Synopsis
Il 24 ottobre 1975, il 90% delle donne islandesi decise di non lavorare. Non soltanto negli uffici, nelle fabbriche, nelle banche, nelle scuole o negli ospedali: per un giorno le donne smisero anche di cucinare, pulire, accudire i figli, organizzare la casa. Quella che sarebbe stata ricordata come Kvennafrídagurinn, il “Giorno libero delle donne”, fu in realtà uno sciopero generale capace di rendere improvvisamente visibile ciò che fino ad allora era rimasto invisibile: il lavoro femminile era una delle infrastrutture fondamentali della società.
Un giorno senza donne, documentario del 2024 diretto da Pamela Hogan e realizzato con la filmmaker islandese Hrafnhildur Gunnarsdóttir, ricostruisce quella giornata attraverso testimonianze delle protagoniste, materiali d’archivio, fotografie, animazioni e una sorprendente vena umoristica. Il film torna agli anni Settanta per raccontare il movimento delle Red Stockings, le battaglie contro la discriminazione professionale e salariale, la nascita di una nuova coscienza politica e la lunga organizzazione che precedette quel 24 ottobre.
Il risultato fu qualcosa di più di una manifestazione. A Reykjavík circa 25.000 persone si radunarono mentre scuole, servizi, giornali, fabbriche e attività economiche venivano profondamente condizionati dall'assenza delle donne. L'intero Paese fu costretto, per una giornata, a confrontarsi con una questione elementare e destabilizzante: quando le donne si fermano, il mondo scopre di non essere autosufficiente.
Review
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Recensito da Beatrice
· 20. September 2026
Il tuo silenzio non ti proteggerà.— Audre Lorde
Nulla significa davvero nulla.
Non lavorare. Non cucinare. Non pulire. Non occuparsi dei bambini. Non essere il dispositivo invisibile attraverso cui una società continua a funzionare mentre attribuisce ad altri il merito del proprio funzionamento.
Il 24 ottobre 1975, il 90% delle donne islandesi si fermò. La formula ufficiale era Women’s Day Off, il giorno libero delle donne. Il termine “sciopero”, proposto dalle femministe più radicali, avrebbe potuto spaventare una parte delle partecipanti, soprattutto quelle politicamente più conservatrici. Così lo sciopero diventò un “giorno libero”: una soluzione linguistica apparentemente innocua che conteneva, in realtà, una delle forme più radicali di disobbedienza civile.
Perché a volte il potere comincia proprio dalle parole.
Chiamare “libero” ciò che è uno sciopero significa mostrare quanto sia paradossale una società nella quale una donna può essere considerata libera soltanto quando smette di fare ciò che ci si aspetta da lei.
Il film di Pamela Hogan parte da qui e compie un'operazione che è insieme storica e filosofica: restituisce un corpo a ciò che la società aveva trasformato in funzione.
La donna degli anni Settanta raccontata dalle testimonianze è infatti prima di tutto una funzione. Madre. Moglie. Segretaria. Infermiera. Insegnante. Commessa. Casalinga. Una presenza necessaria purché non pretenda di diventare soggetto.
Alle bambine si poteva dire che avrebbero potuto fare quasi tutto, purché quel “quasi” restasse sufficientemente ampio da contenere l'intera struttura sociale. Capitano di una nave? No, sei una ragazza. Avvocata? Perché studiare, se presto ti sposerai? La carriera appartiene all'uomo; alla donna appartiene l'adattamento.
Una delle intuizioni più interessanti del film è mostrare che la discriminazione non aveva bisogno di presentarsi sempre come violenza. Poteva assumere la forma molto più efficiente dell'ovvietà.
Non era necessario proibire apertamente a una donna di aspirare a qualcosa. Bastava che nessuno prendesse sul serio ciò che diceva.
Una ragazzina poteva parlare di politica e venire semplicemente ignorata. Una donna poteva svolgere lo stesso lavoro di un uomo e vedere quest'ultimo fare carriera mentre lei rimaneva al proprio posto. Poteva insegnargli il mestiere e poi assistere alla sua promozione. Il problema non era dunque soltanto la differenza di salario: era la costruzione sociale di un destino.
La donna poteva lavorare, ma non necessariamente avanzare.
Poteva essere intelligente, purché non diventasse autorevole.
Poteva essere bella, purché la bellezza restasse il suo capitale.
Poteva essere moglie, madre, lavoratrice, ma senza trasformare nessuno di questi ruoli in potere.
È qui che Un giorno senza donne smette di essere soltanto la cronaca di una protesta femminista e diventa un film sul funzionamento stesso della società.
