Synopsis
Serie tv proiettata in un mondo prossimo, in cui un evento di origine non chiaramente ostile induce l’umanità a convergere in una coscienza collettiva unificata. Gli individui perdono progressivamente la loro autonomia psichica, ma non la funzionalità sociale né il benessere emotivo. La sofferenza, il conflitto e l’angoscia vengono neutralizzati attraverso una perfetta sincronizzazione mentale. Una minoranza di immuni resta esclusa da questo processo: non per scelta, ma per incompatibilità. La serie segue soprattutto una di queste figure eccedenti, osservando il nuovo ordine non dal punto di vista della resistenza organizzata, ma da quello di una singolarità che non riesce più a trovare un posto nel mondo, né dentro né fuori dal sistema.
Review
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Recensito da Beatrice
· 05. January 2026
Ciò che è più inquietante è che non siamo ancora inquieti.
Martin Heidegger
Pluribus non mette in scena una distopia. Mostra piuttosto il compimento di un processo già in atto: la lenta rinuncia alla frattura, al dissenso, alla fatica dell’essere singoli. Il mondo che la serie rappresenta non è crollato; ha semplicemente smesso di opporre resistenza a sé stesso.
La coscienza collettiva che ingloba l’umanità non nasce come forza antagonista, ma come soluzione. Non conquista: accoglie. Non impone: armonizza. In questo senso gli Others non sono l’Altro radicale, ma il risultato di una lunga aspirazione umana all’unità, alla semplificazione, alla fine dell’attrito. A questa totalità non si oppone un nemico, bensì una figura eccedente: l’éteros, ciò che resta fuori non per scelta ideologica, ma per impossibilità ontologica.
L’éteros non è il diverso integrabile, non è la minoranza da includere. È ciò che non può essere assimilato senza residuo. Carol esiste in questo spazio improduttivo: non come eroina, ma come scarto. La sua individualità non è rivendicazione, è fatica. Non produce senso, ma dissenso, non migliora il sistema, non propone reali alternative. Persiste. Ed è questa persistenza a risultare intollerabile.
La coscienza collettiva degli Others può essere letta come una realizzazione estrema della volontà schopenhaueriana: una forza cieca che si è finalmente liberata dalla frammentazione degli individui per vivere in un’unica rappresentazione del mondo. Non più pluralità di desideri in conflitto, ma un desiderio senza soggetto. La volontà non vuole più qualcosa: semplicemente continua a essere, senza attrito, senza mancanza. Il dolore viene eliminato non perché curato, ma perché reso inconcepibile.
In questo orizzonte, l’omologazione mentale non è violenza, ma igiene. Le differenze non vengono represse; vengono assorbite, neutralizzate, rimesse in circolo come variazioni innocue. La singolarità sopravvive solo come stile, mai come frattura. Pensare diversamente non è proibito: è reso superfluo.
Una società che sembra razionale può essere profondamente irrazionale.
Herbert Marcuse
Qui entra in gioco la lezione di Erich Fromm, che Pluribus traduce in forma narrativa senza bisogno di dichiararla. La fusione nella coscienza collettiva appare come una perfetta fuga dalla libertà. Non più la libertà agonistica, conflittuale, carica di rischio, ma una libertà svuotata, rasserenante, priva di responsabilità. Una libertà senza scelta, e dunque senza angoscia. La libertà come quiete, non come apertura.
Ciò che la serie rende perturbante è il fatto che questo esito non sia presentato come fallimento. Non c’è miseria, non c’è repressione, non c’è terrore. Il mondo funziona meglio. È più giusto, più pacificato, più efficiente. La sofferenza non viene negata: viene superata. E proprio per questo ogni gesto di rifiuto appare infantile, crudele, irrazionale.
Carol non combatte un sistema oppressivo; combatte un sistema che non ha più bisogno di lei. Il suo dissenso non è politico, ma esistenziale. Non chiede di essere libera: chiede di poter restare incompleta, contraddittoria, infelice. Chiede il diritto a una coscienza non riconciliata.
D’altronde il nostro mondo ha già imboccato questa direzione. La riduzione del conflitto a disturbo, l’ottimizzazione delle emozioni, la delega del pensiero a strutture collettive sempre più pervasivamente benevole. Pluribus non anticipa il futuro: lo rende visibile nel suo stato terminale. Un mondo che non è distopico perché ha già interiorizzato la propria necessità.
Alla fine, l’éteros non salva nulla. Non redime, non vince. Rimane come incrinatura, come possibilità negativa. Un punto cieco nella rappresentazione totale.
E forse è proprio questo che la serie difende, senza retorica: non la libertà come valore, ma l’irriducibilità come scandalo.
La capacità di non coincidere.
Di restare, ostinatamente, fuori sintonia.
E forse è proprio questo che la serie difende, senza retorica: non la libertà come valore, ma l’irriducibilità come scandalo.
