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BRIANZA
2026 • 118 min

BRIANZA

4.0
Questo film è stato presentato a
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Synopsis

Brianza, 2009. La crisi economica morde e Giorgio Farina, erede di una prestigiosa armeria di famiglia, rischia di perdere tutto dopo aver investito una fortuna nell'apertura di una boutique di lusso in Svizzera. Sommerso dai debiti e terrorizzato all'idea di vedere compromessa la propria rispettabilità, Giorgio cerca di tenere nascosta la situazione persino alla famiglia. L'incontro con Alberto Fumagalli, eccentrico uomo d'affari che ha sottratto denaro alla multinazionale per cui lavora, gli offre una soluzione tanto semplice quanto criminale: custodire il bottino nell'armadio blindato dell'armeria. Ma tra accordi opachi, armi, bugie e personaggi sempre meno affidabili, quello che dovrebbe essere un affare si trasforma in una spirale di follia e violenza. In un mondo nel quale il denaro è tutto e il fallimento non è contemplato, nessuno sembra disposto ad accettare le conseguenze delle proprie azioni.

Review

10 min read
Recensito da Beatrice · 14. October 2026
Il denaro senza l'onore è una malattia. — Honoré de Balzac

Benvenuti in Brianza, geograficamente vicinissima alla Svizzera, dove il denaro non dorme mai, la rispettabilità non fallisce mai e, quando fallisce, qualcuno rischia di non svegliarsi più. Con Brianza, presentato al Concorso Progressive Cinema della Festa del Cinema di Roma, Simone Catania trasforma una vicenda di cronaca nera in un western grottesco, una commedia criminale nella quale la provincia lombarda assume i contorni di una frontiera senza legge. Non ci sono cavalli, diligenze e cercatori d'oro, ma Porsche Cayenne e Maserati, ville da catalogo, armerie, boutique svizzere e imprenditori convinti che il mondo sia un enorme sportello bancario tenuto aperto per soddisfare le loro esigenze.
Un territorio noto per la sua ricchezza, nel quale il lavoro e il successo economico sono diventati più che obiettivi: certificati di esistenza, titoli di merito, garanzie di rispettabilità. Qui la minaccia non arriva da una banda di fuorilegge a cavallo. È già in casa, spesso con una tuta addosso, un'automobile di lusso in garage e qualche milione di euro da salvare.
Il regista dichiara i propri riferimenti: i fratelli Coen e le commedie nere italiane degli anni Cinquanta, in particolare quelle di Monicelli. Il risultato si muove proprio su questa linea, fra il crimine e la farsa, la violenza e il ridicolo, con personaggi che si prendono tremendamente sul serio mentre il mondo che li circonda sembra impegnato a smontarli pezzo per pezzo. Il western brianzolo ha una sua logica: la frontiera non separa la civiltà dalla barbarie, ma la villa dalla strada, il conto in banca dal conto con la realtà.
Al centro della storia ci sono Giorgio Farina, interpretato da Fausto Russo Alesi, e Alberto Fumagalli, interpretato da Paolo Pierobon, insostituibili in questi ruoli. Il primo è il rispettabile armiere, erede di una tradizione familiare che dovrebbe garantirgli continuità e prestigio; il secondo è un imprenditore sui generis, sempre in tuta, al volante di una Porsche Cayenne e animato da una concezione del mondo nella quale il denaro non è un mezzo, ma una prova dell'esistenza di Dio. O almeno della propria.
Giorgio rischia di perdere tutto, non tanto i soldi, quanto la faccia. Il fallimento economico sarebbe già un problema, ma quello sociale è insopportabile: che cosa resta di un uomo rispettabile quando non può più permettersi di esserlo? La sua risposta è quella più pericolosa: mentire, nascondere, rimandare, fingere che la situazione sia sotto controllo. Il disastro non viene affrontato, ma arredato con cura affinché nessuno se ne accorga.
Fumagalli, invece, sembra aver saltato direttamente la fase delle giustificazioni. È un concentrato di delirio di onnipotenza, furbizia e imprevedibilità. Non vuole restituire il denaro che ha sottratto, non vuole farsi fregare e soprattutto non contempla la possibilità che qualcun altro possa imporgli delle regole. È difficile stabilire se sia completamente pazzo, se reciti la parte del pazzo o se abbia trovato una terza condizione, particolarmente vantaggiosa, nella quale le due cose coincidono. La sua forza sta proprio nell'ambiguità: dietro l'apparente sconsideratezza potrebbe esserci un calcolo, dietro il calcolo una follia autentica, dietro entrambe una totale assenza di freni.
