2025 • 113 min
The Frog and the Water
Der Frosch und das Wasser
Questo film è stato presentato a
Synopsis
Stefan Busch, detto Buschi è un giovane uomo con sindrome di Down che vive in una struttura assistita, intrappolato in una routine senza scarti né deviazioni. Non parla: non per incapacità, ma come se il linguaggio non fosse mai stato davvero necessario.
Durante una gita organizzata, qualcosa devia — letteralmente. Buschi si separa dal gruppo e, senza un vero piano (e senza neanche la preoccupazione di averne uno), sale su un pullman di turisti giapponesi. Da questo gesto minimo nasce un attraversamento della Germania che ha la forma di un road movie, ma la sostanza di una fuga dolce e laterale.
Sul bus incontra Hideo, un uomo giapponese segnato da un lutto recente. Tra i due non c’è una lingua comune, e proprio per questo si stabilisce un legame che non passa attraverso le parole. È una relazione fatta di presenza, imitazione, piccoli gesti: una complicità silenziosa che trasforma il viaggio in qualcosa di inatteso, quasi inevitabile.
Review
3 min read
Recensito da Beatrice
· 22. March 2026
Il silenzio è una delle grandi arti della conversazione.
— Marcus Tullius Cicero
— Marcus Tullius Cicero
Il primo gesto radicale del film di Thomas Stuber è molto semplice: togliere la parola. Non in senso simbolico, ma pratico. Buschi non parla, e il film — con una certa eleganza — smette di considerarlo un problema.
Da qui nasce tutto.
Perché The Frog and the Water non è la storia di un “superamento”, né di una “crescita” nel senso narrativo più prevedibile. È piuttosto la dimostrazione, quasi ironica, che forse siamo noi — iper-verbali, iper-spiegati — ad avere un problema con l’esistenza. Buschi no. Buschi attraversa.
E lo fa come un personaggio western capitato per errore in un road movie europeo: non conquista territori, li attraversa senza appropriazione. Non cerca nulla, ma tutto gli accade. Il suo gesto iniziale — salire su un autobus sbagliato — è l’equivalente contemporaneo di entrare in una città polverosa senza sapere perché.
L’incontro con Hideo introduce il secondo scarto: il film diventa un punto di contatto tra due sistemi culturali che non vengono mai spiegati, né tantomeno messi in scena come “diversi”. Il Giappone non è esotico, la Germania non è normativa: entrambi sono semplicemente modi di stare al mondo. E nel mezzo, un territorio neutro dove i codici saltano.
La cosa più interessante è che la comunicazione — quella cosa che di solito nei film viene idolatrata — qui è completamente inefficiente. E funziona benissimo. Buschi e Hideo si capiscono male, o meglio: si capiscono senza capire. E questo produce una forma di relazione sorprendentemente pura, quasi tecnica: stare accanto senza invadere.
C’è una tenerezza evidente, ma trattata con una specie di pudore strutturale. Il film non insiste mai, non sottolinea, non “costruisce momenti”. Se qualcosa emoziona, è perché succede di lato, mentre apparentemente non succede nulla. Ed è proprio questa asciuttezza a renderlo, paradossalmente, molto più coinvolgente.
Poi c’è l’ironia, fondamentale. Non una comicità dichiarata, ma una leggerezza che attraversa tutto: la premessa stessa è leggermente assurda (un ragazzo che si perde e finisce in un tour giapponese), e il film lo sa. Invece di giustificarla, la accetta. Chiede allo spettatore una piccola sospensione dell’incredulità — e in cambio offre una libertà rara: quella di non dover sempre credere, ma semplicemente seguire.
Alla fine, The Frog and the Water è davvero ciò che sembra promettere senza dirlo: una piccola favola. Ma una favola senza morale esplicita, senza pedagogia, senza didascalie. Una favola che funziona come una deviazione — proprio come quella di Buschi — e che, per una volta, non riporta da nessuna parte precisa.
E forse è proprio questo il punto: non arrivare, ma stare nel tragitto. Come una rana che salta senza sapere esattamente dove cadrà. O come l’acqua, che non ha bisogno di scegliere una forma per esistere.
Non sono mai stato perso, ma mi sono spesso trovato in luoghi dove non ero mai stato.
— Mark Twain
— Mark Twain