Synopsis
Nora ha quarant’anni e ha già attraversato, anche se non del tutto consapevolmente, una soglia: l’incontro ravvicinato con la morte. Da quel momento, la sua esistenza si disallinea. Non cerca guarigione, ma intensificazione. La sua risposta non è terapeutica ma compulsiva: vivere di più, vivere meglio, vivere troppo. È qui che il film costruisce la sua struttura tragicamente comica: la ricerca di senso si manifesta come un’oscillazione instabile tra due poli maschili, Tom e Max, che non sono tanto individui quanto dispositivi simbolici. Tom è la promessa di stabilità, una forma di sicurezza affettiva che tende a immobilizzare il tempo; Max, al contrario, incarna la dispersione, l’imprevisto, la vertigine dell’assenza di forma.
Review
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Recensito da Beatrice
· 14. May 2026
Nel mezzo dell’inverno, ho scoperto che dentro di me c’era un’estate invincibile.
Albert Camus
In Viva/Alive di Aina Clotet, la vita non viene mai rappresentata come semplice continuità biologica, ma come una frizione permanente tra sopravvivenza e intensità, tra l’inerzia del corpo e l’urgenza quasi animalesca del desiderio. Il film si apre su un gesto clinico, quasi burocratico — una mammografia — che subito imposta il registro: il corpo di Nora non è mai “solo” corpo, ma superficie di lettura, territorio di ansia, archivio di possibilità minacciate.
Nora si muove attraver so la sua vita professionale tra Tom Max, due estremi, senza mai coincidere con nessuno dei due. Ma il punto decisivo è proprio questo scarto: ciò che cerca non è un partner, bensì una conferma ontologica della propria esistenza. E tuttavia, più si moltiplicano le esperienze — relazioni, sesso, episodi di disinibizione, persino derive di realtà virtuale che sembrano promettere una seconda pelle percettiva — più il vuoto non si riempie, ma si affina, come se diventasse più preciso, più nominabile.
Il film insiste su una dialettica costante tra controllo e cedimento. La madre, figura della struttura originaria, interviene con la freddezza di un sapere scientifico che si fa anche controllo farmacologico; le pubblicità sull’ansia che attraversano lo spazio urbano sembrano invece ironizzare sulla medicalizzazione diffusa dell’esistenza contemporanea, come se il dolore fosse ormai un segmento di mercato. In questo contesto, Nora appare come un’anomalia perfettamente contemporanea: non malata, ma eccedente.
La regia lavora su questa tensione con grande dedizione, alternando momenti di rarefazione visiva a improvvise accelerazioni emotive. L’umorismo, lungi dall’essere ornamentale, funziona come una crepa: non dissolve il dramma, lo rende sopportabile proprio nel momento in cui lo rende più evidente. È una comicità che nasce dalla sproporzione tra ciò che Nora vive e ciò che riesce a comprendere di ciò che vive.
Il tema della paura della morte, centrale e mai veramente risolto, non viene mai psicologizzato. Rimane piuttosto una forza impersonale che attraversa i legami, deformandoli. Anche il lavoro di scrittura evita ogni tentazione di coerenza morale: i personaggi secondari non sono contorno, ma estensioni instabili dello stesso campo emotivo, come se ciascuno riflettesse una diversa modalità di gestione del limite.
Eppure è nel finale che il film compie il suo scarto più radicale. Durante un rapporto sessuale — scena costruita con una rarefazione quasi sospesa, priva di enfasi ma carica di una densità quasi insostenibile — qualcosa si spezza. Non tanto nella narrazione quanto nel sistema stesso delle attese affettive dello spettatore. Il sesso, che fino a quel momento aveva funzionato come tentativo di accesso alla vita piena, smette di essere promessa e diventa soglia ambigua: non compimento, ma rivelazione della sua impossibilità. In quell’istante, il contatto fisico non salva, non consola, non redime; al contrario, espone con brutalità la persistente non-coincidenza di Nora con se stessa.
È qui che Viva/Alive mostra la sua natura più profonda: non un racconto di guarigione, ma una meditazione tragicomica sull’impossibilità di essere presenti a sé stessi senza residui. La “gioia di vivere” evocata dalla regista non si presenta come stato stabile, ma come lampeggiamento intermittente, quasi accidentale, che emerge proprio dove il controllo fallisce.
Il film preferisce abitare quella zona intermedia in cui la vita, invece di risolversi, insiste nella sua indeterminabilità. E in questa insistenza — fragile, contraddittoria, talvolta ironica fino al limite del grottesco — Nora continua a muoversi, non verso una soluzione, ma verso una forma sempre più acuta della propria domanda sul mistero del tempo concesso alla propria esistenza.
La vita ha valore solo se si investe in essa qualcosa che la trascende.
Simone De Beauvoir
Questo film era in concorso ufficiale di Cannes Film Festival