Synopsis
Il Sole, la sorgente di energia del nostro sistema solare, è infetto. Dei batteri alieni (gli astrofagi) lo stanno lentamente divorando e presto si spegnerà, e con esso la Terra. Questo è l’incipit della nuova pellicola tratta dall’omonimo romanzo di Andy Weir: Project Hail Mary. A differenza di altri film dello stesso genere, questa volta non sarà lo scienziato più qualificato a tentare di salvare il pianeta da una catastrofe imminente: sarà invece un semplice insegnante di scienze delle medie a diventare l’eroe della storia.” Ryland Grace (interpretato da un abilissimo Ryan Gosling), che lo voglia o no, dovrà partire per un viaggio spaziale con destinazione Tau Ceti e capire perché quest’ultima sia l’unica stella non infetta dai batteri mangia-stelle.
Review
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Recensito da Achille
· 13. March 2026
Chi si sarebbe mai aspettato un racconto sull’esistenza umana così evocativo e diretto da un film fantascientifico incentrato su batteri spaziali e alieni fatti di roccia?
Forse proprio in questo risiede maggiormente il fascino di Project Hail Mary: l’effetto sorpresa.
Forse proprio in questo risiede maggiormente il fascino di Project Hail Mary: l’effetto sorpresa.
Entrando in sala ci si aspetta un film di scienza, dove scene di fuga da buchi neri si alternano a inquadrature mozzafiato dell’infinito spazio; e in effetti sono presenti in questa pellicola, ma in secondo piano. In primo piano viene posto invece l’uomo, o meglio l’esistenza umana, in tutta la sua ambiguità. Per rappresentare un’essenza così inafferrabile, che sfugge a ogni definizione, bisogna metterla a confronto con altre realtà e con i loro attributi.
L’uomo, o meglio Ryland Grace — che in questo caso funge da ambasciatore dell’umanità — per tutto il corso della pellicola viene bombardato da avvenimenti che inevitabilmente lo costringono a una negazione e a una conseguente rielaborazione della concezione di sé, e più in generale dell’uomo.
Tramite i flashback sparsi per tutto il film scopriamo, insieme al protagonista, che Grace non si è mai offerto spontaneamente come astronauta per la missione; è stato invece sedato e portato sulla nave mentre era in coma farmacologico. Le ultime parole che coglie prima di perdere a lungo i sensi sono: «Non ti preoccupare, sei in gamba».
Ed è proprio così, perché Grace era esattamente quello di cui la missione aveva bisogno, quello di cui l’umanità aveva bisogno: speranza. Infatti, il nostro protagonista è molto goffo e autoironico per essere un biologo molecolare mandato in missione segreta per salvare il mondo. Ma è una goffaggine viva, genuina, come quella dei bambini o degli anziani, che non si preoccupano di elaborare o di razionalizzare: osservano. Osservano e basta. Si lasciano persuadere dai colori e dalle forme, proprio come il nostro scienziato.
Quando quest’ultimo e il suo amico roccioso si avvicinano a Tau Ceti per raccogliere dei campioni, mentre i macchinari sono intenti nel loro compito, Grace rimane lì, a galleggiare nello spazio. Uno spazio che non è silenzioso e abissale come quello di Interstellar, ad esempio, ma è piuttosto una tela su cui dipingere: nel buio più profondo di tutti, il fenomeno della bioluminescenza emessa dagli astrofagi sembra comporre un fiume di stelle. E quando l’alieno roccioso chiede al nostro umano cosa stia facendo, lì fermo, attonito, lui risponde: «Me lo sto godendo».
Ed è qui che risiede tutta l’ambiguità dell’uomo: un essere sì piccolo dinanzi all’universo, ma dotato di coscienza. Gli è stato permesso di vivere, di provare emozioni e di avere consapevolezza di sé. E ciò dovrebbe sempre tenerlo a mente.
L’uomo non è che una canna, la più fragile di tutta la natura; ma è una canna pensante. Non occorre che l’universo intero si armi per annientarlo: un vapore, una goccia d’acqua è sufficiente per ucciderlo. Ma quand’anche l’universo lo schiacciasse, l’uomo sarebbe pur sempre più nobile di chi lo uccide, dal momento che egli sa di morire e il vantaggio che l’universo ha su di lui; l’universo non sa nulla. Tutta la nostra dignità sta dunque nel pensiero. È in virtù di esso che dobbiamo elevarci, e non nello spazio e nella durata che non sapremmo riempire.
Blaise Pascal
Blaise Pascal
Project Hail Mary è una celebrazione filantropica anche per il modo in cui i due personaggi si relazionano.
Grace non può salvare la sua casa da solo.
Grace non può salvare la sua casa da solo.
Per portare a termine la missione dovrà avvalersi di uno dei suoi attributi più emblematici: la cooperatività. Solo unendo la sua mente da scienziato con quella di Rocky (così si chiama l’alieno fatto di roccia in cui si imbatte), altrettanto geniale, capirà come fronteggiare l’infezione degli astrofagi. Ma la loro amicizia non si limita a una semplice alleanza dai fini utilitaristici. Sono infatti due creature estremamente sociali, attratte dal conoscere l’un l’altro.
Grace è la dimostrazione che in situazioni di questo tipo l’amicizia, la compagnia, la possibilità di essere ascoltati e di ascoltare sono vitali tanto quanto acqua e cibo. Il loro legame, così saldo e vitale, sembra mosso da una volontà comune a entrambi, irrefrenabile, come a voler suggerire la compagnia come essenza dell’essere piuttosto che un suo semplice attributo. E come Grace non può fare a meno di empatizzare con una roccia a quattro gambe, anche lo spettatore non può, e non vuole, tirarsi indietro.
In conclusione Project Hail Mary è un monito di speranza per la società di oggi. Un richiamo alle radici dell’uomo, che ancor prima di essere scienziato è cuore.
Ancor prima di partire per l’infinito dovrebbe fare i conti con la sua parte finita.
Ancor prima di puntare a salvare il mondo, dovrebbe realizzare se stesso e curare chi gli sta intorno.
Ancor prima di partire per l’infinito dovrebbe fare i conti con la sua parte finita.
Ancor prima di puntare a salvare il mondo, dovrebbe realizzare se stesso e curare chi gli sta intorno.
Forse la risposta ai quesiti ontologici più profondi risiede proprio in un cielo stellato.
Il cuore ha le sue ragioni che la ragione non conosce
Blaise Pascal
Blaise Pascal