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Interior
2025 • 95 min

Interior

2.0
Questo film è stato presentato a
🤍 IMDb

Synopsis

 
Il giovane Kasimir, utilizza un divano cavo come cavallo di Troia per introdursi nelle case altrui, nascondersi, in mutande, al loro interno e filmare la vita privata degli abitanti. 

Le registrazioni vengono poi consegnate al dottor Liebermann, un neurochirurgo ossessionato dall’idea di “imparare” le emozioni osservandole a distanza come se fossero fenomeni classificabili e replicabili e seguendo un regola ferrea: mai intervenire mai. 

Il progetto, già di per sé improbabile, si sviluppa lungo una serie di intrusioni domestiche che pretendono di essere esperimenti, ma finiscono per somigliare più a rituali arbitrari. Intorno a questo asse, il film costruisce una dinamica di dipendenza e potere tra Kasimir e il medico, mentre la linea tra osservazione e intervento — teoricamente centrale — si dissolve in una progressione narrativa sempre più instabile. 

Review

3 min read
Recensito da Beatrice · 22. March 2026
 
Chi guarda troppo gli altri finisce per non vedere più se stesso.
— Friedrich Nietzsche 

Il punto di partenza di Interior è, bisogna ammetterlo, notevole: un divano come cavallo di Troia. Un oggetto domestico che si trasforma in dispositivo di intrusione, un interno che contiene un altro interno, qualcuno che osserva mentre finge di non esistere. 

È un’idea che promette molto. Forse troppo. 

Perché il film di Pascal Schuh sembra costruito attorno a un’intuizione brillante che però, scena dopo scena, viene gestita con una certa nonchalance logica — per usare un eufemismo. Il meccanismo del divano funziona finché non ci si pone la prima domanda pratica. E purtroppo lo spettatore, prima o poi, lo fa. 

Da lì in avanti, il film procede come se la credibilità fosse un dettaglio opzionale. Le intrusioni si susseguono con una facilità quasi comica, le reazioni degli “osservati” oscillano tra l’inesistente e il teatralmente improbabile, e l’intero impianto scientifico — questo studio delle emozioni — sembra fondato più su una vaga suggestione che su un pensiero coerente.
 
Interior mette in scena un dispositivo narrativo che vorrebbe essere disturbante e concettuale, ma che fin dall’inizio rivela una certa fragilità: quella che dovrebbe essere una riflessione su voyeurismo, emozione e controllo si trasforma così in un percorso irregolare, dove l’idea resta spesso più convincente della sua realizzazione. 

Il dottor Liebermann, teoricamente figura centrale, incarna forse il fallimento più evidente: uno scienziato che vuole “imparare a sentire” guardando videocassette clandestine. L’idea, già fragile, viene sviluppata con una serietà tale da sfiorare involontariamente il comico. Non tanto perché sia assurda — il cinema può permettersi tutto — ma perché non viene mai davvero problematizzata. È semplicemente data per valida. E qui il film chiede un atto di fede che non ha guadagnato. 

Il risultato è paradossale: un film che parla di osservazione ma non osserva davvero, che pretende di analizzare le emozioni ma non riesce a costruirne nemmeno una credibile. 

Eppure, qualcosa resiste. 

Non nella dimensione “scientifica” — che è, francamente, poco più di un pretesto traballante — ma in quella patologica. Il rapporto tra Kasimir e Liebermann smette presto di essere un esperimento e si rivela per quello che è: una dinamica disturbata di sottomissione e potere, un bisogno disperato di essere visti (o controllati) travestito da ricerca. 

Qui il film diventa, quasi involontariamente, più interessante. Non quando cerca di spiegare, ma quando lascia intravedere una forma di paranoia esistenziale: l’ossessione per l’altro non come oggetto di conoscenza, ma come territorio da occupare. Non per capire, ma per colmare un vuoto. 

Il problema è che questa linea — la più inquietante, la più fertile — resta costantemente soffocata da una sceneggiatura che inciampa su se stessa. Scene che dovrebbero generare tensione finiscono per produrre ilarità involontaria, passaggi cruciali si risolvono in modo arbitrario, e alcune sequenze (soprattutto quelle più “estreme”) oscillano pericolosamente tra il perturbante e il ridicolo. 

C’è qualcosa di quasi ironico, in tutto questo: un film che vuole studiare le emozioni altrui e che finisce per non controllare nemmeno le proprie. 
Alla fine, Interior resta un oggetto curioso. Un’idea forte inserita in una struttura narrativa claudicante, imprecisa, a tratti inconsapevolmente comica. 

Come se il vero esperimento non fosse quello del dottor Liebermann, ma quello del film stesso: capire fino a che punto si può forzare la credibilità prima che lo spettatore smetta di crederci. 
E la risposta, qui, arriva piuttosto presto. 

Ogni forma di potere è una forma di dipendenza.
— Jean Baudrillard 
 
 

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