Synopsis
Frances Haugen è una data scientist che nel 2019 entra a lavorare per Facebook con l’idea di contribuire a rendere più sicuro il sistema che governa una delle piattaforme sociali più potenti del mondo. Ma l’accesso ai meccanismi interni dell’azienda le rivela progressivamente una contraddizione radicale: Facebook conosce gli effetti potenzialmente dannosi dei propri algoritmi, ma la necessità di massimizzare l’engagement sembra prevalere sulla possibilità di intervenire per limitarli.
Dall’incontro con Jeff Horwitz del Wall Street Journal nasce l’inchiesta che diventerà nota come The Facebook Files: un’indagine sui documenti, sulle ricerche interne e sulle conseguenze sociali di un sistema nel quale la crescita degli utenti e l’interazione sembrano costituire la misura fondamentale di ogni cosa.
Review
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Recensito da Beatrice
· 07. October 2026
Il capitalismo della sorveglianza rivendica unilateralmente l'esperienza umana privata come materia prima gratuita da trasformare in dati comportamentali.
— Shoshana Zuboff
— Shoshana Zuboff
La cosa più potente di The Social – Il prezzo della verità arriva prima ancora che la storia cominci davvero. Il prologo, intitolato Ragazza bianca ubriaca, sembra inizialmente estraneo alla vicenda di Frances Haugen. È invece una sorta di cortocircuito narrativo che contiene già il problema centrale del film: il modo in cui l’algoritmo può trasformare una semplice interazione in una traiettoria comportamentale e ideologica.
Quello che appare come un episodio marginale diventa progressivamente la chiave per comprendere il meccanismo: secondo quanto viene illustrato nel film, una quota enorme dei soggetti avvicinati dagli ambienti estremisti, circa il 64 %, sarebbe stata indirizzata verso quei contenuti attraverso le dinamiche algoritmiche della piattaforma. Non è dunque soltanto ciò che l’utente cerca a determinare ciò che vedrà; è ciò che l’algoritmo decide di mostrargli a poter progressivamente modificare ciò che l’utente cercherà.
È il passaggio dalla previsione del comportamento alla sua possibile produzione.
Come in INK, da Murdoch a Zuckerberg: cambia la tecnologia, non cambia la merce. È sempre l'attenzione umana.
Come in INK, da Murdoch a Zuckerberg: cambia la tecnologia, non cambia la merce. È sempre l'attenzione umana.
Ed è qui che il film trova il suo vero oggetto, che è Facebook soltanto in apparenza. In realtà riguarda un problema molto più vasto: che cosa accade quando la realtà umana viene trasformata in una quantità misurabile, e ciò che è misurabile diventa automaticamente ciò che conta.
Frances Haugen entra nel 2019 nel cuore di questa macchina esattamente nel settore Integrità sociale. Data scientist, conosce il linguaggio matematico, statistico e algoritmico della piattaforma. Progressivamente scopre una contraddizione: Facebook dispone di ricerche interne che mostrano gli effetti problematici dei propri prodotti, ma la necessità di mantenere crescita ed engagement sembra prevalere sulla possibilità di intervenire realmente.
Il film trova il suo centro nella relazione tra Haugen e Jeff Horwitz. È un rapporto anche ironico, perché i due appartengono a mondi cognitivi quasi incompatibili. Lui è il giornalista incaricato di raccontare il sistema; lei è costretta a insegnargli come quel sistema funzioni.
Una delle battute migliori arriva proprio quando Frances gli fa notare che non capisce assolutamente nulla di matematica e gli chiede se sia andato a scuola dalle suore, per le quali la matematica sarebbe stata una forma di stregoneria.
È una battuta che funziona perché non è soltanto una gag. Definisce il rapporto di forza tra i due: il giornalista possiede gli strumenti del giornalismo, ma deve prima imparare la lingua dell’oggetto che vuole raccontare.
E quella lingua non parla realmente dell’essere umano. Parla dell’utente.
Non persona. Non cittadino. Non individuo. Utente.
Una parola apparentemente neutra che contiene già una precisa antropologia. L’essere umano entra nel sistema nella misura in cui può essere osservato, registrato, quantificato, previsto e monetizzato. La persona scompare dietro il comportamento misurabile.
È qui che assume un’importanza centrale MSI, Meaningful Social Interactions: il principio attraverso cui Facebook cercò di attribuire maggiore valore alle interazioni sociali considerate significative.
Ma il problema emerge quando il significato umano di un’interazione viene sostituito dalla sua capacità di generare altra interazione.
La contraddizione è quasi perfetta: una macchina costruita per mettere in relazione gli esseri umani scopre che le emozioni capaci di produrre più relazione possono essere proprio quelle più distruttive.
La rabbia funziona. La paura funziona. La polarizzazione funziona. L’indignazione funziona.
La cultura della “condivisione” è la commercializzazione radicale della nostra vita.
— Byung-Chul Han
— Byung-Chul Han
Non perché l’algoritmo abbia necessariamente un’intenzione politica o morale, ma perché ottimizza ciò che produce risultato. Se la rabbia genera più commenti, più condivisioni, più permanenza sulla piattaforma, la rabbia diventa una risorsa.
E a quel punto il problema non è più soltanto la disinformazione o l’estremismo. È anche il bullismo, che le piattaforme possono trasformare da fenomeno circoscritto a fenomeno potenzialmente permanente, moltiplicato e amplificato dalla dimensione algoritmica e dalla platea indefinita del social.
Il film mostra così che il problema non riguarda soltanto chi utilizza Facebook oggi, ma chi verrà educato a utilizzarlo domani.
