Salta al contenuto
Sorry, Baby
2025 • 104 min

Sorry, Baby

3.5
Questo film è stato presentato a
🤍 IMDb

Synopsis

 
New England. Agnes è una giovane donna, laureata in letteratura. Un evento traumatico segna in modo irreversibile il suo rapporto con il mondo e con le relazioni. Il film non ricostruisce l’accaduto secondo una logica narrativa tradizionale, ma ne osserva le conseguenze, disseminate nella quotidianità, nei rapporti amicali, nelle scelte di vita.  Giovanissima professoressa universitaria, già riconosciuta per il suo talento, vive il successo professionale non come risarcimento, ma come traiettoria autonoma rispetto alla ferita originaria. 

Review

3 min read
Recensito da Beatrice · 09. January 2026
 
Il problema non è l’abuso di potere, ma il potere di abusare.
Mike Cloud 

Il trauma non viene mai trattato come un episodio isolato, bensì come una condizione persistente. Agnes non è definita da ciò che è successo, ma da ciò che ne rimane: uno sguardo trasformato sulle relazioni, un modo di abitare il legame con l’altro alla ricerca di una simmetria. La sessualità forzata non produce una chiusura o una frattura con il corpo, ma apre piuttosto a una visione del maschile disincantata, laterale, originale, priva di illusioni e di aspettative normative. È un rapporto che si riorganizza fuori dai modelli consueti, senza vittimismo e senza rivendicazioni. 
Ciò che il film rende evidente, senza mai dichiararlo apertamente, è che la posizione sociale, culturale ed economica di Agnes non la mette al riparo dalla violenza. Colta, benestante, emancipata, dotata di strumenti simbolici e intellettuali per leggere il mondo, resta comunque esposta a una forma di abuso che non riesce a padroneggiare né nel momento in cui accade né nel tempo che segue. La consapevolezza non si traduce in controllo, né l’autonomia in protezione: il trauma si inscrive proprio in questa contraddizione, mostrando come la vulnerabilità non sia il risultato di una mancanza, ma una condizione che attraversa anche chi sembra possedere tutte le risorse per sottrarvisi. 
Uno degli aspetti più interessanti del film è la posizione di Agnes rispetto all’idea di famiglia e di maternità. La sua lontananza da questi orizzonti non viene mai chiaramente motivata: resta aperta la domanda se sia una conseguenza diretta dell’evento traumatico o una scelta autonoma, coerente con una vita costruita altrove. Agnes è giovane, affermata, pienamente inserita nel mondo accademico, eppure sembra muoversi ai margini di qualsiasi prospettiva familiare tradizionale, come se quel territorio le fosse estraneo o semplicemente non necessario. 
Il tono del film riesce spesso a essere efficace proprio perché evita la drammatizzazione continua. A tratti emergono momenti ironici, persino leggeri, che funzionano come brevi sospensioni del peso narrativo senza mai scivolare nella banalizzazione. Questa alternanza rende il racconto più credibile e meno programmatico, anche se non mancano passaggi in cui il linguaggio risulta eccessivo, forzato, con dialoghi che sembrano spingere troppo sull’enfasi emotiva, secondo un registro tipico del cinema americano, in contrasto con la natura indipendente del progetto. 
Le interpretazioni sostengono con solidità l’impianto del film. La protagonista offre una prova misurata, costruita più sui corpi che sulle parole, restituendo con precisione ciò che resta inciso dopo un abuso: non un trauma spettacolare, ma una presenza silenziosa e costante, difficile da condividere e impossibile da rimuovere. 
Il senso profondo del titolo emerge con chiarezza solo nel finale, nell’incontro con la neonata, figlia dell’amica Lydie che ha condiviso con Agnes l’evento e una parte decisiva della sua vita. Quel Sorry Baby non è più una formula generica di scuse o di protezione, ma una frase che attraversa le generazioni. Si rivolge a chi viene al mondo esposto a un’eredità che non gli appartiene, che non può essere conosciuta in anticipo, né prevista, né tantomeno sottratta al proprio destino. In quel momento, il film chiarisce il proprio centro: non la possibilità di superare il trauma, ma il modo in cui esso si trasmette, si deposita, convive con il tempo. 
Un’opera sobria, originale e lucida, capace di osservare con attenzione senza intervenire, lasciando aperta e intatta la frattura che mette  in scena come unico spazio possibile di senso. 

La violenza sessuale distrugge prima di tutto la fiducia nel mondo.
Judith Herman 
Questo film era in concorso ufficiale di Sundance Film Festival

Potrebbe interessarti

Altri film presentati a Sundance Film Festival

More to explore