2025 • 104 min
Lo sguardo misterioso del fenicottero
La misteriosa mirada del flamenco
Questo film è stato presentato a
Synopsis
Nel deserto minerario del Cile degli anni Ottanta, una comunità queer vive ai margini di una società attraversata dalla paura e dalla superstizione. Quando inizia a diffondersi la voce che una misteriosa malattia si trasmetta attraverso lo sguardo, il desiderio e il contatto diventano improvvisamente motivo di esclusione e terrore. Attraverso gli occhi di una giovane ragazza cresciuta tra corpi fragili e affetti irregolari, il film trasforma l’arrivo dell’AIDS in una parabola sospesa tra realismo e dimensione mitica, dove la paura collettiva rivela tutta la violenza nascosta del pregiudizio.
Review
3 min read
Recensito da Fabian
· 10. May 2026
Nulla è più punitivo che dare un significato morale a una malattia.
Susan Sontag
Lo sguardo misterioso del fenicottero offre un’intuizione potentissima, quasi primordiale: trasformare l’AIDS, prima ancora che venga nominato, in una leggenda oscura, in una maledizione collettiva che passa attraverso lo sguardo, il desiderio, la paura dell’altro. È un’idea che possiede una forza antropologica prima ancora che narrativa. Diego Céspedes costruisce un universo dove il pregiudizio si manifesta come superstizione arcaica, come paranoia metafisica. Ed è proprio qui che il film prova a sedurre: nella capacità di evocare una comunità di esclusi che tenta disperatamente di trasformare la vulnerabilità in forma di resistenza poetica.
Come in Lucky Apartment dove il legame passa attraverso l’idea di invisibilità queer e di esclusione strutturale, in entrambi i film si raccontano comunità marginali costrette a esistere ai bordi del riconoscimento sociale ed merge la stessa intuizione: ciò che la società rifiuta ritorna come fantasma.
Qui il corpo queer è osservato come possibile veicolo di contaminazione e dunque trasformato in minaccia mitologica. Il problema, tuttavia, emerge quando questa materia incandescente deve trovare una vera architettura cinematografica. La sceneggiatura sembra continuamente sfiorare qualcosa di profondo senza mai penetrarlo davvero. Ogni personaggio appare introdotto come figura simbolica — il corpo marginale, l’infanzia ferita, la maternità elettiva, il desiderio perseguitato — ma raramente evolve oltre la propria funzione allegorica. Il film accumula immagini, intuizioni, posture emotive, senza riuscire a trasformarle in un movimento drammatico autentico. È come se Céspedes fosse più interessato alla consistenza atmosferica del racconto che alla sua necessità interna.
L’impressione è quella di un cinema che desidera ardentemente diventare mito ma rimane intrappolato nell’enunciazione del proprio immaginario. Il realismo magico, continuamente evocato, finisce per diventare un dispositivo estetico più che una vera forza destabilizzante. Le visioni, i silenzi, le apparizioni e gli spazi desertici possiedono indubbiamente fascino visivo, ma spesso sembrano galleggiare in una temporalità sospesa che rallenta il film fino quasi a svuotarlo di tensione. Anche il dolore, che dovrebbe attraversare ogni inquadratura come una ferita storica, rimane sorprendentemente distante, come filtrato da una patina estetizzante.
Céspedes dimostra uno sguardo sincero verso i suoi personaggi, e questo impedisce all’opera di precipitare nel cinismo o nella maniera pura. Alcuni frammenti conservano una delicatezza struggente: i momenti di intimità domestica, le danze improvvise, il modo in cui i corpi queer occupano lo spazio come ultimo territorio possibile di libertà. Ma sono bagliori isolati. Il film sembra non fidarsi abbastanza del silenzio umano concreto e preferisce continuamente rifugiarsi nel simbolo, nella metafora, nell’immagine “significante”. Così facendo, finisce per spiegare troppo ciò che avrebbe dovuto semplicemente lasciare respirare.
Anche la regia oscilla tra intensità e compiacimento. La fotografia arida e abbacinante richiama un western crepuscolare contaminato dall’estetica queer, e in certi momenti il deserto diventa davvero un luogo mentale, un paesaggio dell’esclusione. Tuttavia, la messinscena indulge spesso in una ricercatezza programmatica fino a interrompere l’emozione.
Rimane allora la sensazione di un’opera importante più per ciò che tenta di affrontare che per il modo in cui riesce davvero a incarnarlo. Lo sguardo misterioso del fenicottero possiede il coraggio raro di raccontare la nascita dello stigma come dispositivo sociale e quasi religioso, mostrando come la paura collettiva trasformi l’amore in contagio e il desiderio in colpa. Il film cerca di essere elegia, favola politica, western queer, racconto di formazione e meditazione sul trauma storico ma tra l’ambizione poetica e la realizzazione concreta si apre una distanza evidente.
Le malattie diventano metafore delle nostre paure più profonde.
Susan Sontag
Questo film era in concorso ufficiale di Cannes Film Festival