Synopsis
Remi vende erba sintetica. È un dettaglio apparentemente irrilevante, ma in realtà è già una perfetta dichiarazione filosofica: Remi vive in un mondo artificiale e, coerentemente, si è procurato anche una donna artificiale. Dopo una delusione sentimentale, infatti, ha deciso di risolvere una volta per tutte il problema dell’amore procurandosi Audrey, una bambola gonfiabile che chiama affettuosamente “cucciola”. Una relazione finalmente priva di conflitti, discussioni, richieste, autonomie, recriminazioni e soprattutto di quella fastidiosa caratteristica che hanno le donne vere: essere persone.
Poi arriva Patricia, nuova collega, istruttrice di parapendio, apparentemente allergica ai bambini e decisamente poco interessata a recitare il ruolo della femmina decorativa. E proprio mentre Remi comincia a parlarne con Audrey, come se una bambola gonfiabile fosse una specie di migliore amica con cui commentare la collega sexy, succede l’impensabile: Audrey prende vita.
Review
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Recensito da Beatrice
· 24. September 2026
Se le donne fossero esigenti riguardo al carattere degli uomini, non si sposerebbero mai.
— George Bernard Shaw
— George Bernard Shaw
La cosa interessante è che non c’è nessuna spiegazione.
Nessuna radiazione cosmica, nessun laboratorio segreto, nessun trauma infantile, nessuna intelligenza artificiale impazzita. Audrey semplicemente si sveglia.
Remi, naturalmente, reagisce come reagirebbe qualunque uomo contemporaneo davanti all’improvvisa trasformazione della propria donna ideale in una donna reale: cerca il coltello, telefona all’assistenza e domanda sostanzialmente se sia possibile restituire il prodotto.
È difficile immaginare una metafora più precisa.
Sophie Beaulieu costruisce infatti una commedia fantastica che ha l’intelligenza di non spiegare l’inspiegabile. La bambola prende vita e basta. Il vero mistero, semmai, è un altro: perché Remi fosse così convinto che una donna non viva fosse una soluzione migliore di una donna viva?
La risposta è abbastanza semplice: perché una bambola non può deludere. Una bambola non se ne va. Non discute. Non invecchia. Non pretende. Non ha bisogno di essere capita. Non chiede a un uomo di interrogarsi sulla propria incapacità di amare. Rimane lì, disponibile, eternamente giovane e, soprattutto, programmata per lui. Il paradiso maschile, insomma. Finché il paradiso non comincia a parlare.
Audrey gli dice: «Sono come prima, ma viva. Geniale, no?».E qui il film trova la sua trovata più intelligente: la donna perfetta diventa imperfetta proprio nel momento in cui diventa soggetto.
Remi cerca allora di mettere ordine nel caos. Spiega ad Audrey che non può stare con una donna perché la deluderebbe, la annoierebbe, ed è pure vecchio. Audrey risponde con una sincerità disarmante: sì, lo sa, ma lei è programmata per amarlo. È la sua vocazione.
Peccato che la vocazione, una volta acquisita una coscienza, cominci rapidamente a diventare una scelta.
E qui La Poupée comincia a divertirsi con una delle più antiche fantasie patriarcali: l’uomo vuole una donna che lo ami incondizionatamente; la donna ideale, però, sarebbe ancora più ideale se non avesse bisogno di niente da lui.
Audrey, almeno all’inizio, sembra perfetta. Mangia, cucina, aspetta Remi, vuole conoscere i suoi genitori. Ma lentamente comincia a produrre un inconveniente imprevedibile: una soggettività.
E una soggettività, per definizione, rompe le scatole.
Uno dei momenti più esilaranti arriva quando Audrey parla tranquillamente di diarrea e Remi la corregge: queste cose non le dice una donna. Tra uomini si può parlare di certe cose, ma una donna deve evidentemente mantenere un livello di decoro biologico superiore.
Audrey, che evidentemente non ha seguito il corso di formazione “Come diventare una donna perbene”, gli fa notare che non ha alcun senso. Naturalmente non ce l’ha.
Ma proprio questo è il meccanismo comico del film: Audrey è una donna nata ieri e quindi non ha ancora imparato tutte le stronzate che una donna deve imparare durante una vita intera.
Non sa che deve essere bella ma non troppo vanitosa. Giovane ma non infantile. Sensuale ma non volgare. Disponibile ma non appiccicosa. Curata ma apparentemente naturale. Magra ma non ossessionata dal corpo. Invecchiare sì, ma possibilmente senza che si veda. Avere desideri sì, ma non troppi. Avere opinioni sì, ma senza compromettere la serenità maschile. E magari non portare le gonne troppo corte anche se ci sono "uomini" che le preferiscono senza.
E soprattutto: niente diarrea.
Audrey non ci sta.
Quando comincia a mettere in discussione rughe, invecchiamento, depilazione, trucco, parrucchiere e tutta la liturgia quotidiana attraverso cui il corpo femminile viene trasformato in un progetto permanente di manutenzione, il film trova il suo bersaglio più evidente: la donna non è mai semplicemente una donna; deve essere continuamente lavorata, corretta, migliorata, confezionata e restituita al mercato con la confezione integra.
Audrey, del resto, era già confezionata. Il problema è che adesso vuole disfarsi della confezione.
E c’è qualcosa di perfettamente surreale nel fatto che sia proprio una bambola gonfiabile a denunciare l’artificio della femminilità. È la donna più costruita possibile a scoprire di non voler più essere costruita.
Nel frattempo Remi continua a guardare documentari sugli uomini che hanno fatto la Storia: Churchill, Mitterrand, grandi uomini, grandi guerre, grandi strategie, grandi decisioni prese da uomini molto seri mentre il pianeta collassava allegramente.