Pierobon gli dà una fisicità che oscilla fra la minaccia e il cabaret. Fumagalli è uno di quegli uomini che sembrano poter fare qualsiasi cosa perché nessuno riesce a capire fino a che punto siano disposti a spingersi. La sua tuta è quasi un'uniforme professionale: l'abito non fa il monaco, ma la Porsche fa certamente l'imprenditore, almeno finché qualcuno non viene a chiedere conto dei soldi.
Fra le trovate più divertenti c'è lo shot Fumagalli, il cocktail con cui Alberto induce Giorgio a firmare un documento: uovo, vodka, diazepam e oppio. Una ricetta che difficilmente troverà spazio nella carta dei cocktail di un locale alla moda, ma che sintetizza alla perfezione la filosofia del personaggio. Giorgio finisce fuori di testa e firma: una forma di contrattualistica creativa se non fosse per qualche piccolo problema di liceità.
Anche il rapporto con le armi è esemplare. Fumagalli vuole un'arma, ma dichiara di essere pacifista e precisa che la terrà nel cruscotto dell'automobile. Una contraddizione soltanto in apparenza: in questo universo tutto è compatibile con tutto, purché non interferisca con il proprio tornaconto. Si può essere pacifisti armati, persone perbene disposte al crimine, uomini di successo incapaci di amministrare le conseguenze delle proprie scelte. L'importante è non compromettere la narrazione che si è costruita su se stessi.
E poi ci sono i presepi. Perché il denaro, si sa, non serve soltanto a fare soldi: serve anche a comprare cose che dimostrino quanto si possa spendere. Nella lussuosa villa di Fumagalli, fra quadri e mobili di design, il basement ospita un presepe composto da statuine d'antiquariato, oggetti per i quali il proprietario è disposto a sborsare cifre considerevoli. Non gli basta possedere una casa smisurata: deve possedere anche la Natività, possibilmente in edizione pregiata. E quando la collezione non è completa, manda il fratello a procurarsi un Gesù Bambino in una chiesa.
La scena porta il grottesco a un livello quasi teologico. Il personaggio che considera il denaro una proprietà inviolabile è disposto a spendere fortune per rappresentare la nascita di Cristo, mentre il fratello si incarica di risolvere il problema della statuina con un furto. La devozione diventa collezionismo, la tradizione un investimento, il sacro un oggetto da aggiungere all'inventario. Non è necessario stabilire se questa passione sia un elemento fedele alla vicenda reale o una trovata della sceneggiatura: sul piano narrativo funziona come una miniatura del film intero: si può essere ossessionati dal possesso per qualunque perversione. 
Che si tratti di denaro, automobili, mobili di design o pastori del Settecento, il principio rimane invariato: ciò che conta non è il valore dell'oggetto, ma il fatto che sia suo. Il capitalismo, quando si fa delirio privato, può arrivare a trasformare persino il Bambinello in un bene rifugio.
Se gli uomini sono impegnati a salvare il proprio patrimonio e la propria reputazione, le donne sembrano inizialmente destinate a occupare una posizione laterale. La moglie di Giorgio, interpretata da Marina Rocco, appare una figura ingenua, naif, incline alle spese e apparentemente estranea alla catastrofe economica che sta per travolgere la famiglia. La sua presenza sembra confermare la classica patriarcale divisione dei ruoli: lui si occupa degli affari, lei gode dei risultati. Il problema è che i risultati non esistono più, ma nessuno si è preso la briga di informarla.
Ma lei ha capito molto più di quanto gli uomini immaginino. La moglie conosce già Fumagalli, sa che è mezzo pazzo e aveva avvertito il marito. La sua apparente inconsapevolezza si rivela così una maschera: mentre gli uomini si agitano, si mentono e si credono padroni della situazione, lei possiede informazioni che loro non hanno saputo utilizzare. E quando arriva il momento di trovare una soluzione, è proprio lei a sapere come procedere.
Il rovesciamento è gustoso perché smonta una delle convenzioni più resistenti del teatro borghese: quella della moglie decorativa, mantenuta all'oscuro degli affari e dunque incapace di comprendere la realtà. Qui la donna non è necessariamente più ingenua degli uomini; potrebbe essere semplicemente meno coinvolta nella loro rappresentazione di sé. Non ha bisogno di recitare la parte del grande imprenditore, né di dimostrare a qualcuno di essere invulnerabile. Mentre loro si fanno divorare dal problema di salvare la faccia, lei può ancora permettersi di guardare i fatti. La sceneggiatura le riserva così un ruolo decisivo, benché resti aperta la domanda su quanto questa soluzione appartenga alla rielaborazione cinematografica e quanto alla vicenda di cronaca che ha ispirato il film.
La vicenda reale comprende effettivamente un coinvolgimento del suocero: nel film, il rapporto familiare diventa parte di una rete nella quale la famiglia, anziché rappresentare un argine alla catastrofe, può trasformarsi in una risorsa per gestirla. È il rovesciamento definitivo dell'istituzione borghese: la famiglia non è più il luogo nel quale si cerca protezione dalle conseguenze del mondo esterno, ma quello in cui si prova a far sparire le conseguenze delle proprie azioni.
In questo scenario, il figlio di Giorgio è forse il personaggio più eloquente proprio perché parla pochissimo. Capelli lunghi, smalto alle dita, cuffie perennemente sulle orecchie: sembra aver scelto la strategia più ragionevole a disposizione, ovvero non ascoltare. Gli adulti parlano di denaro, affari, prestigio e disastri, mentre lui si sottrae alla conversazione. La sua estraneità può essere letta come una forma di rifiuto, forse anche come un tentativo di difesa. 
Se ne Il capitale umano di Paolo VIrzì il denaro diventa l'unità di misura del valore delle persone; in Brianza la sua perdita rischia di cancellare l'identità di chi lo possiede. Nel primo, la vita umana viene valutata attraverso una logica economica; nel secondo, quella stessa logica finisce per divorare chi la sostiene.
Il contrasto fra l'opulenza degli ambienti e la miseria delle decisioni produce una comicità che non ha bisogno di sottolineature: basta guardare questi uomini circondati da oggetti preziosi mentre cercano di sottrarsi alle conseguenze delle proprie azioni.
La vicenda prende spunto da un fatto di cronaca realmente accaduto nel Comasco nel 2010, rielaborato da Catania in una commedia nera sulle conseguenze della crisi economica e sull'incapacità di affrontare il fallimento. Il regista ha raccontato di conoscere i luoghi e le persone legati alla storia, e di essere rimasto colpito dalla coincidenza fra la vicenda e un luogo della propria infanzia. Il film, tuttavia, non si limita a riprodurre il fatto: lo trasforma in una riflessione grottesca su un ambiente sociale nel quale il successo economico sembra assolvere preventivamente qualsiasi comportamento.
È qui che il western acquista il suo significato più preciso. Catania non dipinge la Brianza come una terra popolata esclusivamente da individui senza scrupoli, ma esaspera un modello culturale che non appartiene soltanto alla Brianza: quello nel quale il lavoro diventa un dovere assoluto, la ricchezza una misura del valore personale e la perdita del patrimonio una vergogna intollerabile. 
In questa prospettiva, il delirio di Fumagalli e la disperazione di Giorgio sono due facce della stessa medaglia. Il primo agisce come se ogni regola fosse fatta per essere aggirata; il secondo vorrebbe continuare a essere considerato un uomo perbene anche mentre si lascia trascinare sempre più lontano dalla legalità. L'uno fa della propria follia un metodo, l'altro della propria rispettabilità una menzogna. Entrambi sono prigionieri di un sistema nel quale ammettere di aver perso equivale a perdere definitivamente se stessi.
La comicità di Brianza nasce dalla sproporzione fra la serietà con cui i personaggi difendono il proprio mondo e l'assurdità degli strumenti che utilizzano per salvarlo. Ogni elemento aggiunge un tassello a un universo nel quale la normalità è soltanto la facciata di un sistema profondamente malato.
Il Far West brianzolo non ha bisogno di una frontiera geografica. La sua frontiera è morale, e i protagonisti la attraversano con la stessa disinvoltura con cui cambiano automobile o acquistano una statuina d'antiquariato. Il denaro promette di proteggere da tutto, ma non può proteggere dal bisogno di continuare a possederlo. E così, mentre si accumulano beni, debiti, bugie e corpi da nascondere, resta una sola certezza: in questo mondo si può perdere ogni cosa pur di non ammettere di aver perso.

Il denaro richiama solo l'egoismo e induce sempre, irresistibilmente, chi lo possiede ad abusarne.
— Albert Einstein
 
Questo film era in concorso ufficiale di Roma film fest

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