La capacità di non coincidere.
Di restare, ostinatamente, fuori sintonia.
Il punto più delicato di Pluribus risiede tuttavia nella sua ambiguità di fondo: la serie sembra suggerire, più che affermare, che questa forma di annullamento della coscienza individuale sia non solo inevitabile, ma forse l’unica configurazione stabile possibile. La collettività non viene mai realmente messa in crisi; non mostra crepe strutturali, né derive autoritarie, né conseguenze inattese che ne incrinino la legittimità. L’abolizione del dolore, del conflitto e dell’angoscia appare come un guadagno netto, a fronte del quale la perdita dell’individualità viene presentata come un costo residuale, quasi nostalgico. Resta allora aperta una domanda che la serie non osa attraversare fino in fondo, almeno per ora: è davvero concepibile un benessere che passi per la cancellazione totale della coscienza singolare? E soprattutto, può ancora chiamarsi umano un mondo in cui il senso non nasce più dalla frizione, dalla mancanza e dalla scelta, ma da una quiete perfetta e irreversibile? Pluribus sembra arrestarsi su questa soglia, lasciando intendere che non esista alternativa praticabile. Niente sembra più vicino alla realtà.
Il vero dilemma che presenza Pluribus non è ciò che mostra, ma ciò che può sembrare normale: l’idea che la soppressione della coscienza individuale sia un prezzo ragionevole — forse necessario — per garantire un benessere universale privo di dolore. In questo senso, il nuovo ordine non è una tirannia, ma una razionalità politica perfetta, fondata sull’eliminazione preventiva di ogni conflitto. Non si governa più attraverso il consenso o la forza, ma attraverso la coincidenza totale tra desiderio e sistema. L’individuo non viene oppresso: viene superato.
Il destino dell’uomo moderno è la rinuncia senza tragedia.
Friedrich Nietzsche
È qui che Pluribus tocca un nervo scoperto del presente. La serie sembra allinearsi a una visione secondo cui la politica non ha più il compito di mediare tra interessi divergenti, ma di ottimizzare l’esistenza, riducendo l’umano a una variabile gestibile. Il dolore diventa uno scandalo tecnico, la libertà un rumore di fondo, il dissenso un’anomalia da correggere. In nome della pace psichica, si accetta una forma di totalità che non ammette eccezioni, perché non ne ha più bisogno.
Il problema non è chiedersi se questo mondo funzioni meglio. Funziona. Il problema è chiedersi per chi e a quale costo simbolico. Un mondo senza conflitto è anche un mondo senza responsabilità, senza decisione, senza colpa. Un mondo in cui l’etica non è più scelta, ma procedura. Accettando l’annullamento della coscienza come destino si rischia di trasformare la rinuncia politica più radicale del nostro tempo in una necessità storica, anziché in una scelta che andrebbe ancora, ostinatamente, contestata.
Se Pluribus sembra talvolta normalizzare — e persino rendere desiderabile — l’annullamento della coscienza individuale in nome di un benessere assoluto, questa impressione va tuttavia temperata. Il mondo della serie non è unanimemente riconciliato: la quasi totalità dell’umanità ha aderito al sistema non per coercizione, ma per convergenza spontanea, mentre solo tredici individui restano fuori, non per scelta ideologica, bensì per immunità. Un’immunità che, almeno in linea teorica, potrebbe essere aggirata, consentendo loro di entrare nel flusso collettivo. Eppure, in alcuni di questi soggetti, la resistenza persiste. Non solo come progetto politico strutturato, ma come attrito minimale, come rifiuto non del sistema in quanto tale, bensì della sua pretesa di totalità. Di molti altri immuni sappiamo poco o nulla: la serie restringe consapevolmente lo sguardo, concentrandosi su un microcosmo isolato, lasciando fuori campo la complessità del mondo assimilato.
La chiusura “atomica” del finale, più simbolica che narrativa, non suggella un destino, ma apre una soglia: suggerisce sviluppi ulteriori, deviazioni impreviste, moltiplicazioni di senso ancora inesplorate. È anche in questa sospensione che Pluribus rivela il suo tocco di classe. Oltre all’originalità tematica, la serie colpisce per la ricerca di una forma artistica insolita, per una costruzione narrativa volutamente bizzarra, per un filo conduttore stravagante ma rigoroso, capace di trattenere lo sguardo senza ricorrere alle scorciatoie della pruderie mainstream o ai meccanismi rassicuranti del prodotto di massa. Pluribus non seduce, non compiace, non semplifica: insiste. E proprio in questa ostinazione formale ed etica risiede la sua forza più rara.
La dittatura perfetta avrà l’aspetto di una democrazia, ma sarà una prigione senza mura, nella quale i prigionieri non sogneranno neppure di evadere.
Aldous Huxley