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L’Espèce Explosive
2026 • 92 min

Too Many Beasts

L’Espèce Explosive
3.5
Questo film è stato presentato a
🤍 IMDb

Synopsis

 In una campagna francese ormai fuori asse, la natura non è più sfondo ma forza d’urto: i cinghiali devastano i campi, i contadini perdono il controllo della terra e i cacciatori aristocratici fingono di governare l’istinto mentre lo alimentano. In questo equilibrio già spezzato, Brun — agricoltore in rovina e uomo saturo di umiliazioni sociali — compie un gesto irreversibile che lo cancella dal mondo. 
L’arrivo di Fulda Orsini, poliziotto instabile e sentimentalmente frantumato, riapre la ferita: la sua indagine non riguarda solo un delitto, ma una catena di violenze economiche, affettive e simboliche che attraversano uomini, donne e animali. A guidarlo (o disorientarlo) c’è anche una psicanalista che rifiuta ogni ruolo consolatorio, trasformando la terapia in un campo di collisione tra linguaggio, desiderio e fallimento. 

Review

3 min read
Recensito da Beatrice · 17. May 2026
 L’uomo è l’unico animale che fa soffrire gli altri senza altro scopo che quello di volerlo. 
Mark Twain 

Too Many Beasts è un film che finge di essere un’indagine ma in realtà è un cedimento generale del senso. Un mondo rurale apparentemente concreto si dissolve presto in una geometria instabile dove ricchi e poveri, uomini e donne, esseri umani e animali non sono categorie ma forme provvisorie di aggressione reciproca. La campagna francese diventa così una macchina morale inceppata: produce carne, colpa e disastro con la stessa indifferenza. 

Dentro questo paesaggio, la filosofia è ridotta a ciò che resta quando le spiegazioni non funzionano più. E quello che resta è un grottesco campo di forze: il capitale che si traveste da tradizione, la virilità che si crepa sotto il proprio peso, la psiche che non regge la pressione del reale. 

Fulda, interpretato impareggiabilmente da Alexis Manenti,  è il suo epicentro instabile. Vorrebbe essere curato da uno psicanalista uomo, come se la guarigione fosse una questione di somiglianza anatomica, di solidarietà tra fallimenti maschili. La psicanalista lo disarma con una frase che è già una diagnosi del mondo contemporaneo: “Sono abbastanza incompetente come un uomo”. 
Non è una battuta, è una dichiarazione politica: il patriarcato non è un’autorità, è una cattiva imitazione. 

Quando Fulda insiste — perché, in fondo, preferisce un uomo “perché una donna dice di amarti e poi ti lascia” — la terapia si trasforma in una scena quasi comica e crudele insieme. Il desiderio non è più romanticismo ma archivio di ferite: la psicanalista, esasperata, sembra quasi voler uscire dal genere umano più che dalla stanza.  In un momento di lucidità terminale confessa implicitamente che preferirebbe lavorare la lana piuttosto che continuare a occuparsi di esseri umani. E come darle torto. Attorno a loro, il linguaggio psicoanalitico non serve a capire ma a moltiplicare i fraintendimenti. Ogni frase apre un vuoto. Ogni interpretazione è una deviazione. Il film sembra suggerire che l’inconscio non sia una profondità, ma una cattiva gestione della superficie. 

In questo senso Too Many Beasts dialoga apertamente con quel cinema dell’assurdo filosofico che, da Camus in poi, ha cercato di trasformare l’incomprensibilità del mondo in forma narrativa. E più vicino a noi, ricorda il cinema di Quentin Dupieux: non per il gusto del nonsense in sé, ma per quella lucidità ironica con cui l’assurdo diventa l’unico realismo possibile. Qui però la commedia è sempre sull’orlo del collasso etico: si ride, ma come si ride davanti a qualcosa che non si sa più come nominare. 

La struttura profonda del film è una metafora estesa: il mondo come rapporto tra predatori e prede. I ricchi cacciano per sport ciò che i poveri devono subire; gli animali invadono ciò che gli uomini non sanno più governare; e nel mezzo le relazioni affettive replicano lo stesso schema, solo con meno foresta e più illusioni. 

Il cinghiale, allora, non è un simbolo ma un errore sistemico: ciò che accade quando la natura smette di rispettare le categorie sociali. È insieme minaccia e verità, come se il reale avesse deciso di presentarsi senza più mediazioni. 

Alla fine, Too Many Beasts non racconta una storia di caccia ma una teoria del fallimento e lo fa con grande ironia: fallimento del controllo, del linguaggio, dell’amore, della politica. E soprattutto fallimento dell’idea che l’umano sia qualcosa di stabile. 
Resta una sensazione sgradevole e lucida: che la civiltà non sia altro che un temporaneo accordo tra specie diverse di bestie — alcune a quattro zampe, altre convinte di averne due in più per diritto morale. 

L’uomo ha inventato la guerra perché non è capace di risolvere il problema della propria esistenza. 
Carl Gustav Jung 
 
 
Questo film era in concorso ufficiale di Cannes Film Festival

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