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If I Had Legs I'd Kick You
2025 • 113 min

Se solo potessi ti prenderei a calci

If I Had Legs I'd Kick You
3.5
Questo film è stato presentato a
🤍 IMDb

Synopsis

Il film si concentra su una donna — madre, professionista, corpo stanco prima ancora che soggetto — il cui presente è una superficie fragile sotto la quale si muove una depressione non spettacolare, ma sedimentata. Non c’è evento traumatico che giustifichi apertamente il suo collasso: il trauma è la continuità stessa. È la ripetizione. È la responsabilità che non conosce tregua. 

Review

3 min read
Recensito da Beatrice · 28. February 2026
La maternità è una solitudine. 
Marguerite Duras 

Con Se solo potessi ti prenderei a calci, Mary Bronstein costruisce un oggetto filmico che rifiuta deliberatamente l’idea di conforto. Espone lo spettatore a una durata che non consola e a una protagonista che non si lascia facilmente amare. 

La maternità qui non è idealizzata né demonizzata. È, più radicalmente, una struttura. Un vincolo ontologico. Essere madre significa essere continuamente richieste, chiamate, tirate fuori da sé. Il film suggerisce che la maternità possa diventare una forma di espropriazione del tempo interiore: la soggettività della donna si assottiglia, fino a diventare funzione. 

Tutt’altro che casuale — è la scelta di non mostrare quasi mai il volto della figlia fino al finale. L’infanzia resta fuori campo, come una presenza assoluta ma invisibile. Questa sottrazione visiva produce uno scarto: la figlia non è un personaggio, ma una forza gravitazionale. Solo alla fine, quando il volto appare, la relazione si umanizza e smette di essere puro peso simbolico. Fino a quel momento, è un’assenza che struttura tutto. 

Il dettaglio del buco nel soffitto attraversa il film come un elemento quasi ossessivo. All’inizio è un incidente domestico, un problema pratico da gestire. Ma progressivamente si trasforma in una metafora scoperta, quasi brutale. 

Quel foro è una crepa nella protezione, un’apertura non voluta verso l’esterno. È la materializzazione della vulnerabilità della protagonista: la casa — spazio che dovrebbe garantire sicurezza — non è più integro. Piove dentro. L’acqua filtra. L’intimità è perforata. 

In chiave esistenziale, il buco è anche nel corpo della figlia e nella memoria di scelte passate che continuano a gocciolare nel presente. Non c’è catastrofe spettacolare, ma una lenta infiltrazione. La depressione qui non esplode: stillicidio quotidiano, manutenzione impossibile di una struttura che cede. 

Uno degli aspetti più radicali del film è la rappresentazione dell’ordinario come campo di battaglia. La gestione della quotidianità — appuntamenti, lavoro, incombenze domestiche — diventa un esercizio di sopravvivenza. Ogni gesto è carico di un surplus di fatica. 

Le scelte del passato — relazioni interrotte, compromessi professionali, decisioni prese in nome della stabilità — non vengono tematizzate in modo didascalico. Tuttavia, si avvertono come un sedimento che condiziona il presente. La protagonista non è vittima di un destino, ma della continuità delle proprie decisioni. La responsabilità non è eroica: è opaca, ambigua, talvolta insopportabile. 

In questo senso il titolo stesso suona come un’esclamazione impotente: un desiderio di reazione fisica che resta immaginaria. “Se solo potessi” maggiormente nell’originale “se avessi le gambe” implica un’immobilità. La rabbia non trova sfogo, si ripiega verso l’interno, si trasforma in stanchezza. 
La messa in scena è volutamente claustrofobica. La macchina da presa insiste sui corpi, sugli spazi ristretti, su dialoghi che non risolvono nulla. A tratti il film diventa quasi insopportabile: non concede aperture, non organizza il caos in una traiettoria narrativa rassicurante. 

Eppure, proprio questa resistenza richiesta allo spettatore è la sua forza. Seguire la protagonista significa accettare una forma di disagio condiviso. 
Il bagno finale nel mare non è una redenzione spettacolare. Non c’è musica trionfale, né riconciliazione definitiva. È piuttosto un gesto elementare: entrare nell’acqua, lasciarsi sostenere andare, spingere, sollevare, spazzare dalle onde. 

Dopo la casa perforata, lo spazio aperto. Dopo la gravità domestica, la sospensione. L’acqua non cancella il peso della responsabilità, ma lo rende momentaneamente sopportabile. È un’interruzione del flusso nevrotico del quotidiano. 

Se solo potessi ti prenderei a calci è un film scomodo, talvolta abrasivo. Ma nella sua ostinazione a non abbellire la maternità e la depressione, nella sua capacità di trasformare un dettaglio architettonico in metafora esistenziale, rivela una visione laterale, inusuale, imprevista. 

La responsabilità per l’altro precede ogni libertà. 
Emmanuel Lévinas 
 
Questo film era in concorso ufficiale di Festival internazionale del cinema di Berlino

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