I giudici della normalità sono presenti ovunque. - Michel Foucault
Tre ex compagni, due figli, una donna in crisi e una rappresentazione teatrale che dovrebbe aiutare tutti a fare i conti con i propri fantasmi. Non è l'inizio di una terapia di gruppo particolarmente convenzionale, ma è la premessa di È andata così, il film di Gianni Zanasi, che sceglie la famiglia come terreno di sperimentazione dell'assurdo.
Cecilia non ha semplicemente tre storie sentimentali alle spalle: ha tre uomini ancora presenti nella sua vita. Le relazioni sono terminate, ma un accadimento li riporta tutti nello stesso luogo. Così i quattro adulti si ritrovano a condividere uno spazio e una quantità di questioni irrisolte che non si lasciano archiviare con la semplice formula della separazione.
Non siamo davanti alla famiglia tradizionale, ma neppure a un modello alternativo particolarmente pacificato. È una famiglia che si è organizzata come ha potuto, nella quale l'affetto sopravvive ai fallimenti sentimentali e la convivenza relativa sembra possedere una sua logica, per quanto difficile da spiegare a chiunque debba valutarla dall'esterno.
La situazione si complica quando entrano in scena i servizi sociali e la psichiatria, chiamati a stabilire se il contesto sia adeguato alla crescita della figlia. A quel punto la disfunzionalità privata diventa una questione pubblica: chi decide che cosa sia una famiglia normale? E soprattutto, quali criteri permettono di distinguere un ambiente semplicemente eccentrico da uno realmente dannoso?
Il film ha qui uno dei suoi spunti più interessanti. La famiglia di Cecilia non è automaticamente migliore perché sfugge alle convenzioni, ma neppure peggiore perché non vi corrisponde. Il punto non è contare i genitori, verificare la presenza di una coppia stabile o controllare che ogni ruolo sia assegnato correttamente. È capire che cosa accade dentro quelle relazioni, quale spazio venga lasciato ai figli e quanto l'amore riesca a distinguersi dal bisogno di trattenere gli altri.
Cecilia, infatti, non è soltanto una donna che rifiuta le regole. È una donna disperata, arrivata a tentare di morire e di uccidere tutti pur di tenerli uniti. La sua vicenda introduce una contraddizione che il film avrebbe potuto esplorare con maggiore precisione: il desiderio di conservare una sua autonomia e contemporaneamente una famiglia può diventare paradossale. L'affetto non è una garanzia di equilibrio, e il fatto che le persone si vogliano bene non basta a rendere innocuo tutto ciò che accade tra loro.
È in questo contesto che assume rilievo la scelta degli Spettri di Ibsen. Il teatro diventa un tentativo di terapia collettiva, una rappresentazione attraverso la quale i personaggi provano a ricostruire la propria comunità. Gli spettri non sono soltanto quelli evocati dalla scena: sono le relazioni passate, i ruoli mai abbandonati, le colpe e le aspettative che continuano ad agire nel presente. Il passato non passa perché lo si dichiara concluso. Resta nei comportamenti, nelle dipendenze, nei modi in cui ciascuno continua a occupare un posto nella vita degli altri.
Mettere in scena Ibsen significa allora provare a guardare la famiglia come una rappresentazione che si ripete, nella quale ognuno recita una parte anche quando crede di essersene liberato. Il tentativo è interessante proprio perché il teatro può rendere visibile ciò che nella vita quotidiana rimane confuso: la differenza tra stare insieme e non riuscire a separarsi, tra costruire una comunità e perpetuare una dipendenza. Ma anche qui il film tende ad accumulare, come se alla complessità delle relazioni dovesse necessariamente corrispondere una proliferazione di situazioni.
L'ironia trova un momento efficace nella battuta del ragazzino che sostiene di aver scelto di essere gay. Quando gli adulti gli suggeriscono di aspettare la pubertà, lui replica di aver letto che si può scegliere anche prima. Il dialogo rovescia con leggerezza la pretesa degli adulti di stabilire quando una persona possa conoscere se stessa. La normalità, con la sua mania di classificare e regolamentare, finisce per apparire una burocrazia dell'esistenza: persino l'identità sembra dover attendere il momento giusto per essere riconosciuta.
