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Le Città di Pianura
2025 • 100 min

Le Città di Pianura

3.0
Questo film è stato presentato a
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Synopsis

 
Nel territorio senza verticalità che costituisce il cuore buio del Veneto, due cinquantenni disfatti navigano la notte come naufraghi di sé stessi. Carlobianchi e Doriano — nomi che già suonano come epitaffi di un'identità mai del tutto assunta — percorrono in macchina una geografia di bar e luci al neon, inseguendo con ostinata lucidità quello che chiamano «l'ultimo bicchiere», consapevoli che tale bicchiere non esiste, o esiste soltanto come promessa continuamente rinviata. Attendono Genio, un terzo amico fuggito in Argentina anni prima con il bottino di un piccolo traffico illecito organizzato dentro una fabbrica di occhiali — merce, l'ottica, che già di per sé suggerisce una certa ironia sul vedere e non vedere. 

In questa notte senza direzione incontrano Giulio, giovane studente di architettura, timido custode di un amore non dichiarato per una certa Giulia — che festeggia la sua laurea mentre lui accumula coraggio a rate, sempre insufficiente. I due uomini “maturi” lo attraggono nella propria orbita gravitazionale come pianeti esausti che trovano ancora modo di esercitare una forza centripeta. Giulio — che studia come si costruiscono le forme abitative del mondo — entra in contatto con due forme umane che di abitabile hanno ben poco: nomadi del presente, collezionisti di rimpianti, teologi del bicchiere vuoto. 

La pianura fa da sfondo immobile: non offre orizzonte simbolico, solo continuità, monotonia generativa, la topografia perfetta per chi non riesce a fermarsi perché fermarsi significherebbe arrivare. 

Review

6 min read
Recensito da Beatrice · 05. April 2026
 
L'alcol è un anestetico che ci permette di sopportare l'operazione della vita. 
George Bernard Shaw 

C'è qualcosa di profondamente onesto e, al contempo, di lievemente compiaciuto nell'operazione cinematografica di Francesco Sossai. Le città di pianura — presentato  alla 78ª edizione del Festival di Cannes nella sezione Un Certain Regard — è un film che sa di voler essere importante, e questo è insieme il suo pregio maggiore e il suo limite più istruttivo. 

Sul piano formale, Sossai costruisce qualcosa che potremmo definire un road movie  dell’immobilità: si va, si procede e si rimane esattamente dove si era. La macchina scorre attraverso la pianura veneta, ma il movimento è puramente fenomenologico. Sul piano ontologico, i personaggi sono fermi con la precisione di chi ha deciso di non decidere. 

C'è qualcosa di beckettiano in questa struttura, e Sossai lo sa benissimo — forse troppo. Aspettando Genio come si aspetta Godot, Carlobianchi e Doriano producono l'unico gesto esistenziale che rimane loro: sopravvivere alla propria aspettativa. 

La sceneggiatura, scritta con Adriano Candiago in una chiesa abbandonata della Pedemontana (dettaglio biografico che il regista ama raccontare, e che già contiene in sé un'intera poetica del sacro e del dismesso), regge strutturalmente meglio di quanto non sembri a prima vista. Ogni scena ha la forma di un rito mancato: si va al bar per l'ultimo bicchiere, non è l'ultimo; si va a recuperare il tesoro sepolto da Genio, il tesoro si sottrae; si va verso l'amore di Giulio, l'amore rimane sospeso. Il film è costruito come una serie di attese che non si chiudono mai, il che è esteticamente coerente ma può diventare, nelle mani del pubblico meno complice, un'esperienza di sospensione non sempre redenta dalla grazia. 

Carlobianchi e Doriano sono interpretati da Sergio Romano e Pierpaolo Capovilla con una fisicità convincente, quasi antropologica. Il rischio — e qui il film scivola talvolta — è che i due rimangano più vicini all'archetipo che all'individuo: sono I Cinquantenni Falliti, Il Veneto Che Non C'è Più, La Generazione Perduta nella Provincia. Categorie che funzionano bene come concetti e un po' meno bene come persone in carne e ossa alle quali appassionarsi. 