Uno dei passaggi più significativi è quello in cui una collaboratrice di Frances le consegna altro materiale prima che possa nascere Facebook Kids. È un gesto che sposta ulteriormente il campo della responsabilità: se gli effetti della piattaforma sono problematici per gli adulti, che cosa significa portare lo stesso modello dentro l’infanzia?
Il bambino diventa il nuovo territorio da conquistare.
E qui la questione non è soltanto tecnologica. È antropologica: a quale età l’essere umano può essere trasformato in utente.
Il personaggio di Mark Zuckerberg viene costruito come una sorta di incarnazione umana dell’algoritmo.
Jeremy Strong lo interpreta quasi come un automa: il volto controllato, la postura rigida, i movimenti minimi, una gestualità che sembra non appartenere completamente a un corpo umano. Ma la rigidità non è soltanto fisica. È cognitiva.
Il Zuckerberg del film sembra impermeabile alle interferenze. Le persone intorno a lui possono suggerire, avvertire, correggere: tutto sembra rimbalzare contro una struttura già programmata.
Naturalmente non è una biografia psicologica di Zuckerberg. È una costruzione cinematografica. Il film prende l’uomo e lo trasforma nel simbolo della macchina che ha costruito. L’inventore del sistema finisce per assomigliare al sistema stesso.
E allora anche il suo continuo parlare di “utenti” acquista un significato preciso. Se il mondo è costituito da utenti, ciò che importa è aumentarne il numero. Se ciò che conta è l’interazione, bisogna aumentarla. Se l’interazione genera profitto, tutto ciò che la produce acquista valore.
La domanda etica arriva dopo o meglio mai.
Il film diventa più interessante quando evita di ridurre tutto alla favola morale sul miliardario cattivo e sul capitalismo cattivo. Il problema è più profondo: un sistema fondato sull’ottimizzazione può diventare incapace di riconoscere ciò che non può essere ottimizzato.
La salute mentale non è un KPI, la qualità di una relazione non è un KPI, la democrazia non è un KPI, la capacità di una società di non precipitare nella polarizzazione non è un KPI.
E ciò che non entra nella tabella delle prestazioni rischia di diventare invisibile.
La vicenda di Haugen introduce dentro questa macchina una forma di conoscenza che il sistema non riesce completamente ad assimilare: la conoscenza delle proprie conseguenze. Frances non scopre soltanto che Facebook possiede problemi. Scopre che Facebook sa di possederli.
È questa la vera incrinatura, non l’ignoranza, ma la conoscenza.
Non il segreto, ma la distanza tra ciò che un’organizzazione sa internamente e ciò che è disposta a fare pubblicamente di quella conoscenza.
Il film non racconta semplicemente il potere di una tecnologia, ma il momento in cui una tecnologia diventa una struttura economica, sociale e culturale capace di influenzare il comportamento collettivo senza avere necessariamente bisogno di esercitare un comando esplicito.
Il potere contemporaneo non deve più ordinare, gli basta selezionare ciò che vediamo.
E tuttavia, proprio quando il contenuto diventa più interessante, il film rivela il suo limite maggiore: la forma.
Perché The Social racconta la standardizzazione del comportamento umano attraverso una forma cinematografica a sua volta profondamente standardizzata.
È l’ennesimo film americano costruito secondo la formula ormai perfettamente riconoscibile del grande scandalo tecnologico-politico: giornalista contro istituzione, whistleblower contro corporation, riunioni concitate, spiegazioni tecniche tradotte per lo spettatore, informazioni rivelate per accumulo, conflitto personale, antagonista potente e progressiva convergenza verso la verità.
Tutto funziona.
La macchina narrativa sa perfettamente dove portare lo spettatore, ma raramente qualcosa sorprende.
Il film possiede un soggetto contemporaneo, ma gli applica una grammatica cinematografica già vecchia.
Racconta un mondo che ha rivoluzionato il modo di percepire la realtà utilizzando una forma che non sembra avere alcuna intenzione di rivoluzionare il cinema.
È quasi un paradosso involontariamente perfetto: un film sulla standardizzazione finisce per adottare una forma standardizzata.
Ed è qui che emerge la distanza tra tema e cinema.
Il tema è interessante. La vicenda è importante. Il funzionamento dell’algoritmo è inquietante. La figura di Haugen consente di entrare in un universo che normalmente rimane nascosto dietro interfacce apparentemente innocue. Il rapporto tra tecnologia, profitto, informazione e comportamento sociale offre materia enorme per un film.
Ma avere un grande tema non significa necessariamente fare grande cinema.
Il cinema dovrebbe trasformare il materiale, non soltanto illustrarlo. Dovrebbe trovare una forma capace di pensare ciò che racconta.
Qui, invece, la forma rimane spesso subordinata alla necessità di rendere tutto immediatamente comprensibile, immediatamente leggibile, immediatamente consumabile.
Ed è proprio ciò che il film racconta: un sistema che trasforma l’esperienza in qualcosa di immediatamente leggibile e monetizzabile.
La contraddizione è dunque interessante, ma anche involontaria.
The Social parla della macchina mentre rimane dentro la macchina.
Parla della standardizzazione mentre standardizza.
Parla di un sistema che misura continuamente la reazione dell’utente mentre costruisce continuamente la propria reazione dello spettatore.
E alla fine rimane una domanda più cinematografica che tecnologica: quanto può essere realmente sovversivo un film che denuncia un sistema utilizzando esattamente le forme narrative attraverso cui quel sistema culturale ha imparato a raccontarsi
Forse è proprio qui che il film trova, senza volerlo, la sua immagine più precisa: non nell’automa Zuckerberg, ma nella propria stessa perfezione industriale.
Stiamo venendo ipnotizzati poco a poco da tecnici che non possiamo vedere, per scopi che non conosciamo.
— Jaron Lanier
— Jaron Lanier