Sono elementi che rendono il film potenzialmente molto interessante. Il cast è solido, la storia è originale e l'intreccio fra teatro, famiglia, follia e controllo sociale offre una materia narrativa ricca. Zanasi ha a disposizione una commedia capace di interrogare le convenzioni senza limitarsi a capovolgerle.
Il problema è che È andata così non riesce più a stabilire quando fermarsi.
L'assurdo, per essere efficace, ha bisogno di una forma. Il paradosso non è una licenza illimitata ad accumulare paradossi; la follia non diventa più significativa soltanto perché ogni situazione ne produce un'altra ancora più folle. Quando tutto è eccentrico, niente riesce più a distinguersi. Quando ogni personaggio, ogni relazione e ogni episodio reclama la massima intensità, l'intensità si trasforma in rumore.
È qui che il film diventa barocco, sovraccarico, ridondante. Le situazioni si ripetono, le intuizioni vengono ribadite, gli elementi si moltiplicano fino a perdere parte della loro forza. Non è l'eccesso dell'assurdo a disturbare, ma l'eccesso di tutto: come se Zanasi, disponendo di un materiale narrativo fertile, avesse avuto paura che una sola idea ben sviluppata non fosse sufficiente e avesse deciso di aggiungerne altre, e altre ancora, fino a saturare lo spazio che avrebbe dovuto lasciare allo spettatore.
Il risultato è contraddittorio. Da una parte convince per la ricchezza delle premesse e per le questioni che solleva; dall'altra disturba proprio perché non riesce a governare quella ricchezza. Il film vuole mostrare una famiglia che sfugge alle definizioni, ma finisce per essere lui stesso prigioniero di un accumulo dal quale non sa liberarsi. Confondere la complessità con la quantità è un errore estetico prima ancora che narrativo: la prima richiede selezione, la seconda può accontentarsi dell'abbondanza.
E qui si torna alla famiglia. Anche una relazione, per sopravvivere, ha bisogno di limiti, distanze, silenzi e possibilità di separazione. Non tutto ciò che può essere tenuto insieme deve necessariamente esserlo. La coesione non coincide con l'armonia, così come la continuità non coincide con la salute. A volte, ciò che tiene unita una famiglia è precisamente ciò che le impedisce di funzionare; altre volte, ciò che dall'esterno appare come una disfunzione costituisce l'unico equilibrio possibile per chi ne fa parte. Non esiste una formula universale, ma esiste una responsabilità: distinguere la libertà dalla dipendenza, l'affetto dal possesso, la singolarità dalla distruzione.
Per questo la forma di un film non è un involucro separato dal suo contenuto. È il modo in cui il contenuto pensa. Se una storia parla di eccessi, contraddizioni e follia, non basta che li rappresenti: deve trovare una misura capace di renderli intelligibili senza neutralizzarli. Altrimenti il caos non viene interrogato, ma semplicemente riprodotto.
A differenza di
È andata così, che accumula situazioni e paradossi fino a smarrirne la misura,
What Marielle Knows di Hambalek trasforma la disfunzione familiare in un dispositivo narrativo straordinario: con un’intuizione tanto semplice quanto perturbante, smaschera le ipocrisie e le contraddizioni della normalità domestica senza disperdere la forza del suo sguardo.
Zanasi aveva a disposizione una materia che avrebbe potuto sostenere una commedia nera sull'impossibilità di definire la normalità, una riflessione sull'ambiguità della famiglia e un ritratto grottesco di una società che tollera la diversità soltanto finché non è costretta a valutarla. Ma il film finisce per confondere la libertà con l'accumulo e la densità con la saturazione. Rimane così sospeso tra ciò che avrebbe potuto essere e ciò che effettivamente riesce a diventare.
Poteva andare benissimo. E invece è andata così.