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Corporeality
ARTE 2026

Corporeality

by ŽARKO BAŠESKI
 Al Museo di Arte Contemporanea di Belgrado, Žarko Bašeski porta una selezione di sculture che affrontano il corpo umano come luogo fisico, psicologico ed esistenziale della contemporaneità. Monumentali figure iperrealistiche, alcune di dimensioni superiori a quelle naturali, occupano lo spazio con una presenza quasi fisicamente aggressiva: corpi che sembrano vivi e tuttavia non lo sono, corpi immobili attraversati da una tensione che non ha bisogno di movimento per diventare percepibile. 
L'artista macedone lavora con resine poliestere, fibra di vetro, silicone, polimarmo e capelli naturali, spingendo la materia scultorea verso una precisione quasi ossessiva. La pelle, i pori, i capelli, le vene, le rughe, la tensione muscolare e ogni minima irregolarità costruiscono un'illusione di vita talmente convincente da produrre, paradossalmente, l'effetto opposto: non più la sensazione di trovarsi davanti a un essere umano, ma davanti alla sua inquietante sostituzione. 
È proprio in questa frizione tra presenza e assenza, tra corpo vivo e corpo simulato, che la mostra trova la propria forza. 
 Se qualcuno dice: “Io ho un corpo”, gli si può chiedere: “Chi sta parlando qui con questa bocca?
— Ludwig Wittgenstein 

