Synopsis
Nel cuore di un’architettura impossibile, fatta di corridoi fluorescenti, stanze impersonali e geometrie che sembrano generate da una mente traumatizzata, una terapeuta si addentra nelle Backrooms per ritrovare un uomo scomparso. Ma il viaggio si trasforma presto in una discesa dentro i meccanismi più oscuri della coscienza: memoria, rimozione, ripetizione compulsiva e paura del vuoto. Mentre lo spazio si deforma come un organismo psichico, ogni ambiente diventa il riflesso di un’umanità intrappolata nei propri “percorsi neurali di minor resistenza”, incapace tanto di vivere davvero quanto di sopportare la profondità del proprio abisso interiore.
Review
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Recensito da Beatrice
· 27. May 2026
Corriamo spensieratamente verso l’abisso, dopo aver messo qualcosa davanti a noi per impedirci di vederlo.
— Blaise Pascal
— Blaise Pascal
Più che un horror, Backrooms di Kane Parsons appare come un trattato audiovisivo sull’esaurimento percettivo contemporaneo. Un cinema dell’infrastruttura mentale, dove il terrore non nasce dalla presenza del mostro ma dall’assenza radicale di qualsiasi autenticità dell’esperienza. L’orrore non irrompe: sedimenta. Si accumula lentamente nella ripetizione geometrica degli spazi, nella luce al neon che anestetizza ogni emozione, nel ronzio costante degli ambienti vuoti che sembrano sopravvivere agli esseri umani come resti archeologici di una civiltà già estinta.
L’intuizione più inquietante del film sta nella frase che ritorna durante il percorso: “percorsi neurali di minor resistenza”. Non è soltanto un concetto pseudo-scientifico; è la definizione stessa della condizione umana contemporanea. Viviamo seguendo traiettorie automatiche, economizzando il pensiero, evitando il conflitto interiore, scegliendo inconsapevolmente la superficie invece della profondità. Diventiamo mobilia, suppellettile, arredo dell’esistenza: oggetti funzionali che attraversano gli spazi senza realmente abitarli. Le Backrooms allora non sono un altro mondo, ma la forma definitiva del nostro. Un universo costruito dalla ripetizione meccanica delle abitudini, dalla rinuncia progressiva all’autocoscienza, dalla trasformazione della vita in protocollo.
La struttura labirintica del film assume così un valore psicoanalitico potentissimo. Ogni stanza sembra una sinapsi fossilizzata, un trauma infantile trasformato in architettura. Parsons suggerisce che la mente umana non evolve davvero: gira in cerchio attorno agli stessi nuclei emotivi originari, agli stessi vuoti, alle stesse ferite rimosse. L’infanzia non viene mai superata; si limita a cambiare scenografia. E il loop spaziale delle Backrooms diventa il loop mentale nel quale ciascuno continua a vivere senza rendersene conto.
È qui che il film incontra il rischio evocato da Friedrich Nietzsche:
“Chi lotta con i mostri deve guardarsi dal non diventare egli stesso un mostro. E se tu scruterai a lungo in un abisso, anche l'abisso scruterà dentro di te.”
“Chi lotta con i mostri deve guardarsi dal non diventare egli stesso un mostro. E se tu scruterai a lungo in un abisso, anche l'abisso scruterà dentro di te.”
La frase nietzschiana attraversa invisibilmente tutto il film. Perché Backrooms non sostiene affatto che la salvezza risieda nell’introspezione assoluta. Al contrario: guardarsi troppo dentro può essere altrettanto distruttivo dell’evitare sé stessi. Se la superficialità produce alienazione, l’eccesso di autocoscienza genera paralisi. Le Backrooms sono esattamente questo paradosso senza soluzione: chi fugge dalla profondità resta prigioniero dell’automatismo; chi precipita troppo nell’abisso rischia di dissolversi nella propria interiorità.
Non esiste quindi una vera via d’uscita. Ed è probabilmente questo l’aspetto più radicale del film. Parsons rifiuta la struttura consolatoria del cinema horror classico. Non c’è liberazione, non c’è apprendimento finale. Lo spazio stesso sembra negare ontologicamente la possibilità dell’uscita. Le Backrooms non sono un luogo da cui scappare: sono la forma nascosta della coscienza contemporanea.
Dal punto di vista estetico, il film è sorprendentemente sofisticato. La componente claustrofobica domina ogni inquadratura attraverso un uso magistrale della profondità di campo, delle simmetrie imperfette e della luce artificiale. La fotografia non cerca mai il bello in senso tradizionale; costruisce piuttosto una sensazione di angoscia, di stanchezza ontologica, di oppressione silenziosa. Gli ambienti sembrano sospesi fuori dal tempo, come se fossero ricordi mal renderizzati o sogni burocratici generati da un’intelligenza artificiale depressa.
Eppure, dentro questa originalità visiva, emergono inevitabilmente dei déjà-vu non trascurabili. È impossibile non percepire l’eco del cortometraggio See Me di Jörgen Lööf, soprattutto nella costruzione di uno spazio mentale ambiguo dove la percezione si incrina progressivamente fino a diventare inaffidabile. Allo stesso modo, alcune intuizioni richiamano la straordinaria discesa infernale di Lars von Trier in The House That Jack Built: l’idea dell’architettura come proiezione patologica della mente, il viaggio come sprofondamento psichico, la trasformazione dello spazio in manifestazione concreta dell’ossessione.
Ma Parsons riesce comunque a compiere qualcosa di nuovo: prende l’estetica digitale dei meme, dei creepypasta, dei videogiochi e dei “liminal spaces” di Internet e la converte in un linguaggio cinematografico autenticamente esistenziale. Non c’è ironia postmoderna. Non c’è nostalgia giocosa. C’è piuttosto la percezione che il mondo contemporaneo abbia ormai perso il proprio centro simbolico e continui a produrre soltanto corridoi, interstizi, fessure, intercapedini, uffici, stanze, simulazioni di vita.
Alla fine, Backrooms lascia addosso una sensazione rarissima: quella di aver osservato non un film, ma una materializzazione visiva dell’inconscio collettivo contemporaneo. Un inconscio fatto di solitudine digitale, ripetizione automatica, traumi irrisolti e spazi senza uscita. Un labirinto nel quale continuiamo a muoverci ogni giorno convinti di stare vivendo, mentre forse stiamo soltanto seguendo, ancora una volta, il percorso neurale di minor resistenza.
Se noi osassimo un’architettura secondo la modalità delle nostre anime, il nostro modello dovrebbe essere il labirinto.
— Friedrich Nietzsche
— Friedrich Nietzsche