È uno dei dettagli più divertenti del film, mentre Audrey cerca di capire cosa significhi essere una persona, Remi guarda gli uomini che hanno fatto la Storia.
Perché evidentemente la Storia è ancora un club maschile con ingresso vietato alle donne, salvo quando devono essere mogli, madri, amanti, vittime o decorazione.
E se Audrey vuole sapere cosa può fare della propria vita, la risposta è niente. Non sa fare nulla. Non ha soldi: forse la battuta più semplice e insieme più politica del film. Audrey è stata creata per essere desiderata, non per lavorare, produrre, scegliere, costruire una carriera o possedere un progetto esistenziale. È una donna senza curriculum.
Una specie di millenaria condizione femminile condensata in una bambola gonfiabile.
E allora arriva un’altra scena deliziosa: la famiglia.
Remi presenta Audrey ai genitori e loro sono entusiasti. La madre praticamente benedice il miracolo: finalmente una donna che potrebbe prendersi cura del figlio. La sorella, invece, domanda se per caso Remi abbia assunto una escort russa.
È il momento in cui la famiglia comprende perfettamente il ruolo assegnato alla donna: possibilmente moglie, infermiera, domestica, madre sostitutiva e accessorio sentimentale.
Audrey, però, introduce una piccola variazione sindacale: Io non sono tua madre e soprattutto: non sono disposta a diventarlo. Essere già la tua bambola è abbastanza impegnativo.
Il concetto è devastante nella sua semplicità: la donna non nasce per prendersi cura dell’uomo semplicemente perché l’uomo esiste. Sembra banale. Eppure basta guardare un po’ di storia sociale per capire quanto poco lo sia.
La Poupée non ha però l’ambizione di trasformarsi in un trattato femminista. Ed è un bene. Beaulieu preferisce infilare il coltello dentro il patriarcato e poi girarlo con una certa allegria.
Non predica, fa succedere cose e le cose sono abbastanza assurde da parlare da sole.
C’è anche un bellissimo cortocircuito sentimentale. Remi comincia infatti a innamorarsi di Patricia, la donna reale, quella che lavora, parla arabo, insegna parapendio e non ha alcuna intenzione di essere una bambola. E improvvisamente il problema non è più Audrey.
Il problema è Remi, perché la bambola era facile la donna no.
La donna può dire di no. Può avere un lavoro. Può essere stanca. Può non avere voglia. Può contraddirlo. Può essere più intelligente di lui. Può persino chiedergli chi è.
E questa è una domanda molto più pericolosa di quanto sembri.
Remi deve quindi confrontarsi con l’unica cosa dalla quale si era accuratamente protetto: la reciprocità.
È qui che il film, sotto la sua superficie di commedia assurda, tocca una questione esistenziale abbastanza seria: la solitudine non nasce soltanto dalla mancanza dell’altro. Può nascere anche dal desiderio di avere l’altro senza doverne sopportare l’alterità.
E Audrey, progressivamente, smette di essere l’oggetto del desiderio di Remi per diventare il soggetto del proprio desiderio. Il passaggio è tanto semplice quanto radicale.La bambola vuole vivere. E vivere significa, tra le altre cose, poter rompere le palle.
Il film trova così il proprio umorismo migliore proprio nella collisione tra il linguaggio del desiderio maschile e quello dell'autonomia femminile. Remi continua a cercare una soluzione razionale a una situazione che razionale non è. Audrey, invece, prende progressivamente confidenza con l’irrazionalità meravigliosa dell’essere vivi.
Poi arriva il cerchio delle donne. Audrey passa una notte con la sorella di Remi e qualcosa accade, come se non bastasse…
Forse è il dispositivo attraverso il quale il film mostra a Remi una verità che non avrebbe mai potuto vedere guardando un normale documentario su Churchill: la donna che immaginiamo è quasi sempre molto più semplice della donna che incontriamo.
La Poupée è dunque una piccola commedia fantastica, la sua durata di 80 minuti le impedisce anche di gonfiarsi come la protagonista: resta compatta, assurda, spesso esilarante e sufficientemente cattiva con i propri personaggi da non trasformarsi in una predica. La critica francese ha sottolineato proprio questa combinazione di commedia, fantastico e riflessione sull’oggettificazione e sui rapporti fra uomini e donne.
E Vincent Macaigne è perfetto come sempre e anche per Remi: un uomo perennemente stupito dalla propria stessa esistenza, una specie di naufrago sentimentale che si è costruito una zattera di plastica e poi si meraviglia quando la zattera comincia a parlargli.
Cécile de France, meravigliosa, porta Patricia dalla parte opposta del dispositivo: la donna che non è lì per completare il maschio, ma semplicemente perché esiste.
E Zoé Marchal ha il compito più delicato: interpretare una bambola che deve imparare a diventare una persona senza perdere la consapevolezza di essere stata concepita, letteralmente, come un oggetto.
La trovata di Sophie Beaulieu è tutta qui: la bambola non diventa veramente umana quando prende vita. Diventa umana quando comincia a dire di no.
Ed è forse questa la più antica forma di emancipazione.
Il resto è parapendio, erba sintetica, Churchill, diarrea, parrucchieri, depilazione, genitori felicissimi e uomini che continuano a pensare di sapere cosa vogliono dalle donne. Finché una bambola non gli spiega, con una certa pazienza che se prende vita il vero giocattolo diventa l’uomo.
Come nel cinema di Quentin Dupieux, un film che prende sul serio la propria assurdità… per questo oltremodo divertente.
Come ci si può aspettare che una donna sia felice con un uomo che insiste nel trattarla come se fosse un essere umano perfettamente normale?
— Oscar Wilde
— Oscar Wilde