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Lady
2026 • 93 min

Lady

3.5
Questo film è stato presentato a
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Synopsis

 Lagos, Nigeria, Lady guida un taxi, indossa abiti maschili, non si trucca e possiede un fisico che sembra progettato per scoraggiare qualsiasi tentativo di intimidazione. Ha un obiettivo preciso: mettere da parte abbastanza soldi per trasferirsi a Freetown, in Sierra Leone, la città d'origine di sua madre. Il suo programma di emancipazione è essenziale: lavorare, risparmiare, partire. Niente fronzoli, niente sentimentalismi, possibilmente niente uomini tra i piedi. Poi torna Pinky, l'amica d'infanzia che si prostituisce, e le propone un lavoro notturno: accompagnare lei e le altre ragazze dal loro capo e riportarle a casa. Il compenso è ottimo. Lady accetta. Anche le rivoluzioni personali, a quanto pare, hanno bisogno di liquidità. 

Review

6 min read
Recensito da Beatrice · 25. October 2026
 Agisco con deliberazione e non ho paura di nulla. 
— Audre Lorde 

Il taxi è una specie di isola privata, un abitacolo dal quale Lady può osservare il mondo senza concedergli troppo accesso a sé. Al volante governa almeno uno spazio, decide il percorso, si guadagna da vivere. Fuori, Lagos è una città attraversata da disuguaglianze, pericoli e rapporti di forza; dentro, per qualche chilometro, le regole le stabilisce lei. Naturalmente, basta accettare un lavoro notturno per scoprire che nessun abitacolo è abbastanza blindato da tenere fuori la realtà. 

Il primo contrasto è visivo, quasi programmatico. Lady sembra aver bandito dal proprio guardaroba ogni concessione alla femminilità convenzionale; le ragazze che trasporta, invece, si truccano, si vestono, si preparano per entrare in scena. Loro fanno del corpo uno strumento di lavoro, lei sembra volerlo sottrarre preventivamente a qualsiasi negoziazione. Da una parte il rifiuto dell'esposizione, dall'altra l'esibizione; da una parte la corazza, dall'altra il corpo messo in circolazione. Tutto farebbe pensare alla solita partita fra la donna rispettabile e quella che rispettabile non viene considerata. Una competizione in cui, come sempre, il regolamento lo scrive qualcun altro. 

Ma il film di Olive Nwosu diventa interessante proprio quando questa distinzione comincia a perdere consistenza. Le ragazze non sono figurine di un catalogo dello sfruttamento: hanno complicità, ironia, desideri e una naturalezza che Lady, almeno inizialmente, non sa come interpretare. Non chiedono necessariamente di essere salvate e non sembrano intenzionate a farsi giudicare dalla collega in pantaloni. Il loro rapporto con il corpo, almeno inconsciamente, non coincide automaticamente con una rinuncia alla libertà; quello di Lady, per contro, non è sinonimo di invulnerabilità. Perché si può anche rifiutare il rossetto, ma non per questo si è immuni dalla violenza. Il patriarcato, del resto, non pretende neppure che le donne si vestano bene per agire: gli basta che siano disponibili. 

Sotto la superficie atletica e impassibile di Lady si nasconde infatti una ferita che il film rivela progressivamente. Quando la violenza colpisce una delle compagne, Lady reagisce con una brutalità quasi sproporzionata, difficile da comprendere se la si considera soltanto una donna indipendente che non tollera soprusi. Il suo gesto ha qualcosa di esplosivo, come se il presente avesse improvvisamente fatto saltare una diga costruita molto tempo prima. La protettrice si trasforma in una figura che spiazza. Il corpo che difende è anche il corpo della propria memoria: una memoria che non si lascia governare con la stessa disciplina con cui si guida un taxi. 

È qui che il melodramma entra a pieno titolo, con tutto il suo carico di traumi, ritorni, ferite e improvvise deflagrazioni. Lady ha l'aria di chi vorrebbe risolvere l'esistenza con un piano di risparmio e un biglietto di sola andata. Ma il passato non è una destinazione che si possa evitare cambiando strada, e la fuga geografica non coincide necessariamente con quella esistenziale. Il film insiste, forse anche troppo, su questa impossibilità: alcune reazioni sono talmente cariche da sconfinare nell'eccesso recitativo, e certe svolte sembrano reclamare a gran voce la nostra commozione. Non sempre è necessario alzare il volume perché il dolore si faccia sentire. 

Eppure, proprio attraverso le altre donne, Lady comincia a scoprire qualcosa che la sua strategia di sopravvivenza aveva escluso: la possibilità di proteggersi senza isolarsi. La sorellanza non è qui un elegante concetto da convegno, né un balsamo universale capace di guarire ogni trauma. È una relazione concreta, fatta di corpi esposti al pericolo, di lavoro, di complicità e di una solidarietà che non cancella le differenze. Le ragazze non devono diventare come Lady perché lei possa riconoscerle; Lady, a sua volta, non deve necessariamente diventare come loro. Il punto è poter stare insieme senza che una debba correggere l'altra. 

Lady dialoga con Le donne al balcone di Noémie Merlant e Onslaught di Adam Wingard lungo un asse comune: il corpo femminile come territorio di conflitto, controllo e autodeterminazione. Se Merlant affida al grottesco e alla rivolta la contestazione di uno sguardo maschile che pretende di disporre dei corpi delle donne, e Wingard trasforma la violenza in una manifestazione estrema del potere e della capacità di reagire, Olive Nwosu sceglie una strada più intima e melodrammatica. La sua Lady si costruisce una corazza, guida un taxi come fosse un'isola di autonomia in una Lagos ostile e protegge le altre donne con una ferocia che rivela quanto sia difficile distinguere la difesa dalla prigionia interiore. Tre film diversi per tono e linguaggio, accomunati dal rifiuto di una femminilità docile e rassicurante: perché il corpo delle donne continua a essere un territorio sul quale tutti sembrano rivendicare diritti, tranne, troppo spesso, le donne stesse. 

Comunque il titolo, Lady,  è forse la più gustosa delle provocazioni. La parola evoca buone maniere, compostezza, rispettabilità: una signora, insomma, che conosce il proprio posto e non crea inconvenienti. La nostra Lady, invece, guida di notte, porta in giro prostitute, si sottrae ai codici della femminilità e, quando serve, diventa una presenza decisamente poco rassicurante. È una lady soltanto se riscriviamo il galateo: non quella che si comporta come ci si aspetta da una donna perbene, ma quella che decide autonomamente che cosa meriti di essere difeso. Compresa la libertà delle donne che non le somigliano. 

Il film non riesce sempre a contenere la propria ambizione. Ma Lady resta una figura di cui il cinema ha bisogno: non una santa laica, non una supereroina senza paura, e neppure l'ennesima donna ferita a cui spetta il compito di diventare migliore grazie alla sofferenza. È una protagonista che porta sullo schermo una forma di femminilità estranea ai repertori abituali. 

Lady vuole partire, ma prima deve attraversare un mondo nel quale persino la libertà ha un costo e la protezione rischia di trasformarsi in un'altra forma di prigionia. Il suo taxi è un'isola, certo, ma non è un continente: per quanto si possa tenere stretto il volante, prima o poi bisogna fare i conti con chi viaggia accanto e soprattutto con l’imprevedibilità che interviene sui programmi. 

Lady comunque non ha bisogno di diventare una signora. Le basta che il mondo smetta di pretendere che lo sia. 
 

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