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Potopa
2025 • 103 min

Flood

Potopa
3.5
🤍 IMDb

Synopsis

Cecoslovacchia, 1980. In un villaggio ruteno dell'est del Paese, Mara, quindicenne orfana di madre, sogna di diventare pilota e lasciarsi alle spalle una vita scandita dal lavoro agricolo e dalle responsabilità domestiche. Il padre Alexander, vedovo e legato alla terra, pretende invece che rimanga a casa e ne perpetui le tradizioni. Quando la ragazza tenta di iscriversi a un'accademia aeronautica senza il suo consenso, il conflitto fra i due si acuisce. A sconvolgere ulteriormente le loro esistenze interviene una decisione delle autorità: il villaggio sarà evacuato e demolito per fare posto a un bacino idrico. Mentre Alexander si aggrappa ostinatamente alla propria casa, Mara vede nella scomparsa del mondo che la imprigiona un'occasione di emancipazione. Ma la distruzione imposta dall'esterno non coincide necessariamente con la libertà desiderata. 

Review

5 min read
Recensito da Beatrice · 26. October 2026
Il radicamento è forse il bisogno più importante e più misconosciuto dell'anima umana.
Simone Weil

Che cosa ci rende prigionieri di un luogo: il legame con le nostre radici o l'impossibilità di reciderle, la domanda che pone questo film oltre a cosa significhi essere liberi quando persino il mondo dal quale vorremmo fuggire ci viene sottratto senza che possiamo scegliere.
Flood (Potopa), di Martin Gonda, affronta queste domande attraverso un conflitto familiare che la Storia trasforma in qualcosa di più radicale: la cancellazione di un'intera comunità.
Ambientato nel 1980, nella Cecoslovacchia comunista, il film intreccia il desiderio di emancipazione di Mara con la resistenza del padre Alexander alla demolizione del villaggio destinato a essere sommerso dal bacino idrico di Starina. Due forme di attaccamento al mondo si scontrano: quello di chi vuole conservarlo perché vi riconosce la propria identità e quello di chi vorrebbe abbandonarlo perché non vi trova posto per il proprio futuro. Alexander considera la terra un'eredità da custodire e una continuità da garantire; Mara la vive come il perimetro di un'esistenza già decisa da altri. Il padre pretende che la figlia riproduca il suo destino, mentre lei vuole sottrarsi alla trasmissione di un modello che non ha scelto.
Gonda costruisce il conflitto senza trasformarlo in una contrapposizione schematica fra tradizione e modernità. Alexander è autoritario, incapace di riconoscere pienamente l'autonomia della figlia, ma la sua ostinazione non è priva di ragioni: perdere la casa significa perdere il sistema di relazioni, memorie e appartenenze attraverso cui la sua vita ha acquistato senso. Mara, bravissima studentessa,  non è semplicemente una giovane ribelle in cerca di libertà. Il suo desiderio di fuga nasce dalla consapevolezza che, in quel mondo, il futuro le viene assegnato prima ancora che possa immaginarlo. Quando dichiara di essere contenta che il villaggio venga sommerso, esprime una rabbia che è anche una forma estrema di impotenza.
È qui che il film trova la sua intuizione più interessante. La distruzione del villaggio sembra offrire a Mara la soluzione del conflitto: se il mondo che la trattiene scomparirà, anche lei potrà finalmente andarsene. Ma la catastrofe collettiva non coincide con l'emancipazione individuale. La decisione delle autorità, imposta dall'alto in nome del progresso, sottrae agli abitanti proprio ciò che Mara vorrebbe conquistare: la possibilità di decidere del proprio destino. Lo Stato non libera la ragazza e non salva il padre. Decide per entrambi, cancellando il luogo in cui le loro esistenze, pur conflittuali, hanno preso forma.
Il film amplia questa riflessione attraverso dettagli concreti che evitano alla dimensione storica di ridursi a semplice sfondo. Il sacerdote che continua a riparare la chiesa destinata alla demolizione, le case abbandonate, le tombe riesumate raccontano una perdita che non riguarda soltanto la proprietà o l'abitazione. Viene reciso il rapporto fra una comunità e il proprio passato, fra i vivi e i morti, fra l'identità e i luoghi che l'hanno resa possibile. Continuare a riparare ciò che sarà distrutto può sembrare un gesto inutile; eppure, proprio nell'apparente inutilità di quel lavoro, si manifesta il rifiuto di considerare già conclusa una vita che è ancora in corso.
Anche il rapporto fra Mara e Alexander cambia quando un ictus rende il padre improvvisamente vulnerabile. La ragazza, che vorrebbe sottrarsi alle responsabilità familiari, si trova a occuparsi di lui. Il conflitto non scompare, ma perde la sua rigidità: l'uomo che pretendeva di decidere per la figlia non è più invulnerabile, mentre lei scopre che liberarsi dalla sua autorità non significa necessariamente smettere di essergli legata. La riconciliazione non cancella le ragioni dello scontro e non restituisce ai due il mondo che stanno perdendo. Rende soltanto possibile un rapporto diverso, quando la separazione è ormai inevitabile.
La regia di Gonda accompagna questa vicenda con un approccio sobrio e naturalistico, attento alla materialità degli ambienti e ai gesti quotidiani. Il paesaggio rurale non è idealizzato come un paradiso perduto, né la modernizzazione viene rappresentata come una promessa di salvezza. Il ritmo disteso e alcuni passaggi narrativi non sempre altrettanto approfonditi non compromettono la solidità dell'impianto, che trova nella relazione fra padre e figlia il proprio centro emotivo e nella scomparsa del villaggio la sua necessaria estensione politica.
Se ne La quinta stagione è l'ordine naturale a incrinarsi; in Flood è il potere politico a decretare la fine di un mondo. Proprio questa divergenza permette di ragionare su due forme di impotenza: quella di fronte a ciò che non possiamo controllare e quella prodotta da chi esercita il potere di decidere per noi.
La questione che Flood lascia aperta non è comunque se sia meglio restare o partire. È la differenza fra abbandonare un mondo per scelta e vederselo sottrarre, fra recidere le proprie radici e scoprire che qualcuno può estirparle al posto nostro. La libertà non consiste nell'essere costretti a conservare ciò che abbiamo ricevuto, ma neppure nel vedere tutto cancellato da una forza esterna. Consiste nella possibilità di decidere che cosa lasciare, che cosa portare con sé e che cosa trasformare.
Mara vuole liberarsi del proprio mondo; Alexander non riesce a immaginarne uno senza di esso. La Storia li priva entrambi della possibilità di scegliere, senza per questo renderli uguali. La loro riconciliazione non risolve la contraddizione: la rende soltanto abitabile. E il diluvio del titolo finisce per indicare anche questo, il momento in cui un mondo scompare senza che sia possibile stabilire se ciò che resta sia una liberazione o una perdita. Perché si può desiderare la fine di ciò che ci opprime senza desiderare che ci venga tolta anche la possibilità di decidere quando e come lasciarlo.

Non vi è documento di civiltà che non sia al tempo stesso documento di barbarie.
Walter Benjamin
 

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