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Sentimental Value
2025 • 135 min

Sentimental Value

3.5
Questo film è stato presentato a
🤍 IMDb

Synopsis

 
Dopo la morte della madre, le sorelle Nora e Agnes si ritrovano costrette a confrontarsi con il padre Gustav, un regista di fama che le aveva in pratica abbandonate per inseguire la sua carriera. Quando Gustav propone a Nora, una attrice di teatro, di interpretare il ruolo principale nel suo nuovo film — un progetto autobiografico che scava nella storia della loro famiglia — lei rifiuta con fermezza. 
 
Il padre decide allora di affidare la parte a Rachel, una giovane star americana, e questo gesto apparentemente pratico diventa detonatore di vecchie ferite: Nora e Agnes devono fare i conti con la propria storia, la distanza emotiva e l’idea che l’arte possa, o non possa, riannodare i fili di un affetto lacerato. Mentre Gustav cerca di rimediare ai suoi errori attraverso la macchina del cinema, le dinamiche tra le tre donne rivelano tensioni, rifiuti e, lentamente, la possibilità di una nuova forma di comprensione. 
Sentimental Value racconta la difficile ri-emersione dei legami familiari dopo anni di distanza e silenzi. 

Review

5 min read
Recensito da Beatrice · 24. January 2026
 
Non c’è nulla di più scandaloso di un’arte che si crede innocente. 
Pier Paolo Pasolini 
 
Al centro del film non c’è tanto una storia quanto un conflitto di sguardi. Un padre, regista affermato, incapace di distinguere pienamente tra vita e rappresentazione, e due figlie che portano su di sé il peso di un passato mai elaborato, ma soprattutto il peso di essere state — potenzialmente — materia narrativa. Il gesto che mette in moto il film, la proposta di trasformare un trauma familiare in cinema, non è mai presentato come scandalo né come atto riparatorio: è un fatto, quasi un riflesso automatico. Ed è proprio questa naturalezza a renderlo disturbante. 
 
Trier lavora per sottrazione. I dialoghi sono spesso esitanti, spezzati, privi di una funzione chiarificatrice. Le scene sembrano interrompersi prima del momento emotivo atteso, come se il film si rifiutasse di “arrivare”. Non c’è un percorso di riconciliazione, né una progressione psicologica rassicurante. Ogni tentativo di avvicinamento resta ambiguo, contaminato da interessi, silenzi, asimmetrie di potere. Anche l’arte, qui, disturba,espone. 
 
La messa in scena riflette questa postura morale. L’inquadratura è spesso stabile, distaccata, quasi pudica. La regia osserva senza stringere, senza accentuare, senza suggerire una gerarchia emotiva. È evidente il tentativo di agganciare una tradizione nordica che rimanda direttamente a Bergman, soprattutto nel modo in cui lo spazio domestico diventa campo di tensione morale e affettiva. Ma è un aggancio che resta incompiuto: laddove Bergman trasformava il conflitto in vertigine metafisica, Trier rimane ancorato a una dimensione più controllata, più analitica, a tratti persino timorosa di spingersi fino in fondo. Il riferimento è riconoscibile, ma non davvero metabolizzato. 
 
Il personaggio della figlia attrice — che rifiuta di prestare il proprio corpo e la propria voce a una narrazione che la riguarda troppo da vicino — diventa il vero fulcro etico del film. Non perché venga idealizzata, ma perché incarna un gesto raro nel cinema contemporaneo: il rifiuto di essere raccontata. In questo senso, Sentimental Value è anche un film sul limite dell’autorialità, sulla violenza implicita nel “prendere” una storia, nel trasformare l’esperienza altrui in forma, senso, valore simbolico. 
 
C’è poi un dettaglio apparentemente laterale, ma rivelatore, come il regalo del DVD de La pianista di Michael Haneke al nipote, che funziona come una nota stonata volutamente esposta. Non è un semplice omaggio cinefilo, ma un gesto carico di ambiguità: affidare a un bambino un film che mette in scena controllo, repressione, violenza emotiva e dominio significa proiettare ancora una volta l’idea che il trauma possa essere trasmesso, educato, quasi ereditato attraverso le immagini. È un atto che dice molto del personaggio del nonno-regista, del suo modo di intendere il cinema come strumento formativo e insieme intrusivo, incapace di misurare davvero l’effetto che l’opera produce su chi la riceve. Il riferimento a Haneke — autore che ha sempre interrogato lo spettatore sul proprio ruolo, spesso con brutalità — diventa così uno specchio critico del film stesso: un cinema che riflette su potere, sguardo e violenza simbolica, ma che, nel metterli in circolo, rischia di riprodurre le stesse dinamiche che vorrebbe analizzare. 
 
Sentimental Value di Joachim Trier è un film che non chiede di essere amato, ma di essere sopportato. Non nel senso di una prova di resistenza formale, bensì come esperienza etica: lo spettatore è chiamato a restare dentro una relazione irrisolta, a condividere una distanza che non viene mai colmata. È un cinema che rinuncia deliberatamente alla seduzione, alla catarsi, perfino all’identificazione, per interrogare ciò che normalmente il cinema sfrutta con disinvoltura: il dolore, la memoria, il legame familiare. 
 
È qui che il titolo trova il suo significato più profondo. Il “valore sentimentale” non coincide mai con il valore narrativo. Ciò che è più carico emotivamente per i personaggi è proprio ciò che resiste alla rappresentazione, ciò che non può essere tradotto senza perdita, senza abuso. Trier sembra suggerire che ogni tentativo di dare forma definitiva al passato è, in fondo, una semplificazione. 
 
Ed è forse proprio in questa consapevolezza che il film mostra anche i suoi limiti. La radicalità etica della sottrazione finisce talvolta per tradursi in una forma di neutralizzazione emotiva: il controllo è così rigoroso da smussare il rischio, e alcune scene sembrano più pensate che vissute. Il film sollecita un’attenzione costante, ma raramente restituisce un vero scarto, una ferita formale o narrativa che rompa l’equilibrio. In certi momenti, l’impressione è che la paura di essere didascalici conduca a un eccesso di prudenza. 
 
Chi cerca empatia, dinamica, riconoscimento emotivo può sentirsi respinto. Chi accetta un cinema che problematizza il proprio stesso diritto di esistere, troverà in Sentimental Value un’opera rigorosa, forse scomoda, ma non del tutto irrisolta nelle sue ambizioni. È un film che mette in discussione la legittimità stessa delle risposte — ma che, proprio per questo, espone anche la propria fragilità. 
 
Un film che sceglie consapevolmente di non chiudere, ma questa rinuncia finisce per coincidere, a tratti, con un eccesso di attenzione alla forma. La sottrazione diventa metodo dominante e, nel tentativo di preservare una purezza del gesto, il film finisce per attenuare la propria tragicità. L’impressione è quella di un’opera che aspira a un’idea di “arte per l’arte”, riflessiva e autoreferenziale, ma che non riesce fino in fondo a sostenere il peso di questa ambizione. Trier problematizza il diritto di raccontare il dolore, ma lo fa restando sempre un passo indietro, come se temesse la compromissione emotiva. Il risultato è un cinema rigoroso e controllato, capace di grande lucidità analitica, ma che proprio in questo controllo smorza il conflitto e neutralizza l’urgenza, trasformando il limite etico in una zona di sicurezza formale. 
 
Non è da dove prendi le cose che conta, ma dove le porti. 
Jean-Luc Godard 
 
Questo film era in concorso ufficiale di Cannes Film Festival

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