Il corpo, in Korporealnost, non è rappresentato: è messo sotto pressione. 
È questa probabilmente la chiave più radicale della mostra di Žarko Bašeski. Il titolo potrebbe sembrare indicare semplicemente una riflessione sulla corporeità, sulla materia dell'uomo, sulla sua fisicità. In realtà il corpo diventa qui il luogo nel quale ciò che normalmente rimane invisibile — paura, esaurimento, isolamento, impotenza, angoscia, dissociazione — si deposita e prende forma. Bašeski non racconta una crisi: la rende corporea. 
Le sue figure non sembrano appartenere a un momento preciso della loro esistenza. Non c'è necessariamente un prima e un dopo, non c'è l'evento traumatico che spiega il dolore. Esiste piuttosto una condizione. Una permanenza. Una sorta di pressione continua che ha smesso di essere un'emergenza per trasformarsi in stato ontologico. È qui che l'opera supera il semplice iperrealismo. 
La perfezione tecnica potrebbe infatti sembrare il punto di arrivo delle sculture di Bašeski. In realtà è soltanto il loro dispositivo più sofisticato. Più il corpo appare vero, più la sua verità diventa insostenibile. La pelle è pelle, il capello è capello, la carne sembra carne; e tuttavia quella carne non respira. La scultura realizza così un paradosso: quanto più riesce a imitare la vita, tanto più ci costringe a confrontarci con ciò che distingue la vita dalla sua simulazione. 
È una delle ragioni per cui queste figure sono così imponenti. 
Il perturbante nasce precisamente dall'impossibilità di stabilire una distanza sicura. Non siamo davanti a un corpo abbastanza astratto da poter essere osservato come pura forma, né davanti a un corpo abbastanza reale da poter essere trattato come presenza. Siamo in una zona intermedia nella quale l'occhio continua a correggersi: è un uomo? è una statua? è vivo? perché sembra respirare? perché non respira? 
L'iperrealismo diventa così una macchina filosofica. 
La tecnica non serve a cancellare la distanza tra realtà e rappresentazione, ma a renderla insopportabilmente evidente. Bašeski porta la scultura al punto in cui la simulazione diventa più precisa della percezione ordinaria: attraverso silicone, resina, fibra di vetro, capelli naturali e una minuziosa elaborazione della superficie, il corpo viene ricostruito non soltanto nella sua anatomia, ma nella sua imperfezione. 
Eppure questa precisione produce una contraddizione decisiva: il corpo perfettamente riprodotto è il corpo che ha perduto la propria vita. 
La questione non è dunque il realismo, ma l'ontologia della copia. 
Bašeski sembra chiedere che cosa rimanga dell'umano quando la materia può essere riprodotta quasi integralmente. Se la pelle può essere ricostruita, se i capelli possono essere inseriti uno a uno, se la superficie può restituire persino le minime variazioni cromatiche dell'epidermide, dove si trova allora ciò che chiamiamo vita… 
La risposta dell'artista non è concettuale. È fisica. 
La vita manca proprio nel punto in cui la materia sembra aver raggiunto la perfezione. 
Da qui nasce anche il rapporto straordinariamente efficace tra dimensione e psicologia. La monumentalità delle figure anche solo nel loro iperrealismo non produce semplicemente spettacolarità: altera il rapporto di potere tra osservatore e osservato. Un essere umano ingigantito o molto reale diventa qualcosa che non possiamo più dominare con lo sguardo. Il corpo occupa il nostro stesso spazio, lo invade, ci obbliga a misurarci con esso. L'uomo diventa contemporaneamente enorme e vulnerabile. 
È una contraddizione che percorre l'intera mostra. 
Questa sproporzione assume un significato politico senza bisogno di trasformarsi in dichiarazione politica. La mostra nasce infatti dentro una contemporaneità segnata da precarietà economica, minacce ambientali, violenza diffusa, accelerazione e perdita degli abituali sistemi di sicurezza. Il punto interessante è che Bašeski non rappresenta nessuno di questi fenomeni direttamente. Non vediamo la guerra, la crisi economica, l'inquinamento, la precarietà, la violenza. 
Vediamo il loro effetto sull'uomo. È una scelta molto più radicale. 
Perché il corpo diventa il luogo nel quale il sociale viene interiorizzato. Ciò che accade fuori finisce dentro. La pressione del mondo diventa postura, contrazione, stanchezza, abbassamento dello sguardo, immobilità, sospensione del respiro. Il politico non appare come contenuto iconografico ma come fisiologia. La società entra nella carne. 
E qui Korporealnost diventa particolarmente contemporanea: non descrive l'uomo che crolla, ma l'uomo al quale non è più concesso di crollare. 
La contemporaneità pretende infatti un individuo permanentemente operativo: produttivo, presente, efficiente, disponibile, capace di adattarsi. Anche la fragilità deve essere amministrata. Anche il dolore deve rimanere funzionale. Il soggetto può essere esausto, ma deve continuare a funzionare. 
Bašeski rende visibile proprio questa condizione: un corpo che continua a esistere mentre la soggettività si ritira. 
È significativo che molte figure non stabiliscano un vero rapporto con lo spettatore. Lo sguardo è abbassato, rivolto altrove o completamente sottratto alla relazione. La loro presenza fisica è enorme; la loro disponibilità psicologica è quasi nulla. La curatrice Zlata Vučetić ha individuato proprio in questa contraddizione — presenza corporea e distanza psicologica — uno dei nuclei della mostra. 
Ed è forse qui che il visitatore viene coinvolto più profondamente. 
Perché siamo abituati a pensare lo sguardo come fondamento della relazione. Guardare significa riconoscere e, soprattutto, essere riconosciuti. Le figure di Bašeski interrompono questo circuito. Ci sono, ma non ci incontrano. 
Sono corpi senza reciprocità. 
Da questo punto di vista la mostra possiede anche qualcosa di profondamente beckettiano: l'uomo non è rappresentato nell'atto eroico di affrontare la propria condizione, ma nella sua permanenza dentro una condizione che non sembra offrire una soluzione. C'è durata. 
Ed è proprio la durata della sofferenza, più che la sofferenza stessa, a diventare inquietante. 
L'arte di Bašeski lavora quindi su una sorta di tempo congelato. La scultura immobilizza il gesto, ma non l'emozione. Il corpo è fermo mentre ciò che lo attraversa continua a muoversi. È come se l'artista avesse arrestato il tempo proprio nel momento in cui qualcosa sta per accadere — un grido, un cedimento, una fuga, un collasso — senza concedergli mai di compiersi. 
Questa sospensione rende le opere suggestive ma anche quasi claustrofobiche. 
E proprio perché Bašeski non deformandolo, non lo ferisce e non lo mutila, l'effetto è ancora più radicale. Il corpo resta apparentemente integro. La violenza è tutta interna. 
È forse questo il punto più interessante della mostra: l'artista non rappresenta il corpo come oggetto della violenza, ma come archivio della violenza. 
Il corpo conserva ciò che la coscienza tenta di rimuovere. 
In questo senso il suo iperrealismo è l'opposto di una semplice estetica della perfezione. La perfezione tecnica serve a mostrare l'imperfezione dell'esistenza. Più la superficie è impeccabile, più diventa evidente la frattura che la abita. 
Bašeski parte dunque dal massimo grado possibile di riconoscibilità per arrivare all'irriconoscibile: l'uomo è talmente simile a se stesso da diventare estraneo a se stesso. 
Ed è qui che Korporealnost acquista una dimensione filosofica autentica. Il corpo non è più il contenitore dell'io, ma il luogo nel quale l'io perde progressivamente il proprio controllo. Non siamo davanti a un corpo che possediamo: siamo davanti a un corpo che ci accade. 
Respira, si contrae, invecchia, si ammala, desidera, soffre, si stanca. Prima ancora che possiamo trasformarlo in identità, il corpo ci precede. 
La scultura diventa allora una forma di interrogazione sulla condizione umana: quanto possiamo controllare il corpo prima che sia il corpo a rivelare ciò che non vogliamo sapere di noi? 
Non è casuale che l'artista abbia costruito nel tempo il proprio linguaggio attraverso l'osservazione dell'uomo da un punto di vista insieme psicologico e sociologico. La sua ricerca ha progressivamente spostato la scultura dalla semplice rappresentazione della figura alla costruzione di una condizione umana. 
Per questo Korporealnost è una mostra che funziona soprattutto quando smette di essere semplicemente una mostra di iperrealismo. 
Il virtuosismo tecnico, pur impressionante, è soltanto la superficie di un dispositivo molto più inquietante: trasformare la carne in pensiero. 
E forse la sua radicalità sta proprio qui. 
Bašeski non ci chiede di guardare il corpo. 
Ci costringe a guardare come il mondo guarda, usa, misura, ingrandisce, controlla e infine abbandona il corpo. 
Davanti alle sue figure, l'umano appare contemporaneamente nella sua massima evidenza materiale e nella sua radicale precarietà. 

Il corpo è una grande ragione, una molteplicità con un solo senso.
— Friedrich Nietzsche 
 
 
 

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