Giulio, interpretato da Filippo Scotti con delicatezza quasi eccessiva, è il terzo vertice di un triangolo filosofico non privo di eleganza: lui che studia architettura — vale a dire la disciplina del dare forma al vuoto — incontra due uomini che hanno fatto del vuoto la propria forma. L'ironia è calibrata e funziona. Che lo studente di spazi abitabili finisca ad abitare quello spazio liminale tra notte e alba, tra passato altrui e futuro proprio, tra la pianura e sé stesso, è una trovata narrativa intelligente. Forse anche un po' troppo intelligente, nel senso che la si vede arrivare da lontano con la stessa visibilità con cui si vede arrivare, in pianura, un trattore a due chilometri di distanza. 

Il regista ha dichiarato che il film ruota intorno a tre poli: alcol, amicizia, architettura. Lodevole la dichiarazione programmatica, e il film la rispetta — il che è già qualcosa. L'alcol non è mai ridotto a vizio morale né celebrato come ribellione romantica: è il medium attraverso cui i personaggi accedono a una forma di verità obliqua, una specie di ermeneutica liquida del vissuto. Questo aspetto, ispirato evidentemente all'universo di Kaurismäki e al minimalismo crepuscolare di Jarmusch, è tra le cose più riuscite del film e riporta con nostalgia alla memoria quel film veramente sorprendente che è Il capofamiglia di Omar El Zohalry, dove un pollo usurpa tutta la scena. 

L'amicizia,di pianura, però, rimane un po' sullo sfondo della sua stessa mitologia. Non viene mostrata nella sua quotidianità o nella sua tensione: viene evocata, compianta, celebrata in absentia. Genio — l'amico fuggito — è un personaggio fantasma che struttura l'intera narrazione senza mai doversi guadagnare la propria centralità. È il Tesoro che non si vede, il Senso che non si dichiara, la Promessa che non si mantiene. Funziona come dispositivo metaforico. Funziona meno come essere umano. 

L'architettura, infine, è la chiave concettuale più affascinante e quella meno sviluppata. L'idea che uno studio della forma degli spazi possa dialogare con l'informe esistenza dei due protagonisti è filosoficamente ricca. Che Giulio studi come si progettano le città mentre attraversa in auto quella pianura dove le città sembrano non essere mai state davvero progettate — o dove sono state progettate e poi abbandonate al loro destino di periferia diffusa — è una tensione che il film sfiora più che esplorare. 

Qui occorre essere leali con il lettore: Le città di pianura ha un'ambizione di senso che è genuina, ma che a tratti si avvolge su sé stessa in modo un po' troppo compiacente. Il film sembra voler dire che viviamo in un'epoca post-urbana, dove le città della pianura veneta non sono mai state davvero abitate nel senso pieno del termine, che le generazioni smarrite degli anni Duemila hanno bruciato il proprio futuro in piccoli traffici e grandi bevute, che l'unica risposta alla domanda sul senso della vita è continuare a fare l'ultimo bicchiere — perché l'ultimo bicchiere è l'unico atto veramente gratuito, veramente libero, veramente inutile e quindi veramente umano. 

È un pensiero bello. È anche un pensiero che Beckett, Carver, Bukowski e qualche altro avevano già espresso con minore consapevolezza della propria eleganza — e forse proprio per questo con più potenza. Il problema di Sossai non è l'intelligenza: è che si sente troppo chiaramente il suono dei mattoni che vengono posati, l'architettura concettuale che si costruisce con cura visibile. Il film è un edificio ben fatto. Manca, a tratti, di quella crepa imprevedibile attraverso cui entra la luce vera. 

Le città di pianura è un film che merita di essere discusso, forse rivisto. È un'opera coerente, e già questo è una notizia. Sossai ha uno sguardo autentico sulla provincia, sull'amicizia maschile senescente, sul Veneto come paesaggio interiore oltre che geografico. 

Tuttavia, il film rischia di essere sovrastimato — e sembra già esserlo, almeno in certi ambienti cinefili — perché porta con sé quella patina di cinema d'autore europeo che sa di dover piacere a chi sa come si fa cinema d'autore europeo. La pianura è piatta per definizione. La domanda che resta aperta, e che forse è la più interessante che il film pone senza volerlo porre, è: a che punto la pianura diventa metafora, e a che punto la metafora diventa pianura? 
 
Il primo bicchiere è per la sete, il secondo per la gioia, il terzo per il piacere, il quarto per la follia. 
Apuleio 
 
 
 
Questo film era in concorso ufficiale di Cannes Film Festival

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