2025 • 109 min
Kontinental 25
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Synopsis
In una città dell'Europa orientale trasformata dall'espansione immobiliare e dalla continua riconversione degli spazi urbani in merci, una funzionaria incaricata di eseguire gli sfratti si trova coinvolta in un evento che incrina la superficie ordinata della sua esistenza. Quando un uomo povero, costretto ad abbandonare il rifugio precario in cui viveva, sceglie di togliersi la vita, ciò che sembrava una semplice procedura amministrativa si trasforma in una ferita morale impossibile da archiviare. Da quel momento, il film segue il percorso inquieto della donna attraverso una serie di incontri, conversazioni e confronti che non conducono a una verità definitiva, ma spalancano interrogativi sempre più profondi sulla responsabilità individuale, sulla colpa e sul ruolo delle istituzioni. Sullo sfondo di una città che cambia volto sotto la pressione del profitto e della valorizzazione immobiliare, Kontinental '25 diventa il ritratto di una società che ha imparato a delegare la violenza a procedure impersonali, fino al punto da non riconoscerla più come tale.
Review
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Recensito da Beatrice
· 15. June 2026
Ciò che ognuno ha fatto o non ha fatto è parte della responsabilità politica.
(Karl Jaspers)
Non solo per locandina ma anche per il titolo è inevitabile il riferimento a Europa 51 di Roberto Rossellini. Con Kontinental '25, Radu Jude prosegue il proprio scavo nelle contraddizioni morali del capitalismo contemporaneo, realizzando forse il suo film più essenziale. Dopo avere esplorato la volgarità culturale e la pornografia della realtà, vedi Bad Luck Banging or Loony Porn, e dopo aver affrontato il tema della memoria e delle relazioni sociali in opere come Do Not Expect Too Much from the End of the World, il regista rumeno concentra qui il proprio sguardo su un aspetto ancora più sfuggente: la dissoluzione della responsabilità all'interno delle strutture economiche e burocratiche.
L'evento che dà origine al racconto è semplice, quasi banale nella sua brutalità. Uno sfratto. Una procedura prevista dalla legge. Un atto amministrativo che si svolge secondo le regole. Eppure, proprio da questa normalità prende forma una tragedia. Il film non cerca mai il colpevole nel senso tradizionale del termine. Nessun personaggio appare realmente malvagio, nessuno manifesta intenzioni distruttive. La questione che interessa Jude è molto più inquietante: che cosa accade quando la violenza non è più esercitata da qualcuno, ma distribuita attraverso una rete di decisioni, regolamenti e interessi economici?
È qui che emerge il tema centrale dell'opera: la delega.
Nelle società contemporanee la responsabilità viene continuamente trasferita altrove. Il proprietario rinvia alla legge, la legge rinvia alle procedure, le procedure rinviano ai funzionari incaricati di applicarle. Ognuno svolge il proprio compito e proprio per questo nessuno si percepisce come responsabile delle conseguenze finali. Il suicidio dell'uomo sfrattato rappresenta l'irruzione improvvisa del reale dentro questa catena di mediazioni. Ciò che fino a quel momento era rimasto invisibile acquista improvvisamente un volto, un corpo, una morte.
La protagonista diventa così una figura esistenziale prima ancora che sociale. Non è semplicemente una donna tormentata dal rimorso; è qualcuno che scopre l'impossibilità di separare completamente le proprie azioni dagli effetti prodotti dal sistema di cui fa parte. Il suo disagio nasce dalla presa di coscienza che nessuna giustificazione procedurale è sufficiente a cancellare il peso delle conseguenze.
In questo senso il film sembra interrogare una delle questioni fondamentali della filosofia contemporanea: fino a che punto è possibile dichiararsi innocenti all'interno di strutture che generano sofferenza senza richiedere esplicitamente la volontà di far soffrire?
Jude evita accuratamente ogni risposta consolatoria. Il percorso della protagonista non conduce a una redenzione. Non vi è alcuna trasformazione spirituale, nessuna conversione morale, nessun approdo catartico. Al contrario, il film suggerisce che la coscienza, da sola, non sia in grado di modificare i meccanismi che l'hanno prodotta. La colpa individuale rischia perfino di trasformarsi in una forma di autoassoluzione: ci si sente male, si riflette, si soffre, ma il sistema continua a funzionare esattamente come prima.
L'ossessione di Jude per i rapporti tra economia e rappresentazione attraversa tutta la sua filmografia recente. In Do Not Expect Too Much from the End of the World, il lavoro precario, la comunicazione aziendale e l'universo mediatico apparivano come dispositivi capaci di assorbire e neutralizzare ogni forma di critica. In Kontinental '25 questa riflessione si sposta sul terreno urbano. Le città diventano organismi che espellono progressivamente ciò che non produce valore economico. Gli esseri umani più fragili finiscono per essere trattati come residui di una trasformazione che viene presentata come inevitabile progresso.
Da questo punto di vista il film dialoga idealmente con Funny Face, opera americana molto diversa nello stile ma sorprendentemente vicina nelle premesse. Anche lì la speculazione immobiliare ridisegna il tessuto urbano e trasforma le vite umane in elementi sacrificabili sull'altare della valorizzazione economica. Se il film di Tim Sutton reagiva attraverso una rabbia disperata e quasi nichilista, Jude sceglie invece la strada dell'analisi ironica e della dissezione morale. Entrambi, tuttavia, osservano lo stesso fenomeno: la progressiva sostituzione della città come spazio condiviso con la città come oggetto finanziario.
La forza di Kontinental '25 risiede proprio nella sua capacità di mostrare come il capitalismo contemporaneo non abbia più bisogno di manifestarsi attraverso figure apertamente oppressive. La sua efficacia deriva dalla normalizzazione. Le sue decisioni appaiono ragionevoli. I suoi processi sembrano inevitabili. Le sue vittime diventano statistiche, anomalie, effetti collaterali.
Jude filma questo universo con un tono oscillante tra commedia amara, saggio filosofico e cronaca urbana. Le conversazioni apparentemente casuali, le deviazioni grottesche, le immagini che sfiorano l'assurdo non rappresentano semplici eccentricità stilistiche. Sono il riflesso di una realtà frammentata in cui il tragico e il ridicolo convivono senza più gerarchie. Il mondo continua a produrre intrattenimento, consumo e spettacolo mentre, ai margini dell'inquadratura, qualcuno scompare.
Alla fine, il film lascia emergere una domanda che va ben oltre il caso raccontato. Se la violenza contemporanea si manifesta sotto forma di procedure legittime, decisioni collettive e interessi impersonali, dove si colloca oggi la responsabilità? E soprattutto: è ancora possibile individuare un soggetto responsabile, oppure viviamo ormai dentro meccanismi che rendono la colpa così diffusa da risultare invisibile?
Più che fornire una risposta, Kontinental '25 trasforma questa domanda nel proprio centro gravitazionale. Ed è proprio in questa sospensione, in questa impossibilità di sciogliere il nodo tra coscienza individuale e struttura economica, che il film trova la sua dimensione più perturbante e profondamente contemporanea.
Come aveva compreso Marx, il capitalismo possiede una straordinaria capacità di presentarsi come inevitabile mentre trasforma incessantemente il mondo che attraversa. Kontinental '25 incrina proprio questa apparenza di necessità. Dietro ogni procedura, dietro ogni sfratto, dietro ogni riqualificazione urbana, il film ci ricorda che ciò che appare naturale è in realtà storico; ciò che sembra inevitabile è stato costruito; e ciò che è stato costruito può sempre essere immaginato altrimenti. Forse è qui che risiede il nucleo più radicale dell'opera di Jude: nel rifiuto di considerare l'ordine presente come l'unico mondo possibile.
Quando tutti sono responsabili, nessuno lo è.
(Zygmunt Bauman)
Questo film era in concorso ufficiale di Festival internazionale del cinema di Berlino