rappresenta necessariamente una sconfitta né la rinuncia alla ricerca. Può indicare, al contrario, che non esiste un altrove capace di risolvere l’enigma dell’esistenza: si torna là da dove si è partiti, ma non si è più esattamente gli stessi. La strada non ha consegnato una verità; ha reso impossibile smettere di cercarla. E forse è proprio in questa circolarità, priva di una conclusione definitiva ma non per questo priva di senso, che il film trova la sua risposta più radicale.
La strada non deve necessariamente condurre da qualche parte. È sufficiente non smettere di domandarsi che cosa significhi percorrerla.
La vita deve essere compresa all’indietro. Ma deve essere vissuta in avanti.
Søren Kierkegaard