Perché il potere non è soltanto quello che ordina. È anche quello che stabilisce ciò che appare naturale.
Negli anni Settanta, alzarsi prima del marito per truccarsi e farsi trovare in ordine poteva essere considerato un gesto normale. Il successo del marito diventava motivo di orgoglio della moglie. La casa era il luogo in cui la donna esercitava il proprio talento senza che quel talento venisse chiamato lavoro.
La fatica domestica aveva una caratteristica perfetta per qualsiasi sistema di dominio: non produceva prestigio.
E ciò che non produce prestigio può essere facilmente presentato come amore, vocazione, natura, dovere.
Il film ha il merito di non trasformare tutto questo in una predica. Le protagoniste ricordano, ridono, raccontano episodi assurdi. E proprio l'umorismo diventa una forma di sabotaggio.
Le Red Stockings capiscono che il ridicolo può essere più destabilizzante della violenza. Contestano i concorsi di bellezza portando una mucca: se le donne devono essere esposte come bestiame, tanto vale presentarsi con il bestiame. La provocazione è infantile soltanto in apparenza. In realtà contiene una precisa inversione dello sguardo: non accettare più di essere l'oggetto della rappresentazione, ma sabotare la rappresentazione stessa.
Anche la caricatura delle femministe come donne brutte, pelose, pericolose, incapaci di amare, ostili agli uomini e ai bambini rivela qualcosa di antico: quando una donna smette di cercare approvazione, il sistema deve inventare una ragione per cui quella donna non dovrebbe essere desiderabile.
La misoginia non si limita a dire “non hai ragione”, dice: non sei amabile, e dunque non sei donna nel modo giusto.
La risposta delle attiviste è sorprendentemente lucida: non odiamo i maschilisti. Anzi, possiamo amarli moltissimo. Vogliamo soltanto cambiarli un po'.
È una frase che contiene una filosofia politica molto più sofisticata di quanto sembri. Non si tratta di sostituire un dominio con un altro, ma di mettere in discussione l'idea stessa che qualcuno debba essere naturalmente destinato a dominare e qualcun altro naturalmente destinato a servire.
La paura maschile nasce precisamente lì.
Perché finché l'uomo è superiore, la sua superiorità non ha bisogno di essere dimostrata. Quando la donna comincia a pretendere di essere sua eguale, quella superiorità diventa improvvisamente un problema da difendere.
Il film racconta anche la straordinaria capacità organizzativa che precede il 24 ottobre. Non c'è una leader carismatica che trascina una massa passiva. C'è una rete. Riunioni, telefonate, volantini, sindacati, associazioni, discussioni, compromessi, contatti personali, donne che convincono altre donne.
La rivoluzione, prima di diventare immagine, è logistica.
Ed è forse questo uno degli aspetti più politici del documentario: una società alternativa non nasce necessariamente da un grande gesto individuale, ma dalla capacità di costruire una moltitudine capace di agire come soggetto collettivo.
La domanda iniziale era quasi matematica: quante donne sarebbero venute? La risposta fu il 90%.
A quel punto non era più una protesta, era una dimostrazione empirica.
Il sistema poteva finalmente vedere ciò che fino a quel momento aveva potuto permettersi di non vedere.
Le scuole si fermarono. I giornali ebbero difficoltà a uscire. Le fabbriche rallentarono o chiusero. I servizi furono messi sotto pressione. I padri dovettero portare i figli al lavoro. Gli uomini scoprirono che cucinare, occuparsi dei bambini, organizzare una giornata domestica e contemporaneamente lavorare non erano attività spontanee della natura femminile, ma lavoro.
La cosa più interessante, tuttavia, è che il Paese non crollò perché le donne possedevano una qualche forma misteriosa di potere occulto crollò perché il lavoro che sembrava non esistere esisteva eccome.
Una società può rendere invisibile qualcosa senza renderlo inesistente.
Può non pagarlo, non nominarlo, non celebrarlo, non inserirlo nelle statistiche del prestigio. Ma quando quel lavoro viene sottratto, la sua realtà appare improvvisamente con la violenza di un vuoto: il vuoto è una delle forme più radicali della visibilità.
Quel 24 ottobre l'assenza diventò presenza.
Le donne che per anni erano state trattate come una parte secondaria della società si trasformarono, semplicemente fermandosi, nella sua parte impossibile da sostituire. Le immagini della manifestazione restituiscono allora qualcosa che il film riesce a cogliere molto bene: l'ebbrezza della scoperta di essere molte.
Non una donna che protesta, non una femminista isolata, non una moglie scontenta, non una lavoratrice che chiede un aumento.
Un fiume, una massa, una moltitudine.
E la moltitudine modifica la percezione che ciascuna persona ha di sé stessa. Perché fino a quando una donna pensa di essere sola, il problema sembra appartenere a lei. Quando scopre che migliaia di altre donne vivono la stessa condizione, il problema smette di essere psicologico e diventa politico.
È il passaggio fondamentale dall'“io” al “noi”.
E il film racconta questo passaggio con una leggerezza che impedisce alla memoria di trasformarsi in monumento.
Le protagoniste ricordano quella giornata come uno dei momenti più felici della loro vita proprio perché, per una volta, non furono costrette a dimostrare di essere indispensabili individualmente. Lo scoprirono insieme.
Anche il titolo originale, The Day Iceland Stood Still, contiene una perfetta ambivalenza: l'Islanda si ferma, ma le donne finalmente avanzano.
È il paradosso della protesta, per produrre movimento bisogna talvolta fermare la macchina.
La giornata del 1975 non risolse magicamente la disuguaglianza. Ma contribuì a modificare il terreno politico e culturale sul quale quella disuguaglianza poteva continuare a esistere. L'anno successivo l'Islanda approvò una legge sulla parità dei diritti fra uomini e donne; nel 1980 Vigdís Finnbogadóttir sarebbe diventata la prima donna al mondo eletta democraticamente alla presidenza di uno Stato. Il legame causale fra il giorno libero e quella elezione non è una semplice equazione, ma il film mostra come quella mobilitazione abbia contribuito a trasformare ciò che sembrava impensabile in qualcosa che poteva essere immaginato. E la trasformazione non è soltanto simbolica.
Nel Parlamento islandese, oggi le donne sono 29 su 63, pari al 46% dei componenti. È un dato che rende visibile quanto la lunga sedimentazione di quelle battaglie abbia modificato la rappresentanza politica, pur senza autorizzare l'idea che la questione della parità sia definitivamente risolta. Ed è proprio qui che Un giorno senza donne evita, almeno in parte, il rischio della favola edificante.
La storia potrebbe essere raccontata come una semplice parabola: le donne si fermano, il Paese capisce, la società cambia, fine della storia. Ma la storia non finisce.
Ogni conquista produce nuove contraddizioni. Ogni diritto acquisito deve continuare a essere esercitato. Ogni uguaglianza formale può convivere con disuguaglianze materiali. La società può cambiare istituzioni e mantenere abitudini. Può eleggere donne e continuare a distribuire diversamente il lavoro domestico. Può dichiarare la parità e conservare gerarchie più sottili.
Per questo la forza del film non sta nel raccontare un passato perfetto, sta nel ricordare che nessun ordine sociale è naturale quando può essere paralizzato in un giorno.
Le donne islandesi del 1975 non conquistarono il potere prendendolo, lo resero visibile sottraendosi.
È una distinzione enorme.
La loro rivoluzione non consiste nel dire “guardate cosa possiamo fare”. Consiste nel dire: guardate cosa accade quando smettiamo di farlo.
Il potere non appartiene soltanto a chi comanda. Appartiene anche a chi rende possibile l'esistenza quotidiana di ciò che comanda.
Per secoli alle donne è stato chiesto di prendersi cura del mondo senza pretendere di governarlo.
Il 24 ottobre 1975 hanno risposto con una forma di disobbedienza quasi elementare: per un giorno, niente, e quel niente ha prodotto un'immagine che nessuna retorica avrebbe potuto costruire.
Un Paese intero ha scoperto che l'invisibile aveva un peso, che il privato era politico, che la casa era un luogo di lavoro, che il lavoro senza salario era comunque lavoro.
Che una donna che parla non è necessariamente una donna che deve essere ascoltata, ma che una moltitudine di donne che smette di parlare attraverso le proprie mansioni quotidiane può diventare impossibile da ignorare.
Alla fine rimane una frase che sembra quasi banale e invece contiene tutta la struttura del film: osare, volere, potere.
Prima di poter cambiare il mondo bisogna riuscire a immaginarlo diverso e prima ancora bisogna smettere, almeno per un momento, di comportarsi come se quello esistente fosse l'unico mondo possibile.
Il 24 ottobre 1975 nove donne su dieci decisero di verificare cosa sarebbe successo.
Per ventiquattr'ore l'Islanda lo scoprì.
E per una volta fu il mondo a dover imparare a fare senza di loro.
Il femminismo non è anti-uomo; è anti-sessismo.